cosa si può già fare oggi e cosa invece è solo una proposta


Se in questi giorni avete letto che si potrà andare in pensione a 64 anni, vi conviene fermarvi un attimo. Perché di misure che riguardano quell’età ce ne sono due, e sono profondamente diverse: una è in vigore da anni, l’altra è una proposta politica che potrebbe non vedere mai la luce.

Confonderle significa fare piani su qualcosa che non esiste. Vediamole separatamente.

Quello che esiste già: la pensione anticipata contributiva

È lo strumento previsto dalla normativa vigente, e nel 2026 funziona così.

Servono 64 anni di età e almeno 20 anni di contribuzione effettiva — attenzione a quest’ultimo aggettivo, perché i contributi figurativi, quelli accreditati per malattia o disoccupazione, non contano ai fini di questo requisito.

C’è però un vincolo che restringe moltissimo la platea: la misura è riservata ai cosiddetti contributivi puri, cioè a chi non ha versato nemmeno un contributo prima del 1° gennaio 1996. Tradotto: parliamo di persone entrate nel mondo del lavoro dalla metà degli anni Novanta in avanti.

E c’è la condizione che nella pratica blocca più di tutte: l’assegno maturato deve valere almeno tre volte l’assegno sociale. Nel 2026, con l’assegno sociale a 546,24 euro, significa 1.638,72 euro lordi al mese. Se il calcolo restituisce un importo inferiore, la domanda viene respinta e bisogna attendere la pensione di vecchiaia.

Per le lavoratrici madri la soglia scende: 1.529,47 euro con un figlio, 1.420,22 euro con due o più.

Ultime due cose da sapere. La pensione decorre dopo una finestra di tre mesi dalla maturazione dei requisiti. E fino all’età di vecchiaia l’importo erogato non può superare cinque volte il trattamento minimo INPS.

Una novità che ha ristretto la platea

Vale la pena segnalare un cambiamento introdotto dalla Legge di Bilancio 2026 e passato quasi inosservato.

Non è più possibile sommare la rendita del fondo pensione complementare all’assegno INPS per raggiungere la soglia minima. La possibilità era stata prevista dalla manovra precedente, ma non era mai diventata operativa ed è stata abrogata.

Chi aveva programmato l’uscita a 64 anni contando anche sulla previdenza integrativa deve quindi rifare i conti.

Dal 2027 i requisiti salgono

Un altro elemento che pesa sulle decisioni di chi si avvicina alla soglia: l’adeguamento alla speranza di vita è già scritto nella norma.

Dal 1° gennaio 2027 serviranno 64 anni e un mese di età e 20 anni e un mese di contributi. Dal 2028 si sale a 64 anni e tre mesi, con 20 anni e tre mesi.

Lo stesso vale per gli altri canali. La pensione di vecchiaia passa a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028. Per l’anticipata ordinaria, quella basata sui soli contributi, nel 2027 serviranno 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Sono previste esclusioni per alcune categorie gravose e usuranti.

Il colpo più duro, però, arriva nel 2030, quando il requisito economico salirà da 3 a 3,2 volte l’assegno sociale. Secondo le proiezioni della Cgil, la soglia potrebbe attestarsi intorno ai 1.819 euro mensili. Per avere un termine di paragone: nel 2022 bastavano 1.310,68 euro. In quattro anni l’asticella si è alzata di 328 euro.

E ora la proposta: cosa vorrebbe fare la Lega

Passiamo al secondo binario, quello di cui si sta discutendo in vista della prossima legge di bilancio.

L’idea, illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon e rilanciata dal vicepremier Matteo Salvini, è di estendere l’uscita a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto: cioè a chi ha cominciato a versare prima del 1996 e oggi ha la pensione calcolata in parte con il metodo retributivo, più favorevole.

Il canale sarebbe volontario e richiederebbe almeno 25 anni di contributi, cinque in più rispetto al requisito attualmente previsto per i contributivi puri.

La contropartita, però, è pesante: per accedere bisognerebbe accettare il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, rinunciando quindi alla quota retributiva. E resterebbe la soglia delle tre volte l’assegno sociale.

