Villa abusiva dei sinti a Ivrea. Arrivano le ruspe. Al volante c’è Matteo Chiantore


Dopo quindici anni di ordinanze, sentenze, delibere, mozioni, esposti, sequestri, condanne, ricorsi, promesse e soprattutto di niente, è arrivato l’ok della Prefettura all’abbattimento della villa abusiva dei sinti in località San Giovanni. Quella villa. Proprio quella. Quella che da anni campeggia a due passi dal campo di strada vicinale Cascina Forneris, nell’area di via della Fornace. Quella con le palme, il giardino, le telecamere. Quella che nelle cronache più recenti è diventata la “villa di Giovanni Lagaren” e che avrebbe dovuto sparire dal paesaggio quando ancora Matteo Chiantore non era sindaco, Stefano Sertoli non era sindaco e probabilmente qualcuno degli attuali consiglieri comunali andava ancora a scuola.

A confermare la svolta è proprio Matteo Chiantore: «La demolizione verrà eseguita nei prossimi mesi». L’Amministrazione comunale provvederà a stanziare in bilancio le somme necessarie per l’intervento, mentre la Prefettura garantirà che tutte le operazioni si svolgano in condizioni di sicurezza. Ed è quest’ultimo il passaggio che pesa più di tutti. Perché in quindici anni il problema non è mai stato capire se quella villa fosse abusiva. Su questo si sono pronunciati il Comune, il TAR e perfino il giudice. Il problema, a un certo punto, è diventato molto più terra terra: chi ci va ad abbatterla? Con quali garanzie? Con quale apparato di sicurezza?

«La si fa facile! Ma chi ci va lì ad abbattere quelle case? Secondo gli uffici se non le abbattiamo non possiamo fare l’esproprio. E se non possiamo fare l’esproprio resta tutto così com’è! Un problema enorme. Ce ne vorremmo occupare eccome ma non c’è una soluzione…» – ci diceva nel 2022 l’ex sindaco Stefano Sertoli, allargando le braccia. E invece una soluzione, evidentemente, c’era. O comunque adesso c’è.

Per capire quanto sia gigantesco il ritardo bisogna riavvolgere il nastro fino al principio. E il principio, a voler essere precisi, viene addirittura prima del 2011. Nel 2006, al civico 3 di Strada Vicinale Cascina Forneris, c’era un piccolo fabbricato utilizzato come ricovero per attrezzi agricoli. Una baracca, sostanzialmente. Venne distrutta da un incendio rimasto nelle cronache dell’epoca come “misterioso”. Passano alcuni anni e il 20 maggio 2011 negli uffici del Comune arriva una Denuncia di Inizio Attività, la vecchia DIA, per la ricostruzione e ristrutturazione di quel ricovero attrezzi. Sulla carta dovrebbe misurare 5 metri e 70 per 3 metri e 50. Fate la moltiplicazione: siamo intorno ai 20 metri quadrati. Un capanno.

Solo che quando, a metà luglio, la Polizia Municipale va a dare un’occhiata la costruzione misura 14 metri e 70 per 6 metri, con un’altezza di circa 2 metri e 80. Quasi 90 metri quadrati, contro i venti denunciati. Le ricostruzioni successive parleranno di una villa di oltre cento metri quadrati. Altro che ricovero per rastrelli, zappe e carriole. È una casa. Nel luglio del 2011 anche il professionista che ha redatto la DIA ne prende le distanze, comunicando al Comune che quanto si stava costruendo non era conforme al progetto presentato. Insomma, non serviva Sherlock Holmes.

Morale? Il 15 luglio 2011 il Comune di Ivrea dispone l’immediata sospensione dei lavori. Uno potrebbe pensare: ordinanza di sospensione, lavori sospesi. Macché. Il 24 agosto, durante un nuovo sopralluogo, gli agenti constatano che il cantiere è andato avanti e che il tetto è ormai praticamente completato. A quel punto entra in scena anche la Procura. Il 31 agosto 2011 viene notificato il decreto di sequestro preventivo. Sull’edificio vengono apposti i sigilli e quattro cartelli con la scritta «immobile sottoposto a sequestro». Quattro. Non uno nascosto dietro un cespuglio. Quattro cartelli. Servono? No. I lavori continuano.

