Nel 2026 il Ministero della Cultura ha comunicato che l’Art Bonus ha generato oltre 1,2 miliardi di euro di erogazioni, più di 54mila donazioni, oltre 3mila enti beneficiari e circa 8.500 progetti.
La misura rappresenta ormai un elemento strutturale per il finanziamento della cultura italiana. Ma chi riesce davvero a intercettare queste risorse? E quanto è semplice, per un cittadino, trasformare una donazione in un beneficio fiscale? Con il presente documento proviamo a dare risposta ai seguenti interrogativi.
Introdotto nel 2014 e reso permanente nel 2016, l’Art Bonus riconosce un credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali destinate a determinati interventi nel settore culturale.
È un risultato importante, ma occorre comprendere come lo strumento funziona e suggerire eventuali spunti di miglioramento.
Chi può beneficiare dell’Art Bonus
Preliminarmente, occorre chiarire come l’Art Bonus non riguarda tutto il settore culturale in quanto la normativa individua specifiche categorie di beneficiari e tipologie di interventi agevolabili.
Tra i destinatari ci sono amministrazioni pubbliche, istituti e luoghi della cultura pubblici, concessionari o affidatari di beni culturali pubblici e numerosi soggetti dello spettacolo dal vivo. La misura agevolativa non si applica invece alle erogazioni liberali effettuate a favore di beni culturali appartenenti a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.
Per quanto concerne invece i progetti ammissibili, le erogazioni possono finanziare i seguenti interventi:
- manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici;
- sostegno a istituti e luoghi della cultura pubblici, fondazioni lirico sinfoniche, teatri di tradizione ed altri Enti dello Spettacolo;
- realizzazione, restauro e potenziamento di strutture di enti e istituzioni pubbliche dello spettacolo.
Non basta quindi essere un ente culturale non profit. La possibilità di accedere all’Art Bonus dipende dalla natura del soggetto e dalla tipologia di intervento. Questo rappresenta uno dei limiti strutturali della misura: l’Art Bonus non coincide con il finanziamento privato alla cultura nel suo complesso.
Art Bonus e dichiarazione dei redditi: come funziona
Per il donatore, il meccanismo è più semplice, infatti, chi effettua una donazione ammissibile può ottenere un credito d’imposta pari al 65% dell’importo versato.
Per le persone fisiche e gli enti non commerciali il credito è riconosciuto entro il limite del 15% del reddito imponibile mentre per i titolari di reddito d’impresa il limite è invece pari al 5 per mille dei ricavi annui.
La donazione deve essere effettuata con un sistema di pagamento tracciabile e la documentazione relativa all’erogazione va conservata.
Il credito d’imposta viene utilizzato in tre quote annuali di pari importo. Una donazione di 3.000 euro genera, per esempio, un credito di 1.950 euro, utilizzabile in tre quote da 650 euro.
Per chi presenta il modello 730, nella dichiarazione 2026 relativa ai redditi 2025, l’Art Bonus va indicato nel Quadro G, Sezione VII, rigo G9 mentre nel modello Redditi Persone Fisiche il riferimento è il quadro CR14. Come previsto dalle istruzioni, le persone fisiche iniziano a fruire della prima quota annuale del credito d’imposta – nella misura di un terzo dell’importo maturato – nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui è stata effettuata l’erogazione liberale, ai fini del versamento delle imposte sui redditi.
Per le imprese invece la modalità di utilizzo è differente in quanto il credito viene indicato nel quadro RU e potrà essere utilizzato in compensazione tramite modello F24 nei limiti di un terzo della quota maturata, con decorrenza dal 1° giorno del periodo d’imposta successivo a quello di effettuazione delle erogazioni liberali.
La procedura non è particolarmente complessa, ma richiede attenzione. Per questo gli enti culturali hanno un ruolo anche nell’informare il donatore: spiegare il beneficio fiscale fa parte, sempre più, del fundraising.
Chi raccoglie di più?
Le donazioni Art Bonus sono fortemente concentrate nei territori economicamente più forti. Sulla base dei dati riportati da Federculture, la Lombardia è nettamente al primo posto per risorse raccolte, seguita da Toscana, Emilia-Romagna e Piemonte mentre il divario con diverse regioni meridionali rimane molto ampio.
Dove ci sono più imprese, grandi istituzioni culturali e reti di relazioni, il fundraising risulta maggiormente attrattivo.
L’Art Bonus mette a disposizione un incentivo fiscale ma non porta automaticamente il donatore alla porta dell’istituzione. Per raccogliere infatti servono persone, competenze, relazioni e comunicazione. Occorre individuare potenziali sostenitori, costruire progetti, spiegare il vantaggio fiscale e mantenere il rapporto con il mecenate.
Un grande museo può avere un ufficio fundraising mentre le piccole istituzioni risultano essere meno attrattive con il rischio che l’Art Bonus favorisca soltanto i grandi enti.
Da qui una possibile priorità per il futuro: investire nelle competenze di fundraising degli enti più piccoli e meno strutturati.
Un successo da migliorare e consolidare
Dopo oltre dieci anni, l’Art Bonus ha dimostrato di poter mobilitare risorse private per la cultura su una scala significativa.
Il tema, oggi, non è tanto mettere in discussione il modello quanto farlo funzionare meglio e per una platea più ampia. Più formazione sul fundraising, maggiore informazione sui meccanismi fiscali e dati più dettagliati sulla distribuzione delle donazioni permetterebbero di rafforzare lo strumento e misurarne meglio gli effetti.
Il primo obiettivo è stato raggiunto, ossia quello di convincere cittadini e imprese a investire nella cultura ma quello futuro è ancora più ambizioso: fare in modo che il mecenatismo non sia un’opportunità soltanto per le istituzioni che hanno già le risorse e le competenze per attrarlo.
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