Il Sony BRAVIA 7 II da 55 pollici (K-55XR75M2) arriva in Italia a un prezzo di listino di 2.099 euro, e a inizio luglio lo street è bene o male lo stesso del listino; vedremo in futuro se e quanto sarà scontato, sapendo che storicamente Sony non è un brand famoso per cali di prezzo sostanziosi. Un fatto che, di per sé, rende già più difficile la concorrenza con Samsung ed LG.
Il marchio giapponese, in cui è entrata da poco la cinese TCL, ha sempre scommesso sulla qualità altissima dei prodotti. Conta su un pubblico storico disposto a pagare un extra (anche sostanzioso) pur di avere l’apprezzata qualità Sony. Pagare un televisore LCD quanto o più di un OLED, nel 2026, resta però una cosa difficile da giustificare, anche considerando tutte le qualità di questo TV. E di qualità ne ha davvero tante, come vedremo.
Con il BRAVIA 7 II, la scommessa di Sony si chiama True RGB, una retroilluminazione che promette di risolvere il problema cromatico dei Mini LED tradizionali. La promessa è mantenuta.
Il che è proprio il minimo, a 2.099 euro di listino. In molti, cominciando dal sottoscritto, si domanderanno perché non prendere direttamente un OLED (tra l’altro molti costano anche meno di questo BRAVIA 7 II), che a parità di spesa offre un nero che questo pannello non avrà mai, con un impatto diretto su contrasto, gamma cromatica e intensità dei colori.
Prima di liquidare tutto come un azzardo commerciale, vale la pena capire se dietro il prezzo c’è una logica, o se è solo il solito sovrapprezzo da marchio blasonato. Un indizio c’è: Sony continua a vendere in parallelo i BRAVIA 8 e 8 II, i suoi “veri OLED”, segno che il True RGB non nasce per sostituirli. L’azienda giustifica la scelta con un dato interno citato dalla stampa specializzata: secondo le sue stesse ricerche, l’87% della visione TV avviene in condizioni di luce non ideali, tende aperte, lampade accese, sole che entra dalla finestra. È l’argomento con cui Sony motiva l’esistenza di questo prodotto. Sicuramente è vero che un TV OLED non è l’ideale in una stanza illuminata, ma che poi si possa partire da qui per vedere un LCD a questi prezzi, beh, vedremo se ha senso.
Alcune situazioni particolari funzionano, o meglio una sola: chi guarda la TV in pieno giorno, finestre aperte e sole diretto sullo schermo, dove la luminosità di picco del BRAVIA 7 II lavora meglio di qualunque OLED.
Qualità dell’immagine: colore, contrasto e movimento nei tre usi reali
Il BRAVIA 7 II è un Mini LED: la retroilluminazione usa diodi molto più piccoli e numerosi rispetto ai LED tradizionali, raggruppati in zone che si accendono e si spengono in modo indipendente (local dimming). Più zone ci sono, più preciso è il controllo su luce e contrasto in punti diversi dello schermo, invece della vecchia retroilluminazione unica o ai soli bordi del pannello.
Nei Mini LED convenzionali i diodi emettono solo luce blu, convertita in bianco tramite un filtro Quantum Dot prima di attraversare il pannello LCD. Il True RGB di Sony è l’evoluzione di questo schema: invece di un solo diodo blu per punto, ogni cluster monta tre diodi nativi, rosso, verde e blu, pilotati in modo indipendente dal sistema RGB Backlight Master Drive Pro. Il colore, dunque, si genera già nel sistema di retroilluminazione e viene poi “raffinato” dai pannelli successivi. Il risultato, in termini di prestazioni cromatiche, è notevole.
I colori restano saturi e naturali anche nelle scene più cariche, senza lo sbiadimento tipico dei Mini LED più economici, e lo schermo tiene testa alla luce diretta del salotto senza perdere contrasto. Copertura dello spazio colore vicina al 98,5% di DCI-P3 e all’88,5% di BT.2020, valori da pannello QD-OLED, con picchi HDR intorno ai 1.800 nit in modalità Cinema e quasi 2.000 in Professional: abbastanza per reggere bene anche una stanza luminosa di giorno. Anche nei gradienti più insidiosi, tramonti, cieli, dissolvenze, il banding è quasi del tutto assente: un problema che affligge quasi ogni TV in scene come il tramonto sul Mar Rosso in Exodus, qui risolto dalla precisione del True RGB nel gestire le sfumature di colore.
