Che afa fa! Il cervello alle prese con il caldo torrido | BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA



Faceva così caldo che abbiamo dovuto dare da mangiare dei cubetti di ghiaccio
alle galline per evitare che ci deponessero uova sode.
(Tony Randall)

intervista di Irene Panighetti a Doriana Galderisi* – E’ un servizio che in quest’estate sta dimostrando tutta la sua utilità: stiamo parlando dei rifugi climatici, ovvero quei 70 luoghi, tra i 32 spazi al chiuso e gli altri 38 all’aperto, dove le persone posso accedere, gratuitamente, e trovare condizioni climatiche più favorevoli. Qualche esempio? Il Castello di Brescia, il Parco delle Colline e il Monte Maddalena, il bosco di Sant’Anna….

Dottoressa Galderisi, che cosa succede al nostro cervello quando la temperatura si innalza vertiginosamente?

Buongiorno a lei e a chi legge quest’ultimo contributo prima di una breve pausa per questa calda, caldissima, estate! Eh sì perchè questi mesi di giugno e luglio si sono dimostrati propri particolari e anche chi solitamente non patisce il caldo avverte però sempre più intensamente e con continuità questa situazione di disagio; anche perché l’ondata di calore che ha portato Brescia oltre i 37 gradi centigradi è stata lunga, continuativa, non limitata quindi a pochi giorni roventi. Ha proprio ragione il meteorologo Luca Mercalli: “Il clima terreste si sta riscaldando, moderatamente ai tropici, molto velocemente soprattutto sul Mar Glaciale Artico. Questo comporta che in media tutte le stagioni diventano ovunque più calde, e che le ondate di calore anomale si fanno più frequenti e prolungate”.


Ma che cosa ci succede concretamente quando fa così caldo? Succede, utilizzando un’immagine un po’ materica, che “non suda solo il corpo, bensì suda anche il nostro cervello”, che, potremmo dire, va in modalità allarme anti incendio. Quando infatti la temperatura si alza tanto, il nostro corpo entra in emergenza rispetto alla necessità di raffreddarsi, per cui il sangue viene dirottato più verso la pelle e meno verso il cervello, ma soprattutto arriva meno sangue in quelle aree del nostro cervello come per esempio la corteccia prefrontale, deputate alla pianificazione, alla decisione, all’autocontrollo, alla concentrazione.., questa diminuzione dell’apporto sanguigno fa sì, come ci dicono gli studi  condotti nel 2018 dall’Harvard T.H. Chan School of Public Health (in particolare dal team guidato dal ricercatore Jose Guillermo Cedeño Laurent), che si verifichi il cosiddetto “heat-induced cognitive decline”, il calo cognitivo indotto dal calore, per cui vi è un peggioramento delle prestazioni cognitive. Questo comporta cali di attenzione e concentrazione, rallentamenti nel pensiero, nella working memory (la memoria cosiddetta di lavoro), difficoltà nell’elaborazione di compiti complessi come il calcolo matematico.

In altre parole, i meccanismi di termoregolazione che naturalmente il nostro organismo attiva per rispondere alla minaccia del caldo, hanno una serie di riverberi che si sintetizzano nel sottrarre energia e risorse al cervello, proprio perché, per disperdere calore tramite la sudorazione, il sangue viene deviato verso la pelle.

A livello emotivo il caldo diventa una sorta di amplificatore: si “accende” la sentinella del pericolo e della paura, la già tante volte citata amigdala, che porta con sé l’attivazione del senso di minaccia. A ciò si aggiunga che si verifica un’alterazione della produzione di neurotrasmettitori tra i quali la serotonina, che è la responsabile del nostro umore e anche dell’irritabilità. Questa spiegazione scientifica, già individuata negli anni Trenta del secolo scorso, si riferisce alla famosa Frustration Aggression Theory, una teoria secondo cui vi è un collegamento dimostrato tra l’aggressività e il disagio fisico. Temperature elevate producono il cosiddetto stress da calore, fanno aumentare i livelli di cortisolo, e, come già detto, alterano la produzione di neurotrasmettitori; tutto ciò fa sì che tutti noi ci si senta più affaticati, più confusi, ma anche più irritabili. Ecco dunque la maggior frequenza di incidenti e anche più litigi al volante, in ufficio, in famiglia.…

Se poi l’ondata dura tanto ecco che allora lo stress diventa più importante, assume delle caratteristiche di cronicità: l’asse dello stress rimane attivato, il cortisolo sale ancora e quindi le nostre funzioni di autocontrollo, di empatia, di comprensione ne risentono moltissimo. “Non ti ci mettere pure tu che già fa caldo” come risposta a tutto…
(Anonimo)

Una volta quando faceva caldo si stava in casa con le finestre aperte o al massimo con un ventaglio a portata di mano. Oggi anche nella nostra città vi sono i cosiddetti rifugi climatici. Che significato psicologico hanno questi luoghi?


