Il comunicato ufficiale diffuso il 7 luglio dà una guidance per il secondo trimestre 2026 che vale la pena leggere due volte: utile operativo atteso a 89,4 trilioni di won, circa 58,4 miliardi di dollari, su un fatturato stimato di 171 trilioni di won. Il dato che conta di più non è la cifra assoluta, ma il confronto con il passato recente.
I chip valgono più degli smartphone, e i numeri lo dimostrano
Nel secondo trimestre del 2025 l’utile operativo era stato di appena 4,68 trilioni di won. Il salto è di circa 19 volte. E secondo la ricostruzione di Tom’s Hardware USA, confermata da più fonti di settore, l’utile del solo trimestre supera la somma degli utili operativi annuali 2023-2025: tre esercizi in cui la divisione memorie usciva da un crollo della domanda.
Non si tratta di fatturato, che pure cresce del 129% su base annua. È utile operativo: la parte che resta dopo aver pagato produzione, ricerca e struttura. La distinzione conta perché è la misura più difficile da gonfiare con effetti contabili, ed è quella su cui si misura la salute reale di un business.
Il dato arriva a distanza di poche settimane da un altro record. Il primo trimestre 2026 si era già chiuso con un utile operativo di 57,23 trilioni di won su un fatturato di 133,87 trilioni, la cifra più alta mai registrata in un singolo trimestre fino a quel momento. Il secondo trimestre non consolida quel risultato: lo supera di oltre il 50%, in appena tre mesi.
La reazione di Bloomberg e CNBC alla guidance ha usato toni simili: un balzo di utile vicino al 1.800% su base annua, letto come conferma che la domanda di memoria per l’AI non sta rallentando, ma accelerando. Resta da capire quanto di questa accelerazione sia domanda reale da parte di chi costruisce data center, e quanto sia acquisto anticipato per paura di restare senza scorte in un mercato con l’offerta razionata.
La memoria non è più una commodity, è diventata oro
Il traino di questo risultato ha un nome preciso: DRAM e HBM (High Bandwidth Memory), i due tipi di memoria che alimentano server e acceleratori AI. I prezzi della DRAM commodity sono saliti del 90% nel primo trimestre 2026 rispetto al trimestre precedente, poi di un ulteriore 50-60% nel secondo. Le trattative per il terzo trimestre parlano di un +20% aggiuntivo, come raccontato in un articolo precedente su questa stessa testata.
I contratti per i moduli LPDDR5X da 12 GB, usati anche fuori dal segmento data center, sono passati da circa 120 a 145 dollari per unità nel corso di un solo trimestre. Chi acquista componenti per assemblare PC, server o dispositivi mobili ha già visto questi rincari trasferiti sui listini, un fenomeno che avevamo già descritto quando il prezzo raddoppia sulla componente HBM.
La scarsità non è congiunturale. Samsung ha iniziato le prime vendite di massa di HBM4 e SOCAMM2 per la piattaforma Nvidia Vera Rubin nel primo trimestre, e i campioni HBM4E sono attesi nel trimestre in corso. Il gruppo aveva già accelerato sulla HBM4 mesi prima che la domanda esplodesse su questi livelli, un posizionamento che oggi si traduce in vantaggio competitivo diretto sui concorrenti coreani e statunitensi.
Nuova capacità produttiva su larga scala in Corea non è attesa prima del 2033: significa che il ciclo di prezzi alti spinge fino al 2028 come minimo, forse oltre. Costruire un nuovo stabilimento per semiconduttori di memoria richiede anni di pianificazione, permessi ambientali e investimenti nell’ordine delle decine di miliardi di dollari: nessuno dei tre grandi produttori mondiali può decidere oggi di aumentare l’offerta in tempo per raffreddare i prezzi del prossimo biennio.
Chi vende il ferro dell’AI guadagna più di chi vende l’intelligenza
La lettura più interessante di questi numeri non riguarda Samsung in sé, ma la geografia dei profitti nella corsa all’intelligenza artificiale. Le aziende che vendono modelli e servizi AI bruciano capitale a ritmi record, con margini spesso ancora incerti o negativi. Chi controlla la produzione fisica di DRAM, NAND e HBM sta invece segnando il trimestre più redditizio della propria storia.
È la logica della corsa all’oro dell’Ottocento: chi vendeva picconi e stivali guadagnava più, e con più certezza, di chi scavava sperando di trovare la vena. Oggi i picconi sono i chip di memoria, e chi li produce incassa margini che nessun fornitore di software AI può ancora vantare con la stessa costanza.
Nvidia ha scelto le HBM4 di Samsung definendole tra le migliori sul mercato, un endorsement che rafforza la posizione del gruppo coreano nella catena di fornitura dei data center AI. La proiezione interna per l’intero 2026 parla di un utile operativo annuale vicino ai 300 trilioni di won, circa 200 miliardi di dollari: una cifra che supererebbe i profitti cumulati dell’intera divisione semiconduttori in circa 40 anni di storia.
Il conto lo pagano tutti gli altri, PC e telefoni compresi
Qui la storia si complica, perché i rincari di DRAM e NAND non restano confinati ai data center. Si scaricano su tutta la filiera: produttori di PC, console, smartphone e dispositivi consumer acquistano gli stessi componenti agli stessi prezzi gonfiati. I prezzi degli hard disk sono già andati in tensione per lo stesso motivo, ed è ragionevole aspettarsi che entro fine anno l’aumento arrivi visibile sugli scaffali, non solo nei bilanci trimestrali dei produttori.
Il mercato azionario, dal canto suo, non ha reagito con l’entusiasmo che ci si aspetterebbe da un risultato record. Gli investitori si interrogano sulla sostenibilità del ciclo, più che festeggiare il dato. Wall Street vede una crepa nel boom dei chip più in generale, e la domanda implicita è sempre la stessa: quanto durerà una domanda AI che finora ha giustificato ogni previsione al rialzo, ma che nessuno ha ancora visto attraversare un ciclo economico completo.
Anche volendo essere più prudenti sul rischio bolla, il collo di bottiglia produttivo gioca a favore di chi già controlla la capacità esistente. Con impianti nuovi che non arriveranno prima del 2033, chi ha capacità oggi ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può colmare in tempi brevi, anche se la domanda dovesse rallentare.
Si potrebbe obiettare che un utile trimestrale record, per quanto reale, non basta a smentire i timori di bolla: i cicli della memoria sono storicamente violenti, e a fasi di prezzi altissimi sono sempre seguiti crolli altrettanto rapidi quando l’offerta si riallinea alla domanda. È un’obiezione legittima, e chi ha vissuto i cicli precedenti del settore la conosce bene.
Quello che cambia questa volta è la natura strutturale del collo di bottiglia. Nei cicli passati l’eccesso di offerta arrivava perché i produttori investivano tutti insieme nella stessa finestra temporale, inseguendo la domanda del momento. Oggi il limite non è la volontà di investire, ma il tempo necessario per costruire nuovi impianti: anche volendo, nessuno può aggiungere capacità prima della fine del decennio.
Il paradosso finale è semplice da enunciare: la corsa all’intelligenza artificiale sta producendo il suo primo, vero vincitore misurabile in bilancio, e non è un’azienda che parla di AI nei propri comunicati. È chi produceva memoria anche prima che il termine “data center AI” esistesse, e ha semplicemente scoperto di essere seduto sulla materia prima più richiesta del momento. Chi acquista PC, server o smartphone nei prossimi trimestri pagherà, in piccola parte, anche questo.
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