Il pannello principale resta comunque un LCD VA (WHVA), non un OLED: nelle scene scure con dettagli luminosi isolati, come i cieli stellati, il sistema di local dimming tende a spegnere le luci più piccole per contenere il nero (black crush). Il nero assoluto dell’OLED resta fuori portata, compensato da una luminosità di picco che i pannelli auto-emissivi non possono eguagliare (salvo i microLED professionali, ovviamente).
Sul numero di zone di local dimming del 55″ Sony non dichiara nulla: l’unico dato certo, 432 zone, riguarda il modello 65″, un numero che sulla carta sembra modesto. In pratica, il sistema a tre colori porta comunque a un miglioramento concreto: il blooming, l’alone chiaro attorno agli oggetti luminosi su sfondo scuro, è quasi invisibile, va cercato con attenzione per notarlo, e quando c’è assume il colore dell’oggetto che lo genera invece del solito grigiore, un vantaggio diretto del backlight RGB rispetto ai Mini LED convenzionali. La retroilluminazione resta stabile anche quando un oggetto luminoso si muove sullo schermo, senza i salti di luminosità tipici delle zone di dimming che si accendono e spengono in sequenza.
L’angolo di visione era il tallone d’Achille del BRAVIA 7 originale, e qui il salto è netto: il pannello X-Wide Angle Pro regge senza perdere saturazione né virare i colori anche da posizioni laterali, fino a circa 30 gradi fuori asse. Qualche instabilità nelle zone scure emerge solo sui pattern di test da laboratorio o guardando lo schermo da angolazioni estreme, mai nell’uso reale davanti a un film o una partita.
Sui riflessi le opinioni divergono: io ho trovato un televisore che si comporta molto bene da questo punto di vista, ma alcune prove segnalano una superficie ancora piuttosto riflettente in stanze buie, altre la giudicano molto migliorata rispetto al BRAVIA 7 di prima generazione, che soffriva parecchio su questo fronte. Manca un trattamento antiriflesso “vero”, riservato al BRAVIA 9 II: in una stanza molto luminosa, con finestre di fronte allo schermo, il problema si sentirà più che sui modelli di punta. Ma è comunque un problema molto ridotto.
La modalità Brillante preimpostata va evitata. Esalta i colori fino a farli sembrare finti, un effetto da fiera campionaria più che da salotto. Cinema e Standard restano la scelta giusta per un’immagine fedele: Cinema per film e serie, Standard per contenuti più datati o a bassa risoluzione.
Film e serie di alto livello. È qui che il BRAVIA 7 II dà il meglio di sé. La precisione cromatica del True RGB, unita al contrasto elevato del local dimming, rende i contenuti HDR di qualità molto credibili: pelle, cieli, ambienti naturali restano credibili anche nelle scene più sature, senza l’effetto posterizzato tipico dei Mini LED più economici. Chi arriva da un pannello OLED nota subito la differenza sul nero, non profondo come quello di un pannello auto-emissivo, un aspetto che un occhio abituato all’OLED percepisce come fastidioso. Il resto della qualità d’immagine, però, resta eccellente.
Il vantaggio si vede altrove: su un OLED di qualche anno fa, guardare scene scure in una stanza illuminata di giorno spesso costringe a intervenire sulle impostazioni per vedere bene i dettagli, mentre sul BRAVIA 7 II il problema non si pone, perché la luminosità di picco elevata rende le scene scure leggibili anche in pieno giorno, senza dover toccare nulla. Anche le prove di laboratorio confermano la sensazione diretta: il nero è descritto come profondo e uniforme, senza dettagli persi nelle zone più scure, ma resta un nero da LCD evoluto, non da pannello auto-emissivo.
