Le scorte si assottigliano proprio dove il sistema di solito trova il suo margine di sicurezza: il Centro Nazionale Sangue segnala una carenza diffusa di emazie e accende i riflettori sul gruppo 0 positivo, con criticità più marcate in Lazio, Campania e Sicilia e senza Regioni in grado, al momento, di compensare davvero le mancanze altrui.
L’allarme non riguarda una singola area del Paese né un temporaneo squilibrio facilmente compensabile. Stavolta il punto critico è più profondo: la rete trasfusionale italiana segnala una carenza diffusa di emazie, con un fabbisogno che si concentra soprattutto sul gruppo 0 positivo, e senza margini significativi di compensazione da parte di altre Regioni. In altre parole, manca proprio quel “cuscinetto” che di solito consente al sistema di assorbire le tensioni locali prima che diventino emergenza nazionale.
Il segnale è arrivato dal Centro Nazionale Sangue, che ha indicato come aree più esposte Lazio, Campania e Sicilia. La situazione, secondo le informazioni diffuse il 4 settembre 2026, è aggravata dall’assenza di Regioni con scorte sufficientemente eccedenti da sostenere la compensazione interregionale. È un passaggio decisivo, perché dice due cose insieme: che il problema non è circoscritto e che il meccanismo ordinario di solidarietà tra territori, pur previsto e strutturato, in questa fase non basta da solo.
A rendere il quadro più delicato c’è il fatto che il gruppo 0 occupa da sempre una posizione strategica nella medicina trasfusionale. Secondo ISSalute, il sistema AB0 e il fattore Rh sono il cardine della compatibilità; il gruppo 0 negativo è considerato il riferimento universalmente più prezioso nelle emergenze, ma anche il 0 positivo resta estremamente richiesto perché appartiene a una quota molto ampia della popolazione ricevente Rh positiva e, nella pratica clinica, contribuisce in misura importante alla tenuta delle scorte. Dire che oggi manca soprattutto lo 0+ significa quindi che si sta assottigliando una risorsa molto usata, non una nicchia.
Perché l’estate resta il momento più fragile
Le crisi di disponibilità del sangue non nascono quasi mai da una sola causa. Pesano l’andamento stagionale, gli spostamenti estivi, la chiusura o riduzione di alcune attività ordinarie, la minore risposta alle chiamate dei donatori periodici e, in alcuni territori, una cronica difficoltà a mantenere un equilibrio stabile tra raccolta e consumi. Il Centro Nazionale Sangue monitora mese per mese produzione e trasfusione dei globuli rossi attraverso SISTRA, il sistema informativo della rete, proprio per intercettare questi squilibri prima che si traducano in rinvii, tensioni organizzative o richieste urgenti tra Regioni.
Il problema, però, non è solo stagionale. I numeri più recenti diffusi dal Ministero della Salute raccontano un sistema che continua a reggersi su una base generosa ma sotto pressione. Nel 2025 i donatori di sangue sono stati 1.664.691, sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente; le donazioni complessive sono arrivate a 2.999.800, di cui 505 mila in aferesi; i pazienti trasfusi sono stati circa 638 mila. Nello stesso anno il plasma inviato alla produzione di medicinali plasmaderivati ha toccato il record di 920 mila chilogrammi. Sono dati importanti, persino incoraggianti su alcuni fronti, ma non cancellano il nodo delle carenze puntuali di globuli rossi né quello, più strutturale, del ricambio generazionale.
Lo stesso Ministero ha sottolineato a giugno, presentando la campagna nazionale “Donare è l’azione più bella”, che la fascia meno rappresentata resta quella tra i 18 e i 25 anni, con 34,1 donatori per mille abitanti, mentre la più numerosa è quella tra i 46 e i 55 anni, con 63,6 per mille. È un dato che pesa più di quanto sembri. Un sistema basato sulla donazione volontaria, periodica, anonima e gratuita funziona bene quando riesce a garantire continuità, non solo picchi di solidarietà in risposta agli appelli. Se i giovani entrano meno, l’età media dei donatori sale e la programmazione diventa più fragile.
L’appello alle associazioni e ai donatori periodici
Di fronte a questa carenza, il Centro Nazionale Sangue ha chiesto alle associazioni di rafforzare la raccolta, e la prima risposta organizzata è arrivata da FIDAS, che ha annunciato il potenziamento della chiamata attiva. È un passaggio tutt’altro che secondario: in Italia il sistema non si regge su raccolte occasionali o su logiche emergenziali improvvisate, ma sulla capacità delle associazioni di intercettare i donatori periodici, prenotare le sedute, dialogare con i servizi trasfusionali e modulare le convocazioni in base ai fabbisogni reali. Quando scarseggia un gruppo specifico, la chiamata mirata è lo strumento più rapido e razionale.
