Le ombre cinesi di cui si parla poco


La Cina rappresenta il fenomeno economico più interessante di questi ultimi decenni. La sua ascesa a superpotenza, dalle riforme di Deng fino al Socialismo di Mercato di Xi, le danno oggi un ruolo fondamentale nello scenario economico. E questa posizione è stata raggiunta grazie allo sviluppo della manifattura e la capacità di assicurarsi l’approvvigionamento di fattori di produzione fondamentali, causando uno shock sia sul lato offerta sia sul lato domanda, come scrive l’economista del MIT David Autor.

Dopo la morte di Mao, furono le riforme economiche di Deng Xiaoping, leader de facto della Repubblica Popolare Cinese dalla fine degli anni ‘70 agli anni ‘90, a garantire questa crescita. Grazie a una maggior apertura dell’economia e all’iniezione di elementi di mercato, le politiche di Deng permisero uno sviluppo considerevole dell’industria trainato dall’export. Con l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la predominanza della Cina nel commercio globale è andata aumentando

Con l’approdo di Xi Jinping alla guida del Partito e del paese, la strategia economica della Cina ha rafforzato determinate direzioni rispetto agli anni precedenti. Il programma Made In China puntava infatti ad aumentare la capacità innovativa del settore industriale e a una maggior indipendenza strategica. Pur rimanendo ancorata all’export, infatti, le politiche industriali di Pechino hanno rafforzato la posizione della Cina per quel che riguarda l’approvvigionamento dei fattori di produzione, in modo tale da rendere il paese sempre meno dipendente dalle importazioni. Allo stesso tempo si è assistito a un ulteriore aumento dell’importanza della Cina sul commercio globale. 

Anche in un contesto segnato da elevate tensioni geopolitiche come quello odierno, l’economia cinese continua a mostrare segnali di forza. 

Tuttavia, questo predominio della Cina sull’economia globale è intrinsecamente legato ai problemi che affliggono il paese dall’interno, in particolare la compressione della domanda interna. L’indipendenza strategica per quel che riguarda l’approvvigionamento non è andata di pari passo con il rafforzamento del mercato interno che metterebbe al riparo la Cina da eventuali shock o politiche protezionistiche negli altri paesi. Ci si trova di fronte quindi a un paese a due velocità, come lo hanno definito alcuni commentatori: una forte componente di export, assieme ai progressi fatti nel campo dell’Intelligenza Artificiale, controbilanciata da un mercato domestico fiacco. Il rischio, qualora la Cina non dovesse intervenire per bilanciare questa situazione, è una perenne dipendenza dall’export – che dovrebbe aumentare sempre di più soprattutto a fronte del calo della popolazione – che a sua volta la esporrebbe a politiche di tipo protezionistico da parte di altri paesi. 

Di cosa parliamo in questo articolo:

Come l’economia regge cinese

Questa economia a due velocità emerge con chiarezza dai dati più recenti che mostrano un paese in grado di reggere tanto alla guerra dei dazi di Trump quanto alle tensioni geopolitiche e alle strozzature sulla catena di approvvigionamento. 

Più nello specifico, la crescita economica rimane sostenuta e in linea con gli anni passati: il tasso di crescita del PIL reale si è attestato al 5 per cento nel 2025, mentre le stime del Fondo Monetario Internazionale (IMF) prevedono che nel 2026 sarà al 4,4 per cento. Questa crescita dovrebbe poi rallentare nel corso dei prossimi anni, sempre secondo le stime. In figura si può notare l’andamento dell’indicatore assieme a quello per l’India, altro paese che ha vissuto una forte crescita nel corso degli ultimi decenni. I dati odierni rientrano all’interno del target del XV piano quinquennale, che cede sul tasso di crescita (intorno al 4,5-5 per cento) per una maggior resilienza. 

La performance positiva, anche di fronte a una situazione internazionale movimentata, è da attribuire perlopiù alle esportazioni. Il valore totale di beni esportati cresce di anno in anno, nonostante la guerra dei dazi lanciata dagli Stati Uniti. Anzi, le esportazioni verso gli Stati Uniti sono aumentate nell’aprile di quest’anno. In generale, nonostante la situazione nello Stretto di Hormuz, l’export cinese continua a reggere: nello stesso mese le esportazioni sono cresciute su base annua del 14,1 per cento, numeri che segnalano la resilienza dell’economia cinese agli shock. Nel 2025, il paese aveva già raggiunto un nuovo record per quel che riguarda il surplus commerciale. 