Sport in diretta. Le dirette sportive chiedono al pannello due cose diverse dal cinema: fluidità sul movimento veloce e leggibilità anche in un salotto illuminato, magari con la partita vista di pomeriggio. Su entrambi i fronti il BRAVIA 7 II se la cava bene: l’alta luminosità di picco mantiene leggibile il campo di gioco anche controluce, e il local dimming stabile evita che il pallone o le maglie più chiare lascino un alone visibile sull’erba scura. Il limite, di cui si dirà a proposito del software, è l’assenza di una modalità Sport dedicata: bisogna arrangiarsi tra Brillante, troppo aggressiva sui colori, e Standard, alzando a mano la compensazione del movimento per assecondare i contenuti a 50-60 fotogrammi al secondo tipici delle dirette. Una scorciatoia utile: passare il tipo di contenuto su Gioco riduce l’elaborazione e quindi il ritardo percepito sul movimento veloce, anche se quella voce nasce per console e PC, non per lo sport.
Videogame. Il salto rispetto alla generazione precedente si sente: i comandi rispondono senza ritardo percepibile, anche nei titoli più competitivi. I test misurano un input lag di 10,4 millisecondi, contro i 17,1 ms del BRAVIA 7 originale, un valore che regge il confronto con pannelli pensati apposta per il gaming. Il limite emerge sulla nitidezza in movimento: i LED RGB hanno tempi di risposta più lenti dei sub-pixel OLED (5-10 ms contro 0,03-0,05 ms), e questo si traduce in un accenno di scia dietro agli oggetti in rapido movimento, percepibile nei giochi più veloci ma su livelli comunque alti per la categoria. Per chi gioca a titoli più lenti, narrativi o strategici, il problema è irrilevante.
L’upscaling. Come tutti i televisori Sony degli ultimi anni, anche questo può fare un lavoro notevole nel dare nuova vita ai contenuti più vecchi o a bassa risoluzione, digitale terrestre compreso. Ma è una questione di compromesso: un upscaling troppo aggressivo può rendere “cerosi” i contenuti più datati, un effetto che si presenta soprattutto in modalità Standard. Passando a Cinema o Professional, l’immagine resta bella ma non artificiale. Su questo fronte Sony conferma la qualità che ha già dimostrato nelle generazioni precedenti.
Un’ultima nota sul movimento. Nella configurazione di fabbrica il sistema di elaborazione del movimento basato su IA può generare micro-glitch percepibili e, in rari casi, un effetto di sfocatura momentanea nelle scene più scure. Il rimedio è semplice: disattivare il motion processing oppure impostare a mano i tre parametri di compensazione del movimento su un valore basso, non oltre 1. Con quella regolazione anche il judder sui contenuti a 24 fotogrammi al secondo, tipico del cinema, risulta quasi del tutto assente.
Il motore XR e i limiti di connettività
Il motore del televisore è l’XR Processor con IA, che gestisce upscaling delle sorgenti a bassa risoluzione, compensazione del movimento (XR Motion Clarity) e calibrazione adattiva in base alla luce ambiente. Le modalità Studio Calibrated, con preset dedicati a Netflix e Prime Video, offrono un’accuratezza cromatica di fabbrica che riduce la necessità di calibrazione professionale.
Una seccatura più che un vero difetto: solo due porte HDMI 2.1 a banda piena su quattro totali, e una delle due coincide con il canale eARC. Chi collega insieme una soundbar e due sorgenti next-gen (due console, o console più PC gaming) potrebbe avere un problema, ma per la maggior parte delle persone non sarà un problema. Chi la racconta come un difetto serio dell’esperienza d’uso guarda più la lista delle specifiche che l’uso reale.
La causa è il chip MediaTek Pentonic 1000, lo stesso di generazione precedente: anche altri produttori limitano la piena banda a due porte per contenere il costo del chip, non solo Sony. La scelta comporta anche l’assenza di Dolby Vision 2.
Design e telecomando: cosa cambia rispetto alla generazione precedente
Lo chassis è relativamente sottile, nel senso che risulterà enorme per chi è abituato a un OLED, ma resta senz’altro un televisore compatto. Soprattutto considerando la quantità di tecnologia al suo interno e la presenza di altoparlanti che, tutto sommato, suonano più che bene. Per quanto si possa dire di un televisore, è ben fatto.