La donazione periodica, infatti, non è soltanto un’abitudine virtuosa; è un’infrastruttura civile. Il portale del Ministero della Salute ricorda che proprio la periodicità permette una migliore programmazione e un intervento tempestivo in caso di carenze, anche con chiamate ad hoc. Nel momento in cui viene meno la disponibilità di alcune scorte, il sistema si affida prima di tutto a chi è già inserito in un percorso regolare, perché tempi, controlli, idoneità e organizzazione sono già noti. È una macchina complessa e molto più sofisticata di quanto il gesto, semplice in sé, lasci immaginare.
Chi può donare, in concreto
Nei giorni degli appelli pubblici c’è sempre una quota di persone che vorrebbe rendersi utile ma non sa da dove cominciare. Le regole di base, in realtà, sono chiare. Secondo il portale dona il sangue del Ministero della Salute, può candidarsi chi ha un’età compresa tra 18 e 65 anni, pesa almeno 50 chili ed è in buono stato di salute; per i donatori periodici si può arrivare fino a 70 anni con valutazione clinica, mentre chi dona per la prima volta dopo i 60 anni può essere accettato a discrezione del medico responsabile della selezione.
La procedura prevede questionario, colloquio medico, controlli clinici ed esami di laboratorio. Il sangue intero si può donare ogni 90 giorni per gli uomini e per le donne non in età fertile; per le donne in età fertile il limite è di due donazioni l’anno. La plasmaferesi può invece essere effettuata con intervalli molto più ravvicinati, ogni 14 giorni, ed è preziosa sia per l’uso trasfusionale sia per la produzione di farmaci plasmaderivati. Non esistono donazioni “di serie A” o “di serie B”: sangue intero, plasma e piastrine rispondono a bisogni diversi ma tutti essenziali.
Vale la pena ricordare anche alcuni aspetti pratici spesso poco conosciuti. Chi ha fatto un tatuaggio o un piercing non è escluso in via definitiva, ma deve attendere 4 mesi prima di poter donare. Il lavoratore dipendente che effettua la donazione ha diritto a una giornata di riposo retribuita, come previsto dall’articolo 8 della legge 219/2005. E soprattutto: non bisogna presentarsi “comunque” se non si è bene. Anche un disturbo banale o una condizione temporanea possono comportare un rinvio, deciso dal medico per proteggere il donatore e il ricevente.
Perché lo 0 positivo conta così tanto
Nell’immaginario collettivo si parla spesso del gruppo 0 negativo come del sangue “più prezioso”, e dal punto di vista delle emergenze estreme la definizione ha un fondamento solido. Ma l’allarme di queste ore ricorda che la tenuta del sistema dipende anche dalla disponibilità del 0 positivo, che viene utilizzato in modo ampio nella pratica corrente. La ragione è di compatibilità e diffusione: il gruppo 0 non porta antigeni A o B sui globuli rossi e il fattore Rh positivo ne consente l’impiego nei pazienti Rh positivi compatibili, che rappresentano una quota vasta della popolazione. Quando si riducono le scorte di 0+, l’effetto sul funzionamento quotidiano della rete può essere molto rapido.
Questa è anche la ragione per cui gli appelli delle associazioni in queste ore insistono in particolare su quel gruppo. Non significa che gli altri siano meno necessari. Significa, più precisamente, che in questa fase il sistema ha individuato una criticità prioritaria e chiede di agire dove il beneficio immediato è maggiore. In un sistema sanitario avanzato la solidarietà funziona meglio quando è informata: non donare “in astratto”, ma donare nel momento giusto, nel luogo giusto e secondo il fabbisogno reale.
Un patrimonio nazionale che non può vivere solo di emergenze
Il modello italiano, fondato sulla donazione volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita, resta uno dei suoi punti di forza più riconosciuti. Il Ministero della Salute e il Centro Nazionale Sangue lo richiamano costantemente anche nei documenti sull’autosufficienza nazionale, che definiscono ogni anno i livelli di produzione necessari, le modalità organizzative e i criteri per la compensazione tra Regioni. Ma l’autosufficienza non è un traguardo acquisito una volta per tutte: è un equilibrio dinamico, che può incrinarsi quando calano le scorte, quando i territori più fragili non trovano supporto immediato altrove o quando il ricambio dei donatori rallenta.
Per questo l’allarme lanciato a inizio settembre non va letto come un semplice appello emotivo. È, più propriamente, un indicatore di sistema. Dice che la macchina regge, ma chiede una risposta rapida. Dice che la rete è organizzata, ma non può fare a meno dei donatori. Dice soprattutto che il sangue non si produce in laboratorio e non si acquista all’ultimo momento come una qualsiasi fornitura ospedaliera: dipende da una disponibilità umana, libera, organizzata e ripetibile nel tempo.
In queste ore, per chi è già donatore, il messaggio è semplice: rispondere alla convocazione del proprio centro o della propria associazione. Per chi non ha mai donato, può essere il momento giusto per informarsi, verificare l’idoneità e prenotare. L’emergenza riguarda oggi soprattutto lo 0 positivo, ma la lezione è più ampia: ogni sistema sanitario moderno ha bisogno di tecnologie, terapie e personale; il sistema trasfusionale, in più, ha bisogno che una parte del Paese continui a presentarsi, in silenzio e con regolarità, a tendere il braccio.
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