Il contesto internazionale sta attraversando una trasformazione profonda che segna il definitivo superamento delle aspettative di stabilità maturate dopo la fine della Guerra Fredda. L’aumento della conflittualità, il ritorno della competizione tra potenze, la crescita delle minacce ibride, la diffusione di cyber-attacchi e la manipolazione informativa hanno riportato la sicurezza al centro dell’agenda politica, economica e sociale. A partire dagli anni Duemila, il World Uncertainty Index è aumentato di oltre il 1.300%, raggiungendo a fine 2025 il massimo storico. In Europa, la sicurezza è salita dal 12° al 3° posto tra le priorità dei cittadini: nel 2026 il 34% degli europei la indica come obiettivo prioritario per il Parlamento europeo, subito dopo inflazione e sostegno all’economia. Secondo i dati più recenti dell’Eurobarometro (aprile-maggio 2026), alla domanda su quale debba essere la prima area di intervento dell’Ue nei prossimi cinque anni, i cittadini indicano innanzitutto sicurezza e difesa (18%), seguita da economia e competitività (12%). In questo quadro, la sicurezza deve essere interpretata come bene pubblico multidimensionale, articolato lungo tre dimensioni interconnesse: la sicurezza dello Stato, intesa come protezione della sovranità e delle istituzioni democratiche; la sicurezza della persona, legata all’incolumità fisica e alla qualità della vita; la sicurezza economica, fondata sulla resilienza produttiva e sulla capacità di ridurre dipendenze strategiche non governate. Secondo quanto emerge nel Position Paper, sostenuto da Beretta, «L’Italia come produttore di sicurezza. La filiera delle armi leggere tra interesse nazionale e sicurezza collettiva», presentato da TEHA Group nell’ambito della 52ª edizione del Forum TEHA di Cernobbio, ella percezione degli italiani emerge tuttavia uno scarto rilevante tra rischio oggettivo e rischio percepito: le principali fonti di insicurezza sono riconducibili a fattori economici (25,1%) e alla sicurezza personale (incolumità fisica 15,9%; sicurezza sanitaria 12,6%), mentre le dimensioni più direttamente connesse alla sicurezza dello Stato, come guerre (8,7%) e insicurezza politico-istituzionale (6,5%), risultano meno prioritarie. Questo dato evidenzia come la sicurezza nazionale tenda a essere percepita come una dimensione astratta, pur rappresentando la condizione abilitante delle altre forme di sicurezza.
Il nodo italiano: cultura pubblica, percezione e informazione
Il rafforzamento della sicurezza non dipende soltanto dalla disponibilità di risorse, strumenti e capacità operative, ma anche dalla cultura pubblica che sostiene le scelte strategiche del Paese. Una società che non comprende adeguatamente la natura delle minacce, il ruolo delle istituzioni di sicurezza e la funzione degli equipaggiamenti è più esposta alla polarizzazione, alla disinformazione e alla difficoltà di sostenere decisioni coerenti con l’interesse nazionale. In Italia, l’operatività delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine riveste un ruolo centrale nella tutela quotidiana della sicurezza e si fonda sulla disponibilità di equipaggiamenti adeguati alle sfide contemporanee. Il 36,1% degli italiani indica tra le priorità di intervento la disponibilità di maggiori mezzi e strumenti tecnologici per le Forze dell’Ordine, riconoscendo implicitamente che un operatore adeguatamente dotato può agire con maggiore controllo, lucidità e prevedibilità. Al tempo stesso, il dibattito pubblico sull’arma e sugli equipaggiamenti resta condizionato da un deficit informativo strutturale. L’analisi del sentiment mediatico evidenzia una trasformazione in atto: nel periodo 1995-2020 la comunicazione su armi e sicurezza era prevalentemente neutrale (52,3%), mentre nel quinquennio 2021-2025 il sentiment favorevole è salito al 42,3%, superando quello neutrale (38,3%) e quello contrario (19,4%). Anche l’attenzione mediatica è aumentata: il numero di articoli nel quinquennio 2020-2024 è cresciuto del 70% rispetto al periodo precedente e di 6,2 volte rispetto al 2000-2004. Permane tuttavia una polarizzazione marcata quando il focus si restringe alle armi leggere. Nel periodo 1995-2020, gli articoli sulle armi leggere presentavano un sentiment negativo nel 47,2% dei casi, significativamente più critico rispetto al tema generale della sicurezza. Il lessico associato all’arma continua spesso a richiamare conflitto, violenza e rischio, più che regolazione, tracciabilità, responsabilità e funzione istituzionale dell’equipaggiamento. Ne deriva una valutazione spesso formulata ex ante, come giudizio preventivo di rischio, anziché come valutazione contestuale inserita in un modello democratico fondato su controlli rigorosi. La fragilità della cultura della sicurezza emerge anche nella dimensione accademica e formativa. Nell’anno accademico 2025/2026, i percorsi universitari magistrali riconducibili agli ambiti della difesa, della sicurezza, dell’intelligence, della cybersicurezza, della gestione delle crisi, della geopolitica e dei rischi sono 19 in Italia, contro i 42 in Francia, ai 64 in Germania e agli 84 in Uk. Il divario segnala una minore integrazione delle tematiche di sicurezza e difesa nell’offerta formativa nazionale e contribuisce a depotenziare il contributo scientifico e qualificato al dibattito.