Sui materiali, Sony non finge che questo sia il modello di punta: il retro è plastica con una texture ondulata, e la cornice attorno al pannello è anch’essa in plastica, non nel metallo riservato al fratello maggiore BRAVIA 9 II, che al tatto risulta più lussuoso. La costruzione resta solida, senza flessioni o giochi percepibili nei punti di giunzione: non suona vuota né fa dubitare della tenuta nel tempo. Il compromesso sui materiali si sente più nel confronto diretto con il 9 II che nell’uso quotidiano isolato.
Sul fronte connettori, Sony fa una scelta sensata e comoda: tutte le porte, dalle quattro HDMI (due a banda piena 2.1, due 2.0b) alle due USB-A, dall’Ethernet all’ingresso antenna/satellite, sono posizionate sul lato sinistro del televisore, non rivolte verso il retro. È una differenza che conta parecchio per chi monta il TV a muro, a filo o quasi: le porte restano raggiungibili senza dover staccare il televisore dal supporto o infilare le mani dietro un pannello a ridosso della parete. Chi invece lo tiene su un mobile con il retro libero non nota grandi vantaggi, ma per l’installazione a parete, sempre più comune su un 55″, è una scelta che semplifica la vita.
Il telecomando principale racconta invece un percorso altalenante. Sul BRAVIA 8 II, generazione 2025, Sony era tornata alle pile AAA in plastica riciclata, abbandonando la ricarica. Con il 7 II e il 9 II il design ricaricabile torna: USB-C, tasti retroilluminati che si accendono al sollevamento (disattivabile con la combinazione Volume- + Home), un ciclo di ricarica completo in circa due ore. La plastica è riciclata, con una finitura screziata blu-verde, senza le rifiniture in metallo che caratterizzavano modelli più vecchi come l’A95L. Insomma, un gran bel telecomando; e non ci aspetteremmo nulla di meno in questa fascia di prezzo, anche se poi la stessa Sony in passato ci ha fatto delle brutte sorprese.
Oltre ai tasti per Netflix, Disney+, Prime Video e YouTube, compaiono un tasto dedicato a Crunchyroll e uno per Sony Pictures Core, spostato al centro in alto nella revisione 2026, più un tasto libero e personalizzabile in basso a destra. Sono tutti tasti fisici a rilievo, pensati per essere premuti anche al buio senza guardare il telecomando: nessuna zona touch, nessun compromesso sulla tattilità. Un microfono con LED dedicato gestisce i comandi vocali, con il supporto di Google Gemini oltre al classico Google Assistant, e una funzione “trova il telecomando” attivabile anche a voce, utile per chi lo perde tra i cuscini del divano più spesso di quanto vorrebbe ammettere.
Nella scatola c’è anche un secondo telecomando, molto meno fotogenico: un modello base, a batterie, con la tastiera numerica completa. È un obbligo di legge, non un capriccio di Sony: la delibera AGCOM 294/23/CONS impone che almeno uno dei telecomandi in dotazione a ogni smart TV abbia tasti numerici per l’accesso diretto ai canali del digitale terrestre, utilizzabili anche mentre si sta guardando Netflix o Prime Video, senza dover prima cambiare sorgente. Una norma pensata per tutelare l’accesso alla TV tradizionale di fronte alla spinta commerciale verso lo streaming, in vigore dal 6 maggio 2025. Il risultato pratico è che ogni smart TV venduto oggi in Italia, questo Sony compreso, arriva con due telecomandi: quello bello, retroilluminato e ricaricabile, e quello di scorta che nessuno userà quasi mai, chiuso in un cassetto, finché non servirà davvero.
L’audio è meglio di quanto sembri, ma non sostituisce un impianto
Anche sul taglio da 55 pollici il BRAVIA 7 II integra il sistema Acoustic Multi-Audio: un assetto 2.2 canali da 40 watt con driver side-firing e tweeter dedicato, supporto Dolby Atmos e DTS:X. L’algoritmo Voice Zoom 3 isola e amplifica le frequenze vocali con efficacia. Il limite resta lo chassis sottile, che penalizza l’escursione dei woofer: i bassi sotto i 60 Hz mancano della spinta necessaria per gli effetti d’impatto dei film d’azione. Chi vuole di più può contare sulla tecnologia wireless Direct Connect, che collega diffusori posteriori e subwoofer Sony, sfruttando il televisore come canale centrale, volendo senza aggiungere una soundbar.
