Strage di Bologna, l’ultimo viaggio del reggino Francesco Antonio Lascala


Il suo nome è riportato nel memoriale alla stazione di Bologna e sulle decine di lapidi che sono sparsi in Italia e oltre, nelle città che hanno perso dei loro figli.  È anche scritto su un sampietrino lungo il percorso del corteo che da piazza Nettuno a Bologna conduce alle Stazione Centrale, in piazza delle Medaglie d’Oro, per commemorare tutte le vittime.

Teresa V. ha intrapreso e portato a termine il loro viaggio brutalmente interrotto, nell’ambito dell’iniziativa 85 viaggi da completare: A destino.

Francesco Antonio Lascala da Reggio è, con Maria Idria Avati in Gurgo da Rossano, una delle due vittime calabresi della strage di Bologna del 2 agosto 1980. La sua vita è tra le 85 inghiottite quella mattina d’estate da una deflagrazione devastante.

Francesco Antonio (56 anni) stava raggiungendo la figlia a Cremona. Aspettava una coincidenza alla stazione del capoluogo emiliano in quella mattina infernale nel cuore dell’estate.


Oggi la cerimonia a Bologna commemorerà anche loro tra le 85 vittime. E a Reggio e in Calabria? Resta l’amarezza dei familiari rispetto all’assenza di un qualsivoglia presidio di memoria del congiunto vittima della strage anche a Reggio e di un gonfalone dell’amministrazione che non ha mai sfilato a Bologna nel giorno della commemorazione.

L’associazione 2 agosto 1980 lo racconta e lo ricorda così:

Francesco Antonio Lascala (56 anni)

Come molti altri, Francesco, è morto per un treno in ritardo. La mattina del 2 agosto, Francesco Antonio, di Reggio Calabria, ex centralinista delle Ferrovie dello Stato, ormai in pensione, si trovava sul primo binario, in attesa del treno delle 11,05 che lo avrebbe portato a Fidenza e poi a Cremona per trascorrere qualche giorno a casa della figlia ventisettenne Vincenza.

Aveva preparato canne e mulinelli per dedicarsi, in compagnia del genero, al suo passatempo preferito, la pesca nei fiumi e nei laghi del nord.

«Quel sabato – racconta Domenico, il maggiore dei tre figli di Francesco Antonio – ho acceso la TV come ogni giorno per vedere il telegiornale dell’una. Quando ho sentito del disastro e ho visto l’orologio della stazione fermo sulle 10,26 mi si è raggelato il sangue; ho capito subito che a mio padre doveva essere successo qualcosa . Verso le nove e mezza, infatti, aveva telefonato da Bologna, per avvertirci che era arrivato con tre ore di ritardo e aveva perso la coincidenza, e per dirci di tranquillizzare mia sorella Vincenza nel caso si fosse allarmata per il suo mancato arrivo. Premuroso come era, se mio padre fosse scampato alla strage avrebbe sicuramente ritelefonato a casa per metterci il cuore in pace».


Francesco Antonio viveva a Reggio Calabria con la moglie Elvira, e il figlio minore Giuseppe, venticinquenne.

Il rione ferrovieri, dove i Lascala abitavano da parecchi anni , è un intrico di stradine e cortili, nato per dare alloggio ai dipendenti delle FS Del povero Francesco Antonio si ricordano un po’ tutti. Se ne parla come un uomo tranquillo, aperto ed affabile, sempre disposto alla battuta. E così lo ricordano anche i figli.

Stazione Bologna sala d’attesa

La strage

Il primo sabato di agosto, la stazione ferroviaria dove pulsa il cuore del Paese è gremita. Dopo la tragedia Ustica , si preferisce viaggiare in macchina o prendere il treno. È il posto giusto e anche l’orario non è casuale. Si aspetta che siano passate le 10 del mattino perché quella bomba non deve costituire solo un avvertimento ma deve generare una Strage. Di famiglia, di innocenti, anche bambini.


Ci sono avvenimenti che non si esauriscono in pochi infernali attimi, perché il dolore che genera ha proporzioni tali da non poter essere rimarginato mai completamente . Ci sono fatti della Storia di questo Paese che ancora oggi ne inficiano l’integrità e la lealtà a quegli stessi valori di libertà, sicurezza e giustizia che proclama di garantire.

Il 2 agosto 1980 la nostra Repubblica è andata in pezzi. Versato il sangue innocente di 85 persone in un progetto di morte deliberato ; la nostra Democrazia continua a fallire ogni giorno che passa senza che sia riconosciuto ai familiari il diritto alla Giustizia e all’Italia perbene il diritto alla Verità.