In parte sono state proprio le preoccupazioni sul fronte energetico a spingere l’export cinese. Secondo un’analisi del think tank Emberg, nel marzo di quest’anno la Cina ha esportato pannelli fotovoltaici per una capacità complessiva di 68 GW, il doppio rispetto al mese precedente e il 49 per cento in più rispetto al precedente record, registrato nell’agosto 2025. Si tratta di una quantità equivalente all’intera capacità fotovoltaica installata in Spagna.

Non è l’unico settore legato alla transizione ecologica in cui il paese mostra la sua centralità: già a inizio anno era emerso che il produttore cinese di auto elettriche BYD aveva superato Tesla a livello di produzione. Il marchio, nel corso degli ultimi mesi, ha visto aumentare considerevolmente le sue esportazioni. Non è un caso: la Cina ha investito considerevolmente nel settore, già dal Piano Quinquennale del 2001, ma con ancora più forza dagli anni ‘10, dominando la catena di approvvigionamento e oggi la produzione. 

I problemi interni 

Per quanto i dati sulla crescita e sull’export restituiscono una situazione incoraggiante, osservando il mercato interno emerge un quadro più complesso. I consumi interni sono estremamente deboli, come rileva l’IMF: sul PIL pesano meno del 40 per cento, contro una mediana dell’OECD di quasi il 60 per cento. La domanda interna fiacca, trainata da una bassa fiducia dei consumatori e da un’elevata propensione al risparmio, ha portato poi l’economia verso la deflazione. 

Anche a Pechino sono consapevoli di queste problematiche. Nel precedente Piano Quinquennale con la strategia della Dual Circulation, la Cina aveva spinto per una maggiore autonomia. Ma questa si componeva di due parti. La prima, su cui ci sono stati raggiunti ottimi risultati come dimostra il settore dei chip, consisteva nel ridurre la dipendenza dai fornitori esteri per quel che riguarda i fattori di produzione. Questo piano, che ha come orizzonte temporale il 2030, permetterà un maggior potere negoziale con i paesi occidentali. 

La seconda parte però passava anche da un rafforzamento del mercato interno. C’è infatti una crescente consapevolezza, da parte degli altri paesi e in particolare di quelli occidentali, dei rischi che comporta la dipendenza dalla Cina. La maggiore penetrazione delle auto elettriche cinesi nel mercato europeo rappresenta un caso emblematico, che ha spinto l’Unione Europea a imporre dazi nei confronti di questi prodotti. 

A fronte di questa situazione, Pechino ha cercato di intervenire mediante la leva macroeconomica. Nel corso dell’ultimo anno, la politica fiscale ha assunto un orientamento più espansivo: sono stati aumentati i trasferimenti alle famiglie, mentre si è cercato di ridurre gli eccessi di investimento in determinati settori industriali. Per contrastare la spinta deflazionistica, poi, si è agito anche sulla politica monetaria, nel tentativo di rilanciare i consumi.

I dati di luglio di quest’anno non sono però positivi, come riporta il Wall Street Journal: le vendite al dettaglio sono cresciute appena dello 0,6 per cento su base annua, in rallentamento rispetto a giugno, segnalando consumi ancora molto deboli. Ancora più marcata è la contrazione degli investimenti: gli investimenti in attività fisse sono diminuiti del 6,7 per cento nei primi sette mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre gli investimenti immobiliari sono crollati su base annua, confermando la profondità della crisi del settore. A questo si aggiunge un mercato del lavoro che non mostra segnali di particolare forza: il tasso di disoccupazione urbana è salito al 5,2  a luglio, dal 5 di giugno. 

Le ricette del Fondo Monetario e l’improbabile fine dell’export

Davanti a problematiche persistenti come queste, l’IMF propone una serie di misure di più ampia portata. In primo luogo, è necessaria una politica macroeconomica ancora più espansiva, con incentivi fiscali accompagnati da una politica monetaria ancora più accomodante e un tasso di cambio più flessibile. Questo permetterebbe un aumento della domanda aggregata e un conseguente aumento, sempre a tassi contenuti, dell’inflazione, che a sua volta renderebbe meno proficue le esportazioni. Allo stesso tempo, l’IMF consiglia un intervento sulla composizione della spesa pubblica, con una retrazione dello Stato dalle politiche industriali e un maggior peso del mercato. Secondo gli esperti del Fondo, questo avrebbe a sua volta un impatto sulla produttività del lavoro, in quanto allocherebbe in maniera più efficiente le risorse. 

