Le poltrone che contano: l’Italia rischia di restare fuori dai vertici BCE


di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa

Entro dicembre si chiuderà il più intenso valzer di nomine ai vertici della Banca Centrale Europea degli ultimi ventotto anni. Non è un caso isolato: nel 2027 scadono contemporaneamente tre mandati chiave nel comitato esecutivo dell’Eurotower, quello del capo economista Philip Lane a maggio, quello della presidente Christine Lagarde a ottobre e quello di Isabel Schnabel a dicembre. E c’è chi scommette che Lagarde possa anticipare il proprio addio già alla primavera prossima, per lasciare a Francia e Germania il tempo di orientare la successione prima delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027, che potrebbero riportarla proprio a Parigi in un ruolo politico di primo piano.

È una partita che si gioca con largo anticipo rispetto alle scadenze formali, come dimostra il precedente recente del governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau, che ha lasciato l’incarico in anticipo proprio per consentire a Macron di scegliere il proprio successore prima che le urne rendessero la scelta meno agevole. La stessa logica, secondo gli osservatori più attenti alle dinamiche interne dell’Eurotower, guiderebbe ora le manovre attorno alla successione di Lagarde: blindare le nomine chiave prima che l’incertezza elettorale francese renda tutto più complicato.

Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza per la presidenza, lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, già governatore della Banca di Spagna e oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali, resta il candidato più accreditato, insieme all’olandese Klaas Knot e ai tedeschi Joachim Nagel e Isabel Schnabel. Colpisce, scorrendo questi elenchi che si aggiornano di settimana in settimana, l’assenza pressoché totale di un nome italiano tra i papabili di peso, in un momento in cui l’Italia non esprime alcuna delle altre cariche apicali dell’architettura istituzionale europea, dalla Commissione al Parlamento, dal Consiglio Ue fino allo stesso Meccanismo Europeo di Stabilità.

Eppure un profilo internazionalmente spendibile l’Italia lo avrebbe, e non da oggi. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha già sedimentato un’esperienza diretta nel comitato esecutivo della Bce, di cui è stato membro fino al proprio insediamento a Palazzo Koch, e continua a godere di una stima trasversale nel board of governors che raramente viene riconosciuta con altrettanta convinzione a un candidato di un solo Paese. Le sue posizioni recenti sulla politica monetaria, improntate a una cautela che lo colloca tra le voci più prudenti rispetto alla linea più rigorosa di Schnabel, ne fanno peraltro un profilo di equilibrio, capace potenzialmente di ricomporre le divisioni interne tra falchi e colombe che negli ultimi mesi hanno reso il dibattito sui tassi meno lineare del solito.

Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la disponibilità di un candidato credibile, quanto la capacità del sistema Paese di attivarsi per tempo nelle sedi negoziali che contano. Le nomine ai vertici delle istituzioni europee si decidono attraverso equilibri costruiti mesi, se non anni, prima della scadenza formale, in un gioco diplomatico che premia chi si muove con anticipo e penalizza chi arriva alla partita quando le carte sono già state distribuite tra le cancellerie più attive. Il precedente della stessa Lagarde, scelta nel 2019 da un asse franco-tedesco che seppe muoversi con tempismo, resta la dimostrazione più evidente di come queste scelte non siano mai frutto del solo merito tecnico, ma di una capacità negoziale che l’Italia, negli ultimi cicli di nomine europee, ha mostrato di possedere in misura più limitata rispetto ad altri Paesi di peso comparabile.

Per il sistema delle piccole e medie imprese italiane, la composizione dei vertici della Banca Centrale Europea non è un tema distante dalla vita quotidiana. Le scelte di politica monetaria che l’Eurotower assumerà nei prossimi anni, in un contesto segnato da shock energetici ricorrenti e da un’inflazione che fatica a stabilizzarsi sull’obiettivo del due per cento, incideranno direttamente sul costo del credito, sulle condizioni di accesso al finanziamento e sulla competitività complessiva del tessuto produttivo nazionale. Avere una voce autorevole e riconosciuta nella stanza in cui queste decisioni vengono prese non è un vezzo diplomatico, ma una condizione concreta perché la sensibilità di un’economia manifatturiera diffusa come quella italiana trovi ascolto nei meccanismi che ne condizionano il futuro. Il governo farebbe bene a considerare questa partita con la stessa urgenza con cui la stanno affrontando Parigi e Berlino.

Paolo Longobardi
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Author: Paolo Longobardi

Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.


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