Dal Pil cresciuto appena dello 0,2% nel secondo trimestre al gap high-tech del 32% con l’Europa: imprese, banchieri e studi presentati a Villa d’Este convergono su energia, dimensione, investimenti e capacità di decidere.
(Foto: Cernobbio 2026).
A Villa d’Este il punto non è più se l’Italia sia riuscita a uscire dalla stagione dell’instabilità politica. Il punto è cosa intenda fare della stabilità conquistata. Nella prima parte del 52° Forum TEHA di Cernobbio, interventi politici, studi e prese di posizione del mondo industriale hanno finito per comporre un quadro coerente: il Paese ha migliorato reputazione e attrattività, ma cresce poco, investe meno dei concorrenti nelle tecnologie decisive e paga più di altri il costo dell’energia, della burocrazia e della frammentazione produttiva.
I numeri aiutano a capire perché il tema sia diventato così insistente. L’Istat ha appena certificato che nel secondo trimestre il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato dello 0,2% sul trimestre precedente e dell’1% su base annua; la crescita acquisita per il 2026 è dello 0,8%. La domanda interna tiene, ma l’industria ha perso lo 0,5% di valore aggiunto nel trimestre e la domanda estera netta ha sottratto 0,3 punti alla crescita. Non è recessione, ma nemmeno l’accelerazione necessaria a sostenere salari, welfare, difesa, transizione energetica e investimenti tecnologici.
È su questo sfondo che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha collocato il Forum. Nel messaggio di apertura ha indicato il ritorno delle politiche di potenza, la pressione sulle risorse materiali e immateriali e il ricorso crescente alla forza nelle relazioni internazionali. “Si affaccia nuovamente una pretesa predatoria delle risorse esistenti”, ha avvertito. In un mondo nel quale energia, semiconduttori, dati, materie prime e infrastrutture diventano strumenti di pressione, la competitività coincide sempre più con la capacità di ridurre dipendenze strategiche.
Valerio De Molli, managing partner e amministratore delegato di TEHA Group, ha respinto le letture catastrofiste sull’Unione e definito l’Europa una “superpotenza gentile”, capace di tenere insieme forza economica e tecnologica, sicurezza, welfare e diritti. Ma lo stesso dibattito di Cernobbio mostra l’altra faccia: mercato unico incompleto, decisioni lente, regolazione pesante e difficoltà a trasformare dimensione economica in potenza industriale. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha chiesto di ridurre le decisioni europee soggette all’unanimità, sostenendo che l’Europa sia ancora “troppo debole”.
Per l’Italia, il nuovo Global Attractiveness Index 2026 offre un’immagine in chiaroscuro. Il Paese resta 17° su 146 economie, ma il punteggio sale da 60,8 a 62,1 e dal 2022 sono state recuperate cinque posizioni. Nello stesso tempo, nel 2025 gli investimenti diretti esteri in ingresso sono diminuiti del 27%. Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha rivendicato la maggiore attrattività e la stabilità del sistema italiano. Il calo dei capitali effettivamente entrati nel Paese dice però che la reputazione non basta.
La distanza più scomoda è quella tecnologica. Lo studio TEHA-Amazon-AWS “Sbloccare il futuro” calcola che gli investimenti ad alta intensità tecnologica valgano in Italia l’1,3% del Pil contro l’1,9% della media europea: il 32% in meno. Soltanto il 7,9% delle imprese italiane ha un’intensità digitale molto elevata, contro il 10,1% europeo. Il divario è dimensionale: l’82% delle grandi imprese ha un’intensità digitale alta o molto alta, contro il 61% delle medie e il 34% delle piccole. Colmare la distanza dai Paesi europei più avanzati potrebbe attivare fino a 27 miliardi di euro di investimenti high-tech aggiuntivi ogni anno, pari a 1,23 punti di Pil. Diego Begnozzi, partner di TEHA Group, ha aggiunto che le multinazionali che investono in Italia presentano livelli di investimento e produttività superiori alla media delle imprese domestiche.
Il primo ostacolo è l’energia. La stessa ricerca ricorda che nel 2024 il 74% dell’energia disponibile in Italia proveniva dall’estero, contro il 57% della media Ue, e che le imprese italiane possono pagare l’energia fino al 30% più della media europea. Per un permesso fotovoltaico servono mediamente un anno e mezzo in più che in Germania. È difficile chiedere alle aziende di correre sull’intelligenza artificiale, sui data center e sull’elettrificazione se una parte del vantaggio competitivo viene assorbita a monte dai costi energetici e dai tempi autorizzativi.