Intanto il Comune emette anche una successiva ordinanza con cui dispone la demolizione dell’edificio e il ripristino dello stato dei luoghi. Il responsabile dell’abuso fa ricorso al TAR e il giudice con ordinanza del 15 dicembre 2011, rigettano l’istanza. Scrive il giudice: «… l’intervento in concreto eseguito oltre a risultare sostanzialmente e funzionalmente difforme da quello per il quale era stata presentata la d.i.a. travalicasse anche il limite di assentibilità…». In parole povere quello che era stato costruito non aveva quasi nulla a che vedere con ciò che era stato dichiarato e non poteva nemmeno essere autorizzato in quella forma.

Ma mentre le carte viaggiano tra uffici, avvocati e tribunali, la villa cresce. Il 17 aprile 2012 la Polizia Municipale torna sul posto. I sigilli non ci sono più. La copertura è stata completata con le tegole, la facciata è intonacata, sono comparsi gli infissi e all’interno ci sono ormai gli arredi. È diventata un’abitazione.A settembre il Comune notifica l’accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione. Un passaggio tutt’altro che secondario perché la mancata demolizione comporta anche l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area interessata dall’abuso secondo le procedure previste dalla legge. Ed infatti, qualche anno dopo, il terreno risulterà acquisito al patrimonio del Comune.

Non è finita qui … Il 23 ottobre 2012 il Consiglio comunale di Ivrea  autorizza la demolizione d’ufficio dell’abuso edilizio con spese a carico del responsabile. Viene persino previsto il capitolo di bilancio. A quel punto c’è tutto. C’è l’abuso accertato. C’è l’ordine di sospensione. C’è l’ordine di demolizione. C’è il TAR. C’è l’inottemperanza. C’è il sequestro. C’è la delibera del Consiglio comunale. Manca solo una cosa: la demolizione.

Passano giorni, settimane, mesi. Poi passa un anno. Poi quasi due. La villa resta lì e nel frattempo diventa sempre meno capanno e sempre più villa. Arrivano il giardino, le palme, i gazebo. Nelle cronache di quegli anni si parla persino dell’ipotesi di una piscina. Il 31 marzo 2014, tre consiglieri comunali – Pierre Blasotta, Francesco Comotto e Alberto Tognoli – firmano una mozione con cui chiedono di procedere immediatamente all’abbattimento. Il documento ricorda una cosa elementare: il Consiglio comunale non aveva individuato né prevalenti interessi pubblici, né vincoli urbanistici o ambientali tali da giustificare il mantenimento dell’edificio. La mozione passa con 13 voti favorevoli e tre astensioni. Risultato? Nessuna ruspa. Nessun intervento.

Così Pierre Blasotta, allora capogruppo del Movimento 5 Stelle, decide di portare le carte in Procura con un esposto per presunta omissione di atti d’ufficio, articolo 328 del Codice Penale. Dentro c’è tutta la storia: sopralluoghi, ordinanze, demolizione mai eseguita, delibera consiliare rimasta sulla carta e un edificio che nel frattempo continua tranquillamente a vivere la propria vita. Nemmeno quello basta.

Nel 2015 la vicenda approda nuovamente davanti a un giudice, questa volta si rischia il penale. Nelle cronache giudiziarie la proprietaria dell’immobile viene indicata come Valentina Dubois, allora 41enne, difesa dall’avvocato Celere Spaziante. Negli articoli e nei servizi televisivi degli ultimi anni l’abitazione viene invece indicata come la villa di Giovanni Lagaren.

Nell’ottobre del 2015 il Tribunale di Ivrea condanna Valentina Dubois a cinque mesi di reclusione e 200 euro di multa per abuso edilizio e violazione dei sigilli. Il pubblico ministero Gianluca Dicorato aveva chiesto una pena ancora più pesante: un anno e quattro mesi di reclusione e mille euro di multa. Il giudice Lodovico Morello non si limita alla condanna. Ordina anche la demolizione dell’immobile entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza. Tre mesi.

