Contributi mai versati, ritenute trattenute in busta paga e mai girate allo Stato, TFR a rischio. Il sequestro disposto dal Gip di Roma serve a garantire l’Erario, non chi ha lavorato. Ecco cosa prevede la legge e cosa possono fare i dipendenti delle cooperative riconducibili al commercialista di Tarquinia
Tarquinia – Nella vicenda di Daniele Moretti c’è una parte lesa di cui si parla poco: i lavoratori. Sono centinaia ogni anno, assunti da cooperative che, secondo l’accusa, nascevano proprio per assumere personale e non pagare tasse e contributi. Il loro stipendio netto arrivava quasi sempre. Tutto il resto, cioè pensione, assicurazione e in parte il TFR, è finito nel buco.
L’ordinanza del Gip Paola Petti, che ha disposto per Moretti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, lo scrive senza giri di parole: le cooperative venivano create «allo scopo di assumere i lavoratori e omettere il versamento di quanto dovuto ai fini fiscali, previdenziali e assistenziali». Moretti è indagato e, come tutti gli indagati, è presunto innocente fino a sentenza definitiva.
I numeri: 42 milioni di debiti, sequestri per 14
Le sole Certificazioni uniche citate nell’ordinanza danno la dimensione del fenomeno. La Promo Service, unica cooperativa ancora attiva, nel 2022 ha certificato 999 dipendenti, 467 nel 2021 e 486 nel 2023. La Sviluppo Italia ne contava 423 nel 2019, la Pmg Multiservizi 290 nel 2018, la Global Facility 195 nel 2019.
A tutti venivano trattenute in busta paga le ritenute Irpef, che però non sono mai state versate: quasi 4,9 milioni di euro nei soli capi d’imputazione contestati. Per la Sviluppo Italia la Guardia di Finanza ha accertato che la società si limitava «a pagare solo gli stipendi del personale, omettendo il versamento di tutti gli oneri previdenziali ed assistenziali, pur se rilevati in contabilità». Per la Promo Service, nessun F24 per la quota contributiva dei dipendenti negli anni ispezionati.
Questo il debito accumulato verso Erario ed enti previdenziali al 23 ottobre 2025, secondo la tabella riportata dal Gip:
| Società | Situazione | Debito (euro) |
|---|---|---|
| Pmg Multiservizi coop. sociale | in liquidazione | 15.855.406,71 |
| Sviluppo Italia soc. coop. | in liquidazione coatta amministrativa | 12.558.890,49 |
| Promo Service soc. coop. | attiva | 11.065.821,98 |
| Global Facility soc. coop. | in liquidazione | 2.118.548,13 |
| Consorzio Connessione Vita | in liquidazione | 603.502,89 |
| Totale | 42.202.170,20 |
Di fronte a questo buco, il Gip ha disposto sequestri per equivalente per un tetto complessivo di circa 14,1 milioni a carico degli otto indagati. Per Moretti il limite è di 883.756,57 euro: è il profitto che l’accusa gli attribuisce, non il valore del suo patrimonio. Raggiunta quella cifra, il resto dei suoi beni non è vincolato da questo provvedimento. Da quello che trapela da fonti investigative gli uomini delle Fiamme gialle ai sette indagati non sono stati trovai beni da sottoporre a sequestro e successiva confisca. Al momento, quindi, dei 14,1 milioni da sequestrare è stato trovato molto poco.
La pensione: i contributi valgono lo stesso, ma solo per cinque anni
La prima notizia è rassicurante. Per i lavoratori dipendenti vale il principio di automaticità delle prestazioni (articolo 2116 del Codice civile): i contributi non pagati dal datore vengono comunque accreditati dall’Inps, come se fossero stati versati. La pensione non ne risente.
Il limite è la prescrizione. I contributi si prescrivono in cinque anni dalla scadenza del versamento (legge 335 del 1995). Il termine sale a dieci anni se il lavoratore presenta una denuncia all’Inps prima che scadano i cinque. Per chi lavorava nelle cooperative già nel 2018-2020 il tempo è quindi scaduto o sta scadendo.
I contributi prescritti l’Inps non può più incassarli né accreditarli. A quel punto il lavoratore può solo chiedere che il datore costituisca una rendita vitalizia (articolo 13 della legge 1338 del 1962) o chiedergli il risarcimento del danno pensionistico. Con cooperative in liquidazione o estinte, è un diritto sulla carta.
Sulle tasse, invece, i dipendenti possono stare tranquilli. Se la ritenuta Irpef risulta trattenuta in busta paga e certificata nella Cu, il fisco non può chiederla al lavoratore anche se l’azienda non l’ha mai versata: lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 10378 del 2019). Il debito resta tutto a carico del sostituto d’imposta.
Il TFR: c’è il Fondo di garanzia Inps
Per il trattamento di fine rapporto esiste una rete di protezione. Il Fondo di garanzia dell’Inps (legge 297 del 1982) paga il TFR al posto del datore insolvente. Un secondo intervento (decreto legislativo 80 del 1992) copre le ultime tre mensilità non pagate e i contributi non versati alla previdenza complementare.
La tutela vale anche per i soci lavoratori delle cooperative con rapporto di lavoro subordinato. Ma non scatta in automatico: serve un’insolvenza accertata.