La riduzione della spesa pubblica per le politiche industriali dovrebbe, al contrario, essere compensata da maggiori risorse concentrate sul welfare state e sugli aiuti a individui e famiglie. Per quanto la Cina abbia sviluppato la sua economia, infatti, restano ancora varie disuguaglianze e arretratezze sul fronte delle politiche sociali. Questo risparmio precauzionale è dovuta proprio alla mancanza di un sistema di tutele adeguato per i propri cittadini: si tratta quindi di una risposta razionale a un sistema in cui una quota significativa di reddito deve essere accantonata per far fronte a spese future, dalla sanità all’istruzione fino alla pensione. Maggiori risorse e riforme per ridurre le disuguaglianze sarebbero benefiche per la domanda aggregata. Le ricerche mostrano infatti che il rafforzamento della protezione sociale, soprattutto nelle aree rurali, potrebbe ridurre il risparmio precauzionale e aumentare i consumi che a loro volta andrebbero ad aumentare gli investimenti delle imprese che hanno una maggior quota di mercato domestica. 

Ma, preso atto della necessità di rafforzare il mercato interno, la Cina dovrà tenere conto dei contraccolpi sul modello di sviluppo che le ha permesso di emergere sul mercato globale. Per certi versi, la situazione è diametralmente opposta a quello che succede negli Stati Uniti con il “privilegio esorbitante” dovuto al dollaro. Poiché il dollaro rappresenta la valuta di riserva e quindi un’elevata domanda, gli Stati Uniti a lungo hanno potuto avere costi di finanziamento del debito molto bassi. Ma proprio per la domanda elevata, il dollaro si rafforzava e questo rendeva meno conveniente le esportazioni. 

E la Cina ha potuto seguire, se non addirittura costruire, una strada in parte opposta. Un tasso di cambio relativamente favorevole alla competitività esterna ha contribuito a sostenere le esportazioni, mentre la debolezza della domanda interna ha permesso di destinare una quota elevata della capacità produttiva ai mercati esteri. Questo meccanismo ha contribuito per anni alla crescita cinese: non può essere modificato senza conseguenze. Rafforzare i consumi significa infatti ridurre almeno in parte il peso di un modello che, a partire dal Programma di Riforma e Apertura di Deng, ha permesso alla Cina una crescita senza precedenti. 

E questa difficoltà emerge analizzando il nuovo Piano Quinquennale. La Dual Circulation perde parte della centralità che aveva assunto nei due precedenti: il rafforzamento della domanda interna rimane un obiettivo, ma viene affiancato con ancora maggiore forza dallo sviluppo della capacità produttiva e dell’innovazione tecnologica, in un’economia dove il ruolo del mercato è sempre minore e il controllo statale nonché politico aumenta. 

L’equilibrio che la Cina dovrà trovare

Non si possono ignorare i progressi fatti dall’economia cinese in questi decenni. Oggi la Cina rappresenta l’attore più importante, sul lato produttivo: come scrive Richard Baldwin, economista esperto di commercio internazionale alla IMD Business School, tutti i principali produttori del mondo si riforniscono in Cina per almeno il 2 per cento dei loro input industriali. E non si può non citare il fatto che rispetto al picco, la dipendenza dell’export della Cina è diminuita, ma rimane costante da quasi due decenni. 

Tuttavia, un rafforzamento del mercato domestico rappresenta un imperativo per la Cina. La mancanza di un sistema di tutele adatto a un paese sviluppato, gli effetti negativi sulla convenienza delle esportazioni, le disuguaglianze territoriali costituiscono il maggior ostacolo a un’accelerazione in questa direzione. 

Per questo la sfida della Cina, nel corso dei prossimi anni, non è solo quella dell’Intelligenza Artificiale con gli Stati Uniti. Al contrario, Pechino deve trovare un equilibrio tra un’economia trainata dai consumi interni senza perdere la leva geopolitica ed economica che le danno le esportazioni.


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