La difesa annuncia l’appello e mette sul tavolo anche il problema sociale: nella villa vivono più persone, compresi dei minori. Secondo quanto dichiarato allora dall’avvocato Spaziante, insieme a Dubois abitavano nell’edificio altre otto persone, tra cui quattro nipoti minorenni.

Nel 2016 scoppia l’ennesima la polemica politica. L’ex assessore Giuseppe Dallan va all’attacco dell’allora sindaco Carlo Della Pepa, accusandolo di non avere il coraggio di dare seguito agli atti già adottati e parlando di una sorta di «legalità di facciata». Cambiano le amministrazioni. Cambiano i sindaci. Passano gli anni. La villa no. Rimane al suo posto. Sempre più rifinita, sempre più definitiva, sempre più difficile da spiegare a qualsiasi cittadino cui il Comune abbia mai contestato una veranda, una tettoia, un muro spostato di mezzo metro o una pratica edilizia sbagliata. Un monumento all’illegalità che non incontra ostacoli. Un pugno nello stomaco per chi crede nello Stato di diritto.

Con l’Amministrazione Stefano Sertoli il problema riemerge più volte, ma la risposta è quella che nel 2022 lo stesso sindaco consegna a La Voce: chi va materialmente ad abbattere quelle costruzioni? Come lo si fa? Con quali conseguenze? E tutto resta lì.

Poi arriva il 2025 e quella villa, dopo anni di cronache locali, diventa definitivamente un caso nazionale. A San Giovanni arrivano le telecamere di Fuori dal Coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano. La giornalista Delia Mauro e la troupe cercano di realizzare un servizio proprio sulle costruzioni abusive e sulla villa associata a Giovanni Lagaren. A marzo vengono accerchiati, minacciati e costretti ad allontanarsi chiedendo l’intervento dei carabinieri. A settembre tornano. E succede di nuovo. Questa volta sul posto ci sono anche gli agenti di Polizia e le immagini dell’aggressione finiscono davanti a centinaia di migliaia di telespettatori. Il caso di Ivrea non è più una vecchia storia urbanistica sepolta negli archivi comunali. Diventa una questione di ordine pubblico, oltre che di legalità.

È dopo quei fatti che Matteo Chiantore cambia passo e promette pubblicamente che le costruzioni abusive verranno abbattute. Nel frattempo il Comune avvia, insieme all’Associazione 21 luglio, il progetto per il superamento dell’intero campo sinti attraverso il modello Ma.REA. Ma nel novembre 2025 Chiantore mette subito un paletto: il dossier della villa non verrà confuso con quello del campo. Sono due cose diverse. Da una parte c’è un percorso sociale, abitativo e di progressivo superamento dell’insediamento. Dall’altra c’è un edificio abusivo colpito da quindici anni di provvedimenti.

Ed è proprio su questo secondo binario che, finalmente, nel 2026 qualcosa comincia a muoversi davvero. Il 14 gennaioil Comune emette una nuova ordinanza dirigenziale di sgombero e successiva demolizione, concedendo agli occupanti 90 giorni per ottemperare. La famiglia presenta ricorso al TAR. Potrebbe sembrare l’ennesimo stop ma non viene chiesta la sospensiva e  l’atto del Comune continua a produrre i suoi effetti.

Palazzo civico decide quindi di costituirsi in giudizio e affida la propria difesa all’avvocato Andrea Castelnuovo. Il 29 aprile 2026 gli occupanti, accompagnati dal loro legale, si presentano in Comune. Si discute della situazione, dei tempi, della possibilità di individuare una soluzione abitativa alternativa per i nuclei che vivono nell’edificio. Ma l’Amministrazione non ritira l’ordinanza. A maggio Chiantore conferma pubblicamente che il procedimento va avanti. Annuncia un ulteriore atto con cui il Comune comunicherà tempi e modalità dell’intervento e chiarisce che Prefettura e Questura stanno seguendo il dossier.