I familiari di queste vittime continuano ad essere le sentinelle della Democrazia in pericolo, della Democrazia di tutti, anche di coloro che hanno pensato, e forse ancora pensano, che questa Strage non li abbia mai riguardati e non li riguardi, perché non hanno perso un loro caro quel giorno in quell’esplosione. Invece quello che è accaduto riguarda tutti, perché non è stato un incidente ma una di quelle Stragi di Stato che in un Paese degnamente definito Democratico rappresentano una contraddizione intollerabile uno strappo profondo e lacerante.

L’orologio fermo… alle 10:25

Una violenta esplosione, alle 10:25 di quel giorno di quarantasei anni fa, uccide 85 persone, ferendone duecento . Crolla l’ala ovest dell’edificio che, davanti al binario 1 della stazione Centrale di Bologna, ospita la sala di aspetto di seconda classe, la tavola calda e altri uffici. Quella sala d’aspetto oggi accoglie un monumento con tutti i nomi delle vittime e fuori un orologio è ancora fermo a quell’orario.


Stazione Bologna orologio fermo Strage 2 agosto 1980

Testimonianze successive all’impatto rilasciato di un fortissimo boato, di una violentissima deflagrazione e del reperimento del cratere da parte dei vigili del fuoco . Così in modo inequivocabile e allarmante, la più rassicurante per quanto drammatica ipotesi dell’esplosione di una caldaia e quindi di un incidente, cede il passo alla certezza di attento dinamico.

La piazza del dolore e della solidarietà

In un attimo piazza delle Medaglie d’Oro, antistante alla stazione Centrale di Bologna, quel 2 agosto diventa e luogo di disperazione e speranza, dolore e solidarietà, strazio e consolazione.

Arriva il presidente Sandro Pertini a soffrire con i familiari e sostenere una Repubblica andata in pezzi . Accorrono vigili del fuoco, forze dell’ordine, ambulanze e tantissimi cittadini e volontari che si mettono a cercare tra le macerie, a scavare, a soccorrere, a dare una mano. Tutta Bologna capisce subito che è successo qualcosa di gravissimo , nessuno si sottrae e tutti si mettono a disposizione. Autobus divengono ambulanze, trasportano corpi all’obitorio fino a quando il cielo si fa scuro. È un’apocalisse inattesa che bisogna affrontare.

Quel giorno in realtà a soffocare sotto le macerie non sono state solo le persone presenti in stazione a Bologna ma anche amici e familiari che hanno trascorso ore di angoscia e sofferenza prima di scoprire la più atroce delle verità sui loro cari.


Nel 1980 Bologna è una città rossa , ben amministrata dall’esponente del partito Comunista Renato Zangheri; è una città ancora ferita dal disastro aereo in cui hanno perso la vita 81 persone a bordo del Dc9, in viaggio da Bologna verso Palermo e precipitato al largo di Ustica poco più di un mese prima, e dalla strage dell’Italicus, il treno in viaggio la notte tra il 3 e il 4 agosto del 1974 da Roma verso Monaco, dilaniato da un’esplosione appena uscito dalla galleria più lunga d’Europa, quella di San Benedetto Val di Sambro, alle porte del capoluogo emiliano, in cui avevano perso la vita 12 persone e 48 sono rimaste ferite.

Le indagini, le ipotesi, i processi ei depistaggi

Una verità complessa ma comunque ancora in parte negata. Nonostante le sentenze definitive che condannano gli esecutori materiali, esponenti della destra eversiva – sempre professatisi innocenti – il quadro resta evidentemente ancora incompiuto. Non si conoscono i mandanti di questa strage definita la più grave del Dopoguerra. Non si sa chi abbia deciso che quel giorno quegli innocenti dovessero morire né su quale altare la loro vita sia stata così barbaramente sacrificata. Un’indagine complicata in un contesto aggravato da depistaggi e insabbiamenti.

All’indomani di quel 2 agosto 1980, si teme, in un’Italia in cui ia presto familiari sarebbero sentiti traditi dalla sentenza di assoluzione in appello per la strage di piazza Fontana, un altro processo per Strage senza colpevoli.

Il primo processo richiede, infatti, sette anni per essere istruito. Le sentenze di condanna definitiva arrivano dopo altri otto anni , destituendo di fondamento le altre ipotesi terroristiche estere (palestinese, spagnola, franco-tedesca, libanese e libica) e quella del diversivo dalla strage di Ustica, consolidano la matrice neofascista della strage e condannano solo gli esecutori materiali, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, giovane coppia militante nel gruppo eversivo Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) d’ispirazione neofascista . Pur avendo ammesso di aver commesso altri gravi delitti, Fioravanti e Mambro si sono sempre dichiarati innocenti rispetto alla Strage di Bologna , come anche l’altro complice, condannato in via definitiva anni dopo, nel 2007, a trent’anni di reclusione, Luigi Ciavardini, all’epoca minorenne e giudicato da altro tribunale , anche lui esponente dei Nar.