Sono luoghi davvero essenziali, sia quelli all’aperto sia quelli al chiuso. Tra questi sottolineo l’importanza dei centri diurni integrati e delle Rsa aperte, ovvero servizi per le persone fragili attivate dalla nostra città che offrono un’accoglienza gratuita e i pasti a prezzo calmierato sette giorni su sette. Sono posti in cui ci si ritrova, in cui si è dunque in una situazione ben diversa da quella solitaria nella propria casa con ventilatore o ventaglio. Nei rifugi climatici pubblici entra in gioco la dimensione comunitaria, quindi non si tratta esclusivamente di un luogo fisico ma anche di uno spazio simbolico, che va oltre la materialità.

E questo fattore è importante, come ci spiega la teoria dell’attaccamento di John Bowlby che abbiamo già incontrato nei nostri articoli. La teoria dell’attaccamento declinata nel contesto della riflessione che stiamo conducendo, ci dice infatti che i rifugi climatici rappresentano anche un luogo in cui ci sentiamo al sicuro, in protezione da una minaccia. Quindi il rifugio climatico non è solo un posto dove stare al fresco, ma è un luogo che funziona, letteralmente, da base sicura collettiva comunitaria e, a proposito di comunità, la social support theory di Cohen e Wills ci dice che, quando un problema viene condiviso, cala lo stress percepito. Quindi in un rifugio climatico la persona si sente più forte perché non è sola ad affrontare il problema: il disagio diventa un’esperienza condivisa.

Ancora, la teoria dello psicologo Martin Seligman detta “learned helplessness”, impotenza appresa, dimostra come essere in balia degli eventi sviluppi ansia, ma, in un rifugio climatico non si è in balia, anzi, si è in una situazione controllata, organizzata, sistematizzata; questo contesto permette di restituire alla persona un senso di controllo, di attenzione, di benessere. Sapere che esiste un posto fresco dove andare fa sì che la paura e l’ansia diminuiscano e si possa ritrovare anche la voglia di divertirsi, magari pensando a situazioni paradossali e buffe come: “Il triangolo delle Bermuda si è stancato di essere un posto caldo. Si è spostato in Alaska. Ed ora Babbo Natale manca all’appello”.

 

Parlare di ondate di calore infernali rischia di creare allarmismo? Come dovrebbero essere comunicati i rischi del caldo senza paralizzare o spaventare le persone?


In questa sua domanda dottoressa Panighetti è implicato quel settore della psicologia che si occupa della comunicazione del rischio, una problematica che, oltre ad essere presente spesso negli articoli di questa rubrica, ha rappresentato anche il focus della puntata del 9 luglio de “La Scienza di Eccellenza” (che potete rivedere qui: https://www.scienzadieccellenza.it/2026/07/ebola-e-nuovi-virus-comunicare-i-rischi-per-governare-le-minacce/)

Potremmo riassumere il concetto nella “formula”: il caldo va raccontato non con la sirena ma con la bussola, con una specie di navigatore che aiuto ad orientare. Quindi attenzione alle parole! Utilizzare il termine “infernale” per descrivere un’ondata di calore infernale può avere un effetto paralizzante.

Ce lo spiega il modello che va sotto la sigla EPPM (Extended Parallel Process Model, cioè modello esteso dei processi paralleli,) sviluppato da Kim Witte: questo modello ci spiega come le persone reagiscono ai messaggi che fanno leva sulla paura al fine di promuovere comportamenti preventivi o di buona salute. Di fronte a veri e propri “appelli alla paura” sono tre le possibili reazioni: negazione, minimizzazione o evitamento che scaturiscono da quanto il rischio viene percepito come grave e da quanto ci si sente in possesso di sufficienti soluzioni per affrontarlo. Si tratta di tre risposte tutte dis-adattive rispetto al problema.

Al contrario, la formula che funziona, è quella di esporre il rischio ma, al contempo, fornire informazioni sugli strumenti per affrontarlo. In concreto: va bene dire che ci sarà, o è già in atto, una condizione di caldo infernale, ma poi, affinché il messaggio arrivi correttamente e non produca panico o sottostima o mancanza di attenzione, è necessario fornire istruzioni, regole, ecc… oltre che chiarire chi è più a rischio e chi meno: le persone anziane, bambini, quelle più fragili. Per cui le azioni che dall’ambiente medico ci vengono indicate come più utili, ovvero evitare di uscire e fare sforzi nelle ore più calde, bere almeno un litro e mezzo di acqua al giorno, seguire un’alimentazione sana e a base di prodotti freschi ecc…sono indicazioni di per sé semplici ma molto utili a creare il corretto contesto nel quale una problematica debba essere inserita per essere compresa e gestita in modo adeguato.

Riassumendo: va bene dare dati, non nascondere il problema, ma contemporaneamente fornire suggerimenti, norme, guide per agire con consapevolezza ed efficacia. E questa prospettiva proattiva e positiva si sposa con la battuta di Fabrizio Caramagna con la quale mi piace concludere la riflessione di oggi: Nell’epoca del global warming e del riscaldamento climatico, le ali di cera di Icaro si sarebbero sciolte subito e Icaro non sarebbe mai morto”.


Grazie l’attenzione, vi auguro un agosto sereno: ci ritroviamo alla fine del mese di agosto.

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 Redazione BsNews.it

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