- Cooperativa in liquidazione coatta amministrativa (è il caso della Sviluppo Italia): il lavoratore chiede al commissario liquidatore di essere ammesso allo stato passivo per TFR e crediti di lavoro. Ottenuta l’ammissione, presenta la domanda al Fondo Inps.
- Cooperativa in semplice liquidazione volontaria (Pmg Multiservizi, Global Facility, Connessione Vita): la liquidazione da sola non basta. Serve l’apertura di una procedura concorsuale, che per le cooperative è di regola la liquidazione coatta, oppure un pignoramento tentato e risultato infruttuoso.
- Cooperativa ancora attiva (Promo Service): il TFR matura e va chiesto alla cooperativa alla fine del rapporto. Se non paga, si parte con il decreto ingiuntivo.
I crediti di lavoro hanno inoltre un privilegio che li mette davanti al fisco nelle procedure concorsuali (articoli 2751-bis e 2778 del Codice civile). In una liquidazione delle cooperative, quindi, i lavoratori vengono pagati prima dell’Erario.

La strada più concreta: le aziende dove si lavorava davvero
Il punto debole delle cooperative è anche il punto di forza dei lavoratori. Secondo il Gip, appalti e distacchi erano fittizi e mascheravano una somministrazione illecita di manodopera. I dipendenti lavoravano stabilmente dentro aziende vere e solvibili: ristoranti, attività commerciali, imprese di servizi romane.
La legge offre qui due leve:
- La responsabilità solidale del committente (articolo 29 del decreto legislativo 276 del 2003). Chi affida un appalto risponde insieme all’appaltatore di retribuzioni, quote di TFR, contributi e premi Inail. Il lavoratore può chiedere all’azienda dove prestava servizio quanto non pagato dalla cooperativa, ma entro due anni dalla fine dell’appalto.
- L’assunzione da parte dell’utilizzatore (articoli 38 e 39 del decreto legislativo 81 del 2015; per il distacco articolo 30 del decreto 276). Se appalto o distacco non sono genuini, il giudice può dichiarare che il rapporto di lavoro è sempre stato con l’azienda utilizzatrice. I termini sono stretti: impugnazione entro 60 giorni dalla fine del lavoro presso l’utilizzatore, poi ricorso in tribunale entro i 180 giorni successivi.
C’è già un precedente agli atti. Quando la Promo Service non pagò gli stipendi di ottobre, novembre e dicembre 2022, la Crunch srl «per il malumore dei lavoratori» pagò di tasca propria i netti ai dipendenti impiegati da lei. Per il Gip è la conferma che quelle persone erano, di fatto, dipendenti della Crunch.
Dal 2024, con il decreto legge 19, somministrazione e appalto illeciti sono tornati a essere reati anche per l’utilizzatore. È un argomento in più nelle trattative con le aziende clienti.
Roma – Scandalo Link Campus, nel giro della maxi frode il tarquiniese Daniele Moretti

Le aste? Dai beni sequestrati ai lavoratori non arriva nulla
L’idea che i dipendenti possano rifarsi sulle future aste dei beni di Moretti va ridimensionata. Il sequestro del Gip è finalizzato alla confisca prevista per i reati tributari (articolo 12-bis del decreto legislativo 74 del 2000). Se diventerà definitiva, i beni andranno allo Stato a copertura delle imposte evase, non ai lavoratori.
Anche la via del processo penale è stretta. I reati contestati sono fiscali e la falsificazione dei Durc: la persona offesa è l’Erario. Costituirsi parte civile, e chiedere su quella base un sequestro conservativo dei beni dell’imputato (articolo 316 del Codice di procedura penale), non è escluso ma richiede di dimostrare un danno diretto da quei reati.
La partita vera si gioca allora davanti al giudice del lavoro e nelle procedure delle cooperative. Con una sentenza o un decreto ingiuntivo, il lavoratore può pignorare i beni del debitore e farli vendere all’asta. Il commissario della liquidazione coatta può inoltre esercitare l’azione di responsabilità contro gli amministratori, anche di fatto, e recuperare somme da distribuire ai creditori, con i lavoratori in prima fila. Se però un bene è già sotto sequestro penale, lo Stato ha di regola la precedenza.
E di beni, fuori dal perimetro del sequestro, ce ne sarebbero. Secondo quanto risulta alla nostra redazione, restano liberi la villa all’isola d’Elba, l’agriturismo, il resort spa di Marina Velka, che ieri era regolarmente aperto, la barca e le auto. Non è noto a chi siano intestati: molte attività del sistema facevano capo a società come la Moretti & Petrassi Holding. Un bilancio di quanto effettivamente sequestrato non sarà possibile finché il nucleo della Guardia di Finanza non avrà consegnato l’elenco dei beni al pubblico ministero Pasquale Mandolfino.
Cosa deve fare subito chi ha lavorato per le cooperative
- Controllare l’estratto conto contributivo sul sito Inps con Spid o Cie, anno per anno.
- Segnalare all’Inps i buchi con una denuncia formale, prima che passino cinque anni dalla scadenza: il termine di prescrizione sale a dieci.
- Conservare buste paga, Cu, contratti e messaggi che provano dove e per chi si lavorava davvero.
- Rivolgersi a un sindacato o a un avvocato del lavoro per chiedere all’azienda utilizzatrice, entro due anni dalla fine dell’appalto, stipendi, TFR e contributi non pagati.
- Impugnare entro 60 giorni dalla fine del lavoro se si vuole chiedere l’assunzione presso l’azienda dove si prestava servizio.
- Per la Sviluppo Italia, insinuarsi nello stato passivo della liquidazione coatta e poi presentare domanda al Fondo di garanzia Inps per TFR e ultime tre mensilità.
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