Nel 2011 l’associazione dei Familiari delle Vittime, che invoca una piena verità anche sui mandanti, presenta una memoria corposa al fine di chiedere la riapertura delle indagini e l’accertamento di responsabilità dei livelli superiori, ad oggi ancora sconosciuti . Le indagini sulle stragi di quegli anni lasciano emergere un disegno sovversivo criminale sottaciuto e ben protetto, in cui ai gruppi terroristici neofascisti era stata affidata la mano armata. Un arruolamento da parte di chi? Perché? Domande ancora, dopo 46 anni, senza risposta.


Il primo processo per i mandanti prende il via soltanto nel 2020, in concomitanza con il quarantesimo anniversario, grazie all’impegno imponente, tenace e instancabile dei Familiari delle Vittime che non si sono mai arresi, stimolando le Istituzioni a cercare la Verità e supportando la magistratura nel perseguimento della Giustizia.

Nel 2020 la Procura generale della Repubblica di Bologna emette l’ avviso di conclusione delle indagini preliminar i sui mandanti della strage di Bologna nei confronti di Licio Gelli, del suo braccio destro Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, ex direttore dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno, Mario Tedeschi, storico direttore del periodico culturale di destra Il Borghese. Tale avviso non raggiunge nessuno di loro. Tutti morti e non più perseguibili.

Il processo più recente è stato quello a carico di Paolo Bellini, ex “primula nera” dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore della strage in concorso con Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini (espondente dei Nar e condannato all’ergastolo in via definitiva lo scorso anno).  Anche lui si dichiara innocente. È stato condannato all’ergastolo con sentenza confermata in Cassazione lo scorso anno.

L’Italia del 1980

È innanzitutto il Paese ancora scosso dalla strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) , un Paese fragile, terrorizzato dalle bombe sui binari alle porte di Bologna mentre viaggia l’Italicus (la notte tra il 3 e il 4 agosto 1974) e a Gioia Tauro in Calabria mentre viaggia la Freccia del Sud (22 luglio 1970) ; è un Paese indebolito dalla strage di Peteano (31 maggio 1972), in provincia di Gorizia, e dall’attentato in piazza della Loggia a Brescia (28 maggio del 1974).

È un Paese profondamente e dolorosamente scosso dal terrorismo rosso e nero in cui ad uccidere sono tanto le brigate rosse ed esponenti del nucleo armato di Prima linea, gruppo di estrema sinistra, quanto gli esponenti dell’organizzazione eversiva neofascista Nuclei Armati Rivoluzionari.


È il Paese fortemente esposto alla penetrazione della P2 (Propaganda Due) , sospesa dal Grande Oriente d’Italia nel 1976 per aver assunto finalità deviate rispetto a quelle statutarie e denunciata dalla Commissione parlamentare di inchiesta, presieduta dalla ex ministra Tina Anselmi, quale organizzazione criminale ed eversiva, sciolta con apposita legge nel 1982.

In Italia è già segretamente attiva l’organizzazione paramilitare Gladio , allineata alla rete internazionale Stay-behind (restare indietro), promossa dalla Central Intelligence Agency (Cia) per arginare l’influenza comunista e contrastare una possibile avanzata nell’Europa occidentale dell’Unione Sovietica e dei Paesi del Patto di Varsavia, attraverso azioni di sabotaggio, guerriglia, tensione, con la collaborazione dei servizi segreti e non solo.

È l’Italia in cui gli accordi scaturiti dalla Seconda Guerra Mondiale sono ancora in piedi come lo è anche il muro di Berlino, segno di una guerra Fredda che tra Stati Uniti e Russia si combatte a colpi di intelligence, con patti tanto vincolanti quanto segreti.

Tutti si dichiarano innocenti

Nessun mandante mandante. E chi è stato condannato si professa ancora innocente. Ad oggi, tuttavia, l’unica innocenza che resta pienamente incontrovertibile è solo quella delle Vittime. È quella d i Angela di soli tre anni e degli altri sei bambini che invece di andare in vacanza, furono risucchiati in quel vortice di morte programmato, pianificato e deliberato . È quella di  Francesco  che ha lasciato moglie, figli e nipoti e delle altre vittime, padri, madri, fratelli, sorelle, figli e figlie, coniugi, nonne, nonni, zie, zii, nipoti, amici che non hanno mai raggiunto la loro destinazione e sono più tornati a casa.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Anna Foti

Source link


Di


kèo nhà cái