Chi compra un televisore di questo tipo lo abbinerà quasi sempre a un impianto audio di alto livello, ma resta un fatto: questo televisore suona molto bene. Il volume è potente e la dinamica molto buona, per essere un televisore. Diciamo che se per qualche ragione non potete collegare un impianto surround o una soundbar, potrete guardare i film senza soffrire troppo.
Google TV: interfaccia solida, ma le impostazioni avanzate vanno cercate
Google TV, arricchita dall’assistente Gemini, resta l’interfaccia più matura della categoria, ma non è perfetta. La navigazione è fluida nella maggior parte dei casi, con qualche caricamento più lento sulle app meno usate e un avvio a freddo che richiede quasi un minuto pieno: non un difetto grave, ma nemmeno il livello di reattività istantanea a cui un utente abituato a uno smartphone recente potrebbe aspettarsi. La home page, come su ogni Google TV, resta dominata da un grande banner pubblicitario rotante, costruito in parte sui dati di visione dell’account Google collegato: chi non ama questo tipo di home personalizzata dovrà conviverci, perché non c’è modo di disattivarlo del tutto. L’unica consolazione, per noi in Italia, è che gli annunci sono ancora pochi e in genere quello spazio è usato per proporre un film o un altro contenuto in modo organico. Ma non durerà a lungo, meglio farsene una ragione.
Sulle impostazioni, il TV offre due velocità di accesso. Il tasto a icona di chiave inglese sul telecomando apre My Cinema, un pannello rapido con le regolazioni più comuni di immagine, audio e tipo di contenuto, pensato per chi vuole sistemare le cose in pochi secondi senza addentrarsi nei menu: mostra anche una preimpostazione consigliata, ad esempio “Director’s cut” quando riconosce un film. Chi cerca un controllo più fine deve scendere di un paio di livelli: Impostazioni, poi Immagine, poi sottomenu dedicati a luminosità, colore, nitidezza e movimento, ciascuno con più parametri interni. Le opzioni ci sono, e sono tante, ma non sono tutte a portata di un solo clic: la scelta di Sony premia chi sa già cosa cercare, meno chi vuole limitarsi a un paio di regolazioni veloci.
Le modalità immagine disponibili sono sette: Brillante, Standard, Cinema, Professionale, Calma, Foto e IMAX Enhanced. Su alcuni servizi di streaming, Prime Video su tutti, se ne aggiunge un’ottava, Calibrato, tarata in fabbrica per replicare la resa voluta dallo studio: non è una voce fissa del menu, compare solo quando il contenuto la supporta. In qualunque modalità si può agire su gamma, temperatura colore (con una regolazione avanzata multipoint del grigio), livello di local dimming, i tre parametri MotionFlow (Smoothness, Clearness, Cinemotion), nitidezza e riduzione del rumore. Manca invece, nel menu standard visibile all’utente, un vero color management system regolabile a mano: Sony sostiene che la calibrazione di fabbrica renda superfluo esporlo, e che bilanciamento del bianco e gamma bastino per la maggior parte dei casi.
C’è poi un secondo asse di regolazione, indipendente dalla modalità immagine: il tipo di contenuto. Le opzioni sono Film, Video/immagini, Gioco e PC, e cambiano il modo in cui il processore tratta nitidezza, movimento e ritardo di elaborazione, non solo il colore. Per la maggior parte della visione, film, serie, TV generalista, conviene lasciarlo fisso su Film e non toccarlo più. Le altre voci hanno senso solo per usi specifici: Gioco riduce l’elaborazione per abbassare l’input lag con console e PC collegati via HDMI, PC ottimizza la resa di testo e interfaccia per un computer collegato direttamente, e la stessa logica di Gioco, come già detto, torna utile anche per lo sport in diretta.