E qui arriviamo a oggi. Perché quello che allora era ancora un dialogo istituzionale adesso è diventato qualcosa di molto più concreto. La Prefettura ha dato l’ok. Il Comune metterà a bilancio i soldi necessari. Le operazioni verranno programmate con un dispositivo in grado di garantirne la sicurezza. E la villa, assicura Chiantore, verrà demolita nei prossimi mesi.

Dopo quindici anni non siamo più, almeno questa volta, davanti all’ennesima ordinanza che dice che bisogna demolire. Quelle abbondano. Non siamo davanti all’ennesima sentenza. C’è già. Non siamo davanti all’ennesima promessa generica di occuparsi del problema. Adesso ci sono un’Amministrazione che dice di voler finanziare materialmente l’intervento e una Prefettura pronta a garantire la cornice di sicurezza necessaria per eseguirlo.

Dopodiché resta un piccolissimo particolare: bisogna farlo.

Perché questa storia ha già visto passare abbastanza carta da riempire una stanza.

Ora tocca alla ruspa.

E poi c’è l’altro incubo. Quello del campo nomadi e di un terreno confinante di proprietà di Giovanni Gaida, morto nel 2018 senza riuscire a vedere la fine di una storia che si trascinava da decenni. Un problema che dopo la sua morte è passato alla moglie Gloriana Lesca Gaida e ai figli. Con una speranza abbastanza elementare: non doverlo lasciare in eredità anche ai nipoti.

E pensare che all’inizio sarebbe bastato poco. Una recinzione.

Quando quella che divideva la proprietà Gaida dal Campo Nomadi venne divelta, la famiglia chiese al Comune di intervenire e ripristinarla. Poca spesa, un minimo di diligenza e, probabilmente, una buona parte di quello che sarebbe successo dopo non sarebbe mai successa.

E invece? Nulla.

Prima vengono tagliati 29 alberi di rovere per realizzare un galoppatoio per cavalli da corsa. Poi, e certamente non nel corso di una notte, sul terreno cominciano a spuntare fabbricati abusivi.

Non sono racconti tramandati davanti al bar. È tutto scritto. Giorno per giorno, abuso dopo abuso, in una relazione del maggio 2000 firmata da due tecnici dell’Arpa, due dirigenti dell’area tecnica e dal maresciallo Rebesco.

E non finisce lì. Il 30 dicembre 2003 arriva una sentenza che censura il comportamento del Comune di Ivrea per aver tenuto «una condotta colposa consentendo una sostanziale espropriazione dei fondi…».

Due anni dopo, nel 2005, tocca al TAR: il giudice ordina all’Amministrazione comunale di procedere alla demolizione degli abusi edilizi.

Finalmente?

Macché.

Fu quella volta che il Comune avrebbe chiesto – e sembra veramente di raccontare una barzelletta – che ad occuparsi della demolizione fosse il proprietario del terreno. Giovanni Gaida. Lui. Magari con pala, piccone e tanta buona volontà, andando personalmente a demolire gli immobili a tu per tu con i Sinti. Gli stessi con i quali, in precedenza, aveva già avuto pesantissimi problemi ed era stato anche selvaggiamente aggredito.

In pratica: il Comune non era riuscito a impedire gli abusi, non riusciva a demolirli e pensava di mandare avanti il cittadino che quegli abusi li aveva subiti.

La stessa Pubblica Amministrazione, però, quando c’era da spedire carta, dimostrava improvvisamente un’efficienza invidiabile. Nel 2015 gli accertamenti Ici e Imu relativi ai fabbricati abusivi arrivano ai Gaida, proprietari dei terreni, non ai sinti che quegli immobili li avevano costruiti e utilizzati.

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Non bastasse, negli anni alla famiglia vengono notificate persino due pesanti sanzioni per il mancato accatastamento degli immobili abusivi.

Avete letto bene.

Prima ti costruiscono abusivamente sul terreno. Poi lo Stato non riesce a risolvere il problema. Infine arriva la Pubblica Amministrazione e multa te perché gli immobili abusivi costruiti dagli altri sul tuo terreno non sono accatastati.

Un capolavoro.