Produrre sicurezza richiede capacità nazionali stabili
La sicurezza non è solo una funzione istituzionale: è anche il risultato dell’interazione tra indirizzo pubblico, capacità operative dello Stato, competenze tecnologiche e solidità dell’ecosistema industriale nazionale, si legge nel report. In questa prospettiva, la filiera italiana delle armi leggere rappresenta una componente concreta della capacità nazionale di produrre sicurezza. La filiera italiana costituisce un ecosistema industriale unico nel panorama continentale per ampiezza, integrazione verticale e radicamento territoriale. L’Italia è il primo Paese europeo per numero di imprese attive nei segmenti core della filiera: detiene il 50,7% delle aziende europee nel comparto delle armi leggere, il 25% nella componentistica e il 65,4% nel segmento munizioni per uso civile, sportivo e venatorio. Questo primato riflette un tessuto produttivo stratificato e specializzato, in larga parte concentrato in distretti industriali storici come la Val Trompia. Nel 2023, considerando la filiera estesa, il comparto ha generato un valore economico complessivo di circa 8 miliardi di euro e un’occupazione di circa 88.000 addetti. L’analisi delle esportazioni conferma la leadership competitiva della filiera italiana: il Paese sostiene circa il 26% dell’export europeo nel comparto armi leggere, il 13% nella componentistica, il 16% nelle munizioni e il 48% nei macchinari per la filiera armiera. L’eccellenza manifatturiera italiana è confermata anche nel settore sportivo, dove il Made in Italy è riconosciuto come benchmark globale in termini di precisione, affidabilità e performance. Oltre al contributo economico e occupazionale, in un contesto caratterizzato da instabilità geopolitica, tensioni commerciali e possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento, la disponibilità di competenze produttive, tecnologiche e manutentive sul territorio nazionale costituisce un fattore di autonomia strategica e indipendenza tecnologica. La presenza di know-how, capacità industriali e competenze ingegneristiche interne consente di adattare rapidamente prodotti e dotazioni alle esigenze nazionali, evitando vincoli derivanti da standard imposti da produttori esteri e preservando la sovranità sulle scelte tecnologiche. Il mantenimento di questa capacità nazionale non può tuttavia essere dato per acquisito. Tra il 2015 e il 2024, l’Italia, pur rimanendo primo esportatore mondiale di armi leggere, ha registrato una riduzione di 5,6 punti della propria quota di export globale, passando dal 26,3% al 20,7%. Nello stesso periodo, la Turchia ha guadagnato 6,0 punti percentuali e ha incrementato il valore delle proprie esportazioni di 1,3 volte rispetto al 2015. Anche altri Paesi europei stanno rafforzando le proprie posizioni: l’Austria ha raddoppiato il valore delle esportazioni rispetto al 2015, mentre la Polonia ha registrato un incremento di 1,6 volte. Emerge quindi l’urgenza di inserire stabilmente la filiera nel quadro della sicurezza nazionale e della resilienza industriale.
Le priorità di azione per l’Italia
Alla luce delle evidenze emerse, il Position Paper individua quattro priorità di azione per rafforzare la cultura della sicurezza e il ruolo dell’Italia come produttore di sicurezza. La prima priorità è formalizzare una strategia italiana per la sicurezza, capace di allineare istituzioni, Forze Armate, industria, ricerca e società civile attorno a una visione condivisa delle priorità nazionali. La seconda priorità è costruire un modello integrato pubblico-privato di comunicazione. La sicurezza deve essere raccontata non come tema esclusivamente emergenziale o divisivo, ma come condizione di libertà, continuità istituzionale, protezione dei cittadini e sviluppo, si legge sempre nel report. Le istituzioni devono rafforzare la propria capacità di comunicare in modo chiaro e accessibile le sfide contemporanee; il mondo accademico deve contribuire con evidenze e linguaggi scientificamente fondati; l’industria deve promuovere una comunicazione trasparente e qualificata, valorizzando gli elementi di eccellenza, controllo e responsabilità della filiera nazionale. La terza priorità è valorizzare l’ecosistema produttivo nazionale della sicurezza. Questo significa riconoscere la filiera italiana delle armi leggere come componente della resilienza industriale e della continuità operativa del Paese, intervenendo sui principali fattori di vulnerabilità. La quarta priorità è promuovere piattaforme permanenti di analisi, dialogo e confronto sui temi della sicurezza. La crescente trasversalità delle minacce rende necessario superare un approccio frammentato e reattivo. Tradotto in poche parole: la sicurezza ha un costo, ma che può rappresentare un investimento produttivo in sicurezza, innovazione, occupazione e sovranità industriale nazionale.
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