Per superare quel muro, la proposta prevede un meccanismo aggiuntivo: la possibilità di trasformare in rendita una quota del TFR accantonato presso l’INPS, sommandola alla pensione. Durigon ha fatto l’esempio di un lavoratore con un assegno da 1.300 euro che, aggiungendo 400 euro di rendita da liquidazione, riuscirebbe a raggiungere la soglia.

Va detto con chiarezza che si tratta di una proposta politica: molti aspetti concreti andrebbero definiti in un testo normativo che al momento non esiste.

I numeri della Cgil: quanto si perderebbe

L’Osservatorio previdenza della Cgil, con un’analisi curata da Ezio Cigna, ha simulato gli effetti dello schema. E i risultati spiegano perché il dibattito si sia acceso.

Prendendo tre profili di lavoratori di 64 anni con 40 anni di contributi complessivi, di cui nove versati prima del 1996, il ricalcolo produrrebbe un taglio permanente medio del 10,6%.

Il caso più esemplificativo è quello di chi ha una retribuzione finale di 35mila euro l’anno: l’assegno scenderebbe da 1.726,15 a 1.543,38 euro lordi, con una perdita di 182,77 euro al mese, pari a 2.376 euro l’anno. Proiettata sulla speranza di vita residua, la pensione cumulata in meno sfiorerebbe i 55mila euro. E c’è un paradosso: l’importo ricalcolato finirebbe sotto la soglia minima necessaria per accedere alla misura.

Ancora più netto il quadro sui 25 anni di contributi. Con una retribuzione di 20mila euro annui la pensione contributiva stimata sarebbe di appena 730 euro al mese; con 30mila euro salirebbe a 1.094 euro. In entrambi i casi si resta lontanissimi dai 1.639 euro richiesti. Per superare la soglia servirebbe una retribuzione di 50mila euro, che porterebbe l’assegno a circa 1.824 euro.

La conclusione del sindacato è che la misura, così com’è disegnata, sarebbe accessibile quasi soltanto ai redditi alti. Dal fronte opposto, i promotori rivendicano la logica dello strumento: un’opzione volontaria, che nessuno è obbligato a esercitare, per chi vuole uscire prima ed è disposto ad accettarne il costo.

Cosa fare, in concreto

Le variabili in gioco sono troppe perché esista una risposta valida per tutti: anni di contribuzione, distribuzione tra periodi ante e post 1996, retribuzioni, presenza di previdenza complementare, TFR accantonato.

L’unica cosa sensata è chiedere all’INPS l’estratto conto contributivo e farsi fare una simulazione personalizzata, attraverso un patronato o un consulente previdenziale. È gratuito nei patronati, e serve a capire dove ci si trova davvero rispetto a quella soglia.

Quanto alla proposta della Lega, se ne saprà di più con la sessione di bilancio autunnale. Fino ad allora, resta esattamente questo: una proposta.

Domande frequenti

Chi può andare in pensione a 64 anni nel 2026?
Chi ha almeno 20 anni di contribuzione effettiva, non ha versamenti anteriori al 1996 e matura un assegno di almeno 1.638,72 euro lordi mensili.

Perché la soglia è così alta?
Perché la norma richiede un importo pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, che nel 2026 è di 546,24 euro. Per le madri la soglia si riduce.

Vale anche per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996?
No, oggi non è possibile. È esattamente questo il punto della proposta della Lega, che però non è ancora legge.

Cosa cambierebbe con il ricalcolo contributivo?
Secondo le simulazioni della Cgil, un taglio permanente dell’assegno mediamente del 10,6%, con perdite che in alcuni profili superano i 180 euro al mese.

Il TFR può essere usato per raggiungere la soglia?
È previsto dalla proposta, non dalle regole attualmente in vigore.

I requisiti aumenteranno?
Sì. Dal 2027 servirà un mese in più di età e contributi, dal 2028 tre mesi. Dal 2030 la soglia economica salirà da 3 a 3,2 volte l’assegno sociale.

Come faccio a sapere se ho i requisiti?
Richiedendo l’estratto conto contributivo all’INPS e facendo una simulazione tramite patronato o consulente previdenziale.


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