Negli anni avevamo raccontato la vicenda fino a questo punto, ricordando anche come sindaci e assessori succedutisi a Palazzo civico avessero sempre assicurato, a parole, di volersene occupare. Nei fatti il problema è stato spostato un po’ più avanti, amministrazione dopo amministrazione, anno dopo anno.

Nel frattempo, nel 2002, il Comune aveva anche modificato la destinazione urbanistica dell’area: da terreno agricolo ad area a Servizi per l’ampliamento del Campo Nomadi. Risultato per i Gaida: una proprietà già occupata dagli abusi e resa, di fatto, anche invendibile.

Della storia si sono occupati negli anni anche Francesco Comotto, allora consigliere comunale e oggi assessore all’Urbanistica, l’ex consigliere di Forza Italia Tommaso Gilardini e l’ex presidente del Consiglio comunale Diego Borla.

Poi c’è una lettera che racconta perfettamente quanto questa vicenda sia stata capace di arrivare ogni volta a un centimetro dalla soluzione per poi tornare indietro.

È datata 14 marzo 2018 ed è firmata dall’allora responsabile dell’Ufficio Tecnico, l’architetto Nedo Vinzio. Viene inviata all’allora sindaco Carlo Della Pepa e a tutti i consiglieri comunali e informa i Gaida «delle attività avviate per addivenire all’esproprio delle aree»Finalmente si parla concretamente di acquisizione.

Nella lettera vengono indicati sette passaggi necessari per arrivare all’atto notarile. Tra questi c’è anche la redazione del progetto definitivo della fognatura.

Già. Perché, pensa un po’ te, il campo nomadi è sprovvisto pure di quella.

Sembra la volta buona. Ma nel frattempo cambia l’Amministrazione. A Carlo Della Pepa succede Stefano Sertoli e una delle prime risposte della nuova giunta di centrodestra è, sostanzialmente, una resa.

A Gloriana Lesca Gaida e ai figli viene comunicato che non si può procedere all’acquisizione del terreno perché la precedente Amministrazione non avrebbe portato a termine l’iter indicato nella lettera del 14 marzo 2018. Mancherebbero quindi gli elementi per dimostrare «un esproprio di pubblica utilità».

E siamo di nuovo al punto di partenza.

Solo che nel frattempo sono passati gli anni. Sono passate le relazioni tecniche. Sono passate le sentenze. Sono passati i sindaci. Sono passati gli assessori. Sono passate le promesse.

Ed è morto anche Giovanni Gaida.

Lui la soluzione non l’ha vista.

Ha visto gli alberi abbattuti sul suo terreno, gli abusi, le carte, i tribunali, le richieste al Comune, gli accertamenti fiscali e persino le multe. Ha visto una Pubblica Amministrazione incapace per anni di restituirgli pienamente ciò che era suo e contemporaneamente puntualissima quando si trattava di chiedergli soldi.

Altro che pratica amministrativa rimasta aperta.

È la storia di un cittadino che ha chiesto allo Stato di far rispettare la legge sul suo terreno e ha finito per morire aspettando che lo Stato decidesse di farlo.

Una delibera del 6 agosto. Poche pagine, molto burocratese, ma dentro c’è qualcosa che a Ivrea si aspettava da decenni. Una famiglia lascia il campo sinto di strada Vicinale Cascine Forneris.

Per realizzare questo primo progetto l’amministrazione comunale mette a disposizione fino a 4 mila euro.

Insomma, fiato alle trombe. Perché, dopo anni di discussioni, annunci, riunioni, polemiche, promesse, emergenze vere o presunte e campagne elettorali combattute anche sulla pelle di chi vive lì dentro, questo è il primo caso concreto di uscita dal campo nell’ambito del percorso avviato dal Comune per il suo superamento.

Uno. Si comincia da uno. E già questo, considerando la storia di Cascine Forneris, è qualcosa.

A giugno era finalmente comparso anche un numero preciso: 49 persone. 38 adulti e 11 minori. Non ottanta. Non cento. Non “chissà quanti”. Non una cifra buona per essere stiracchiata a seconda delle necessità, magari al bar, sui social, durante una campagna elettorale o nel racconto di una città assediata. Quarantanove.