Chi vuole davvero intervenire sul color management deve passare dalla calibrazione professionale con sonda esterna, tramite l’app Calman for BRAVIA abbinata al software Calman di Portrait Displays: quel percorso sblocca l’AutoCal automatico su grigio multipoint e gamut colore, sia per SDR Rec.709 sia per HDR Rec.2020/Dolby Vision. È un livello di accesso pensato per calibratori professionisti, non per l’utente domestico, per quanto smaliziato.
Per guardare un film, la combinazione più fedele è la modalità Professional, che Sony tratta come un monitor da studio Hollywood, tarata intorno ai 100 nit in una stanza buia; in un salotto più luminoso conviene passare a Cinema, che arriva fino a 650 nit accettando una leggera perdita di accuratezza cromatica. In entrambi i casi conviene impostare MotionFlow su Custom con Smoothness e Clearness al minimo, e Cinemotion su Basso, per un pulldown corretto dei contenuti a 24 fotogrammi al secondo senza l’effetto soap opera. Sui contenuti HDR va lasciata attiva la retroilluminazione in modalità RGB, non quella “white”: nei test di colore la differenza è netta, oltre 15 punti percentuali di copertura BT.2020 in più con l’RGB attivo.
Sullo sport la situazione è meno rifinita: il BRAVIA 7 II non ha una modalità Sport dedicata, a differenza di diversi concorrenti diretti, e l’unica scelta resta tra Brillante e Standard. È una lacuna, non un dettaglio da poco per chi guarda molte partite: le dirette sportive girano quasi sempre a 60 fotogrammi al secondo, e su questi contenuti si può alzare Smoothness su Max senza l’effetto soap opera così fastidioso sui film, perché la sorgente è già ad alto frame rate. Un utente esperto può ricostruirsi a mano un preset simile partendo da Standard, ma un utente medio si troverà a scegliere alla cieca tra due modalità pensate per altro.
Per chi lavora nell’installazione professionale vale una precisazione utile: sulla gamma consumer 2026, 7 II compreso, non ci sono funzioni pensate per installazioni commerciali, gestione flotte, modalità hotel o controllo IP/RS-232 dedicato. Quelle funzioni restano sulla linea separata Sony BRAVIA Pro (serie BZ-P), pensata per il mercato professionale e i display always-on. Chi cerca un TV Sony per un’installazione business non troverà queste caratteristiche sul 7 II, e non dovrebbe aspettarsele.
Il confronto BRAVIA 9 II: quanto conviene salire di gamma
Chi valuta il BRAVIA 7 II si scontra quasi sempre con la domanda sul fratello maggiore. Il BRAVIA 9 II resta il modello di punta della gamma True RGB: più luminoso, con una gestione dei riflessi migliore per i salotti pieni di luce e un controllo del local dimming più spinto, grazie a un numero maggiore di zone di dimming. Il BRAVIA 7 II risponde con un volume colore descritto come più “pulito” e naturale nell’uso quotidiano, e con un prezzo più contenuto: il differenziale tra i due modelli è giudicato alto da più fonti di settore.
Entrambi condividono la piattaforma True RGB e il processore XR, ma il 9 II beneficia di un pannello e di una gestione della luce più raffinati. Per il cinema e il gaming casual il 7 II è già molto forte; il 9 II alza l’asticella soprattutto nelle stanze luminose e nelle scene difficili, al prezzo di un esborso molto maggiore.
Qui va fatta una precisazione che vale la pena di essere esplicita. Se il giudizio su questo TV è che 2.099 euro sono già tanti per un pannello non OLED, lo stesso ragionamento si applica al 9 II con forza ancora maggiore: costa di più, non è OLED nemmeno lui, e il salto di prezzo non corrisponde a un salto di categoria tecnologica, solo a un affinamento della stessa piattaforma. Chi in questa fascia cerca il nero assoluto e il contrasto per singolo pixel, la ragione per cui esistono gli OLED, non li trova su nessuno dei due modelli Sony. Salire di gamma dentro la famiglia True RGB migliora la resa in stanze luminose, non risolve il limite di fondo del pannello LCD.