Emma Marcegaglia, presidente e amministratrice delegata di Marcegaglia Holding, ha messo insieme questi elementi in una delle diagnosi più concrete ascoltate sul lago. Ha riconosciuto alla stabilità di governo un valore per le imprese e al controllo del deficit un merito, ma ha chiesto di concentrare le risorse su crescita, energia, burocrazia e diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Pmi (piccole e medie imprese). Sull’energia indica rinnovabili e nucleare; nell’attesa, chiede sostegni per consumatori e settori energivori. “Quando si hanno poche risorse bisogna concentrarle su quello che conta”, ha detto, mettendo in guardia dalla dispersione della spesa in misure elettorali.
Un altro studio, realizzato da TEHA Group e A2A, misura la dimensione finanziaria del problema dopo la fine del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Le utility potrebbero attivare 315 miliardi di euro di investimenti privati entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, circa 33 miliardi l’anno, in rinnovabili, nucleare, reti, gas, data center, ciclo idrico, rifiuti, teleriscaldamento e biometano. Ogni euro investito, secondo la ricerca, potrebbe produrre ricadute economiche pari a 4,1 volte il valore iniziale e contribuire alla creazione di fino a 300 mila posti di lavoro diretti. Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A, stima che maggiore efficienza ed elettrificazione possano far risparmiare alle famiglie fino a mille euro l’anno e alle imprese circa 80 miliardi cumulati entro il 2050.
La stessa logica percorre l’intervento di Biagio Mazzotta, presidente di Fincantieri. Una base manifatturiera forte, sostiene, è un elemento di autonomia strategica. “La capacità di produrre, innovare e sviluppare tecnologie avanzate rappresenta un fattore essenziale di sovranità economica e industriale”, ha detto. Industria, difesa, ricerca, competenze e sicurezza delle catene del valore entrano così nella stessa politica di competitività.
Il tema della dimensione ritorna nella finanza. Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, ha spiegato che rivoluzione digitale e intelligenza artificiale richiedono investimenti tanto grandi da spingere il sistema bancario verso nuove aggregazioni. Intesa ha assunto più di 5 mila giovani negli ultimi anni per accompagnare la trasformazione tecnologica. “Le economie di scala sono enormi”, ha osservato. Il riferimento all’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) su Monte dei Paschi di Siena è diretto: nella sua lettura, essere grandi è la condizione per sostenere il costo dell’innovazione. Fuori dalle banche la domanda è identica: quante piccole imprese italiane possono finanziare da sole IA, cybersecurity, ricerca, energia e internazionalizzazione?
Sul fronte estero, Guglielmo Picchi, presidente di Sace, ha ricordato che nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni italiane hanno raggiunto 337,2 miliardi di euro, in crescita del 4,5%. Ma la parola usata a Cernobbio è “diversificazione”. Sace ha individuato 16 mercati strategici, dalla Cina all’India, dagli Emirati al Brasile e al Vietnam, nei quali l’export italiano è atteso crescere in media del 4,4% nel 2027-2028, fino a 92 miliardi. Dazi e blocchi logistici stanno trasformando la geografia commerciale in una componente della sicurezza economica.
Anche il confronto politico sull’Europa nasce dallo stesso problema. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale ed europarlamentare, è arrivato al Forum proponendo un’Unione intesa come piattaforma di collaborazione tra nazioni sovrane, non come una “cattedra che impartisce direttive e regolamenti”. Mario Monti, presidente della Fondazione Bocconi ed ex presidente del Consiglio, ha posto invece il tema di come mantenere i vantaggi del mercato unico se i nazionalismi riducono la capacità comune di decidere. In mezzo ci sono scelte molto concrete: energia, difesa, capitali, industria, tecnologie e regole.
Cernobbio 2026 sta quindi discutendo di come far crescere l’Italia in un ordine internazionale che si frammenta e in una competizione che premia la scala. Stabilità politica, conti sotto controllo, export e miglioramento dell’attrattività restano asset importanti. Gli studi presentati sul lago mostrano però quanto rapidamente possano essere erosi se energia, investimenti high-tech, infrastrutture, capitale umano e dimensione d’impresa non cambiano passo. La domanda che attraversa Villa d’Este non è se l’Italia abbia fatto progressi. È se quei progressi siano abbastanza veloci mentre Stati Uniti e Cina accelerano su tecnologia, energia, capitale e industria.
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