Tutto nero su bianco in una precedente delibera con cui l’Amministrazione guidata dal sindaco Matteo Chiantore ha certificato la conclusione della prima fase del progetto Ma.REA. e indicato i passaggi successivi.

Al netto del linguaggio da atto amministrativo, quella delibera dice una cosa persino rivoluzionaria per una vicenda trascinata per mezzo secolo: il tempo delle stime a occhio è finito. Basta numeri tramandati. Basta residenti sulla carta che magari lì non abitano più. Basta percezioni trasformate in statistiche.

Il Comune riconosce ufficialmente che il percorso riguarda le persone individuate attraverso la mappatura effettuata dalla San Donato Società Cooperativa Sociale, sotto la supervisione dell’Associazione 21 Luglio, tra il 15 gennaio e il 15 giugno 2026.

Sembra normale. Non lo è. Perché per decenni il campo è rimasto avvolto nella nebbia. Tutti ne parlavano, ma quando bisognava passare dalle chiacchiere alla realtà diventava complicato persino capire con precisione chi ci abitasse, quanti fossero i residenti effettivi, quali nuclei familiari fossero ancora presenti e quante persone risultassero invece legate a quell’indirizzo soltanto sui registri.

Si è cominciato con la numerazione delle abitazioni. Sembra una banalità. Non lo è affatto. Significa mappare, numerare e verificare. Non più semplicemente “il campo”. Ma abitazioni. Persone. Famiglie. Presenze. Assenze. Responsabilità.

Il passaggio forse più delicato riguarda proprio l’anagrafe. La delibera demanda alla Polizia Municipale e all’Ufficio Anagrafe i controlli sui cittadini che risultano residenti nell’insediamento ma che non compaiono nella mappatura, “ai fini di una valutazione della eventuale cancellazione anagrafica per irreperibilità”.

Pe farla breve, chi risulta residente lì ma lì non vive più, se irreperibie, è stato cancellato dall’anagrafe.

Anche questo è un cambiamento di metodo. Per anni il “campo” è stato una gigantesca zona grigia: persone presenti, persone assenti, indirizzi rimasti addosso anche a chi magari se n’era andato da tempo. Una confusione perfetta per alimentare equivoci.

Il principio stabilito è semplice: il percorso di superamento riguarda le persone effettivamente presenti e individuate dalla mappatura. Non una platea indefinita. Non un numero mobile. Non qualcuno che possa comparire all’improvviso quando cominciano i percorsi abitativi. E qui finisce la parte semplice.

Perché chiudere un campo non significa mettere un lucchetto a un cancello, spostare qualche roulotte, demolire due baracche e presentarsi davanti alle telecamere con il casco da cantiere.

Significa capire chi può andare dove.

Chi ha un reddito e chi non ce l’ha. Chi può cercare una casa sul mercato privato. Chi può partecipare alle graduatorie per l’edilizia pubblica. Chi ha figli che frequentano la scuola. Chi ha bisogno di un sostegno educativo. Chi deve sistemare documenti e posizioni amministrative. Chi vive con chi. Quali nuclei devono restare insieme. Chi possiede già gli strumenti per affrontare un percorso di autonomia e chi invece ha bisogno di essere accompagnato.

Dopo la fotografia si è cominciato il lavoro vero. Famiglia per famiglia.

Contare 49 persone è relativamente facile. Accompagnare 49 persone fuori da un insediamento nato, cresciuto e tollerato per mezzo secolo è tutta un’altra faccenda. Molto più complicata. Molto più lenta.

Per seguire il percorso la Giunta ha istituito un Tavolo permanente di lavoro. Ne fanno parte il sindaco Matteo Chiantore, l’assessora Gabriella Colosso, il Segretario Generale, i dirigenti delle aree comunali interessate, il comandante della Polizia Municipale, il funzionario delle Politiche Sociali referente del progetto e il coordinatore della cooperativa San Donato. A quest’ultima è stato affidato il servizio educativo e di mediazione necessario a completare la fase 1 e avviare la fase 2 del modello Ma.REA con una spesa di circa 30 mila euro.

Negli atti viene spiegato che la prima fase è servita a capire chi vive davvero nel campo. La seconda servirà a farle uscire non attraverso un piano standard uguale per tutti, ma con percorsi differenti, costruiti sulla condizione delle singole famiglie.

È questo il senso del modello Ma.REA. – “Mappare e Realizzare Comunità”, proposto dall’Associazione 21 Luglio e già sperimentato in altre città italiane. Niente ruspe, almeno nelle intenzioni. Niente blitz. Niente operazioni muscolari da prima serata. Niente foto ricordo davanti alle macerie.

Un accompagnamento delle famiglie verso abitazioni ordinarie, servizi, scuola, lavoro, autonomia e rapporti normali con il resto della città.

Per capire da dove nasce questo approccio bisogna guardare anche alla figura di Carlo Stasolla, sociologo, fondatore e presidente dell’Associazione 21 Luglio, oggi considerato una delle voci più autorevoli in Italia sul tema delle comunità rom e sinte.

La sua storia personale spiega molto della radicalità del metodo scelto.

Da giovane, Stasolla lascia la propria vita ordinaria per vivere per anni in un campo rom alla periferia di Roma, condividendo direttamente condizioni di marginalità, precarietà e segregazione.

Da quell’esperienza nasce il suo impegno pubblico: libri, rapporti, studi sul sistema dei campi rom in Italia, partecipazione alla Commissione Jo Cox contro il razzismo e la xenofobia, riconoscimenti internazionali e, nel 2025, la nomina a Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana da parte del presidente Sergio Mattarella, per il suo lavoro a favore di persone e gruppi in condizione di estrema segregazione e discriminazione.

Secondo le stime nazionali, nel nostro Paese vivono tra le 120 mila e le 150 mila persone appartenenti alle comunità rom e sinte. Di queste, solo una minoranza continua a vivere nei campi monoetnici: circa 40 mila nel 2010, poco più di 10 mila oggi.

Una riduzione enorme, che ha spinto molte amministrazioni a tentare strade nuove.

In Piemonte le esperienze simbolo sono quelle di Collegno e Asti, entrambe seguite dall’Associazione 21 Luglio.

Collegno un campo storico da circa settanta persone è stato progressivamente superato attraverso soluzioni abitative ordinarie e percorsi personalizzati di autonomia. Nessuno sgombero muscolare. Nessuna tensione sociale da ordine pubblico. Il caso è stato presentato alla Camera dei Deputati come modello nazionale sul superamento dei campi rom.

Ad Asti, invece, il Piano “Oltre il Campo” ha portato alla chiusura della baraccopoli di via Guerra 36 nel settembre 2025. Anche lì il percorso è passato dal coinvolgimento dei servizi sociali, delle scuole, delle associazioni e delle famiglie. La Prefettura di Asti ha parlato di operazioni programmate da tempo per il superamento del campo presente sul territorio dai primi anni Novanta.

Ivrea si è inserita dentro quella stessa traiettoria. Lo ha fato tardi. Molto tardi.

E lo ha fatto dopo che la vicenda del campo è esplosa anche mediaticamente, con il caso della villa abusiva di Giovanni Lagaren, l’aggressione subita da una troupe Mediaset durante un servizio della trasmissione Fuori dal Coro, in onda su Rete 4, e l’improvviso interesse nazionale per un problema che in città esisteva da anni.

Anzi, da decenni. Quelle immagini — giornalisti inseguiti, spintonati e insultati mentre cercavano di raccontare ciò che accadeva dentro l’area — hanno acceso i riflettori. E sarebbe ingeneroso non riconoscere che da lì, anche grazie al lavoro della giornalista Delia Mauro, qualcosa è successo.

Il campo, naturalmente, era lì anche prima. Le famiglie c’erano anche prima. Le costruzioni abusive pure. I bambini cresciuti ai margini anche. Solo che prima si era sempre fatto finta di niente.

Poi sono arrivate le telecamere. E improvvisamente tutti hanno scoperto che quel pezzo di città esisteva davvero.

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Tant’è.

Dentro questo quadro continua a pesare proprio la vicenda della villa abusiva di Giovanni Lagaren.

Su quella costruzione esiste un esposto e un ricorso da parte degli occupanti. Il Comune si è già costituito in giudizio. Nei prossimi mesi è atteso un passaggio decisivo. Se non emergeranno soluzioni alternative concrete, Palazzo civico potrebbe avviare la ricerca di una ditta incaricata della demolizione, tentando parallelamente di individuare sistemazioni abitative per evitare che le persone presenti restino senza casa.

Ed è proprio qui che si giocherà la partita più difficile. Non dentro il campo. Ma in villa.

Il campo, paradossalmente, oggi ha almeno un numero, una mappatura, un percorso, una cooperativa incaricata, un tavolo permanente e una delibera.

La villa abusiva, invece, resta il nervo scoperto. Il punto in cui legalità, ordine pubblico, diritto all’abitare, responsabilità politica e paura della città finiscono tutti nello stesso cortile.

La verità è che il campo sinto di Ivrea non è nato ieri. Non è spuntato dal nulla. Non è una calamità naturale. È il prodotto di una precisa stagione politica e amministrativa: quella dei cosiddetti “campi nomadi”, aree monoetniche pensate per tenere insieme ordine pubblico, assistenza e separazione.

Una soluzione che per decenni è sembrata comoda a tutti. Comoda alle amministrazioni, perché permetteva di confinare il problema in un luogo preciso. Comoda alla città, perché consentiva di sapere dove stavano “loro”. Comoda alla politica, perché ogni tanto il campo poteva essere rispolverato come argomento buono per indignarsi, promettere, accusare, spaventare.

Scomodissima, naturalmente, per chi ci viveva dentro.

Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio

Generazioni nate e cresciute ai margini. Formalmente dentro il Comune, concretamente fuori dalla normalità. Bambini dimenticati. Famiglie seguite a intermittenza dai servizi pubblici. Persone intrappolate in una zona grigia dove lo Stato arrivava poco, male, tardi, oppure solo quando c’era da controllare.

Ora Ivrea prova a cambiare schema. Ma il percorso resta fragile. Fragilissimo. Il primo rischio è la burocrazia.

Tavoli, verifiche, convocazioni, report, riaccorpamenti, determine, delibere, impegni di spesa. Tutto necessario, certo. Ma tutto potenzialmente lentissimo.

Il secondo rischio è legato alla città. Perché superare il campo significa una cosa molto concreta: far uscire quelle famiglie da lì e farle entrare nella città normale. Nei condomìni. Nei quartieri. Nelle case popolari, se ne avranno diritto. Nel mercato privato, se troveranno qualcuno disposto ad affittare. Accanto ad altri cittadini.

Ed è qui che il progetto verrà messo alla prova.

Una parte della città può anche dire di volere la chiusura del campo. Il problema è capire se è disposta ad accettare le persone che oggi vivono nel campo fuori dal campo.

È lì che si misurerà la sincerità di tutti. Di chi governa. Di chi protesta. Di chi dice “bisogna chiuderlo”.

Di chi aggiunge, subito dopo, “sì, però non vicino a casa mia”.

Non a caso Matteo Chiantore ha già chiarito pubblicamente che non esisteranno corsie preferenziali nell’assegnazione delle case popolari. Un messaggio rivolto a una parte di città che guarda con sospetto all’intero progetto e che teme, come sempre accade in questi casi, che qualcuno passi davanti a qualcun altro.

È un chiarimento necessario. Ma non basta. Il vero nodo non riguarda soltanto le graduatorie. Riguarda la capacità di accettare che quelle famiglie possano vivere nei condomìni, nei quartieri popolari, nelle case accanto alle altre.

Riguarda i pregiudizi accumulati in decenni di separazione. Riguarda la paura che la politica ha spesso cavalcato invece di affrontare. Restano alcune certezze.

Chiudere un campo, alla fine, non significa soltanto togliere roulotte, prefabbricati e costruzioni precarie da un’area comunale.

Significa togliere dalla testa della città l’idea che alcune persone possano vivere per sempre separate dagli altri.

E questa, a Ivrea, sarà la demolizione più complicata.




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