Prezzo e competitor
A listino, stessa generazione 2026, un LG C6 55″ OLED costa 1.899 euro e un Samsung S90H 55″ OLED 1.699 euro: fino a 400 euro meno del BRAVIA 7 II, pur essendo entrambi OLED veri. Il confronto tiene anche con la generazione precedente: LG C5 (1.799 euro) e Samsung S90F (1.899 euro) mostravano lo stesso divario. E il paragone più scomodo resta in casa Sony: il BRAVIA 8 II 55″, il vero OLED QD-OLED della gamma, ha lo stesso identico prezzo di listino del 7 II, 2.099 euro.
C’è poi la questione degli sconti. A un anno dal lancio LG C5 e Samsung S90F avevano già perso metà del loro valore di listino, scendendo entrambi sotto i 1.000 euro. Sony segue un ritmo molto più lento: il BRAVIA 8 II è sceso solo del 10-22% nello stesso arco di tempo, e il 7 II, uscito da poche settimane, non si è ancora mosso. Chi compra Sony oggi paga il prezzo pieno più a lungo.
Chi vuole spendere meno ha alternative concrete: TCL copre la fascia 500-600 euro con Mini LED d’ingresso, fino ai nuovi SQD-Mini LED da 999-1.099 euro. Le differenze verso l’alto sono reali, non solo di marchio: più zone di local dimming, luminosità di picco superiore, processore più sofisticato. Ma restano, appunto, differenze di grado, non lo scarto netto tra pannello OLED e non-OLED che il BRAVIA 7 II chiede di pagare al prezzo di un OLED vero.
Il quadro, però, cambia salendo di diagonale, ed è un punto che vale la pena isolare con numeri alla mano. Servono i listini USA per un confronto taglia per taglia coerente tra i tre marchi, ma il rapporto tra i prezzi resta indicativo anche per il mercato italiano. A 65 pollici il BRAVIA 7 II passa da svantaggiato a competitivo: 2.599,99 dollari, contro i 2.699 dell’LG C6 e i 2.699,99 del Samsung S90H, entrambi OLED veri. Il differenziale su cui si regge la critica di questo articolo, misurato sul 55 pollici qui recensito, a 65 pollici è già sparito.
Oltre gli 83 pollici il confronto smette proprio di esistere: né LG né Samsung offrono un OLED oltre quella soglia nelle rispettive linee C6 e S90H, ferme entrambe a 5.299 dollari circa per l’83 pollici, la taglia più grande disponibile. Il BRAVIA 7 II arriva invece a 85 pollici per 3.999,99 dollari, più grande e più economico dell’OLED più grande sul mercato, e sale fino a 98 pollici (8.999,99 dollari) senza che nessun OLED generalista lo segua fin lì. Perfino il BRAVIA 8 II, l’OLED di casa Sony, si ferma a 65 pollici: per chi vuole un pannello Sony di questo livello oltre quella soglia, oggi il True RGB non è un’alternativa all’OLED, è l’unica opzione. È qui che l’argomento del posizionamento, discusso nel capitolo successivo, prende corpo nei numeri: sopra i 65 pollici la domanda “perché non un OLED vero” perde progressivamente senso, perché l’OLED vero, a quelle dimensioni, o costa di più o non esiste affatto. Sul taglio specifico di questa recensione, il 55 pollici, il paragone resta invece sfavorevole: è alle diagonali più grandi che il conto si ribalta.
Il quadro che emerge è quello di un marchio più caro degli altri per scelta, non per caso, e non solo su questo modello: Sony sconta meno, e con più lentezza, rispetto a LG e Samsung anche sui prodotti precedenti. Sull’elaborazione video Sony resta un gradino sopra: il processore XR e la calibrazione di fabbrica sono tra i migliori del mercato, OLED compresi. Ma chi cerca un top di gamma in genere cerca un OLED, e di conseguenza questo televisore ha senso solo per un pubblico molto ridotto. Quel pubblico sarà anche disposto a spendere il prezzo richiesto? Lo sapremo tra qualche anno, quando potremo verificare se saranno ancora in catalogo.
La qualità superiore di Sony esiste, ma è selettiva: vince sulla lavorazione dell’immagine, perde sulla caratteristica di base del pannello. Non basta da sola a giustificare 200-400 euro in più rispetto a un OLED vero.
2mila euro e non è nemmeno un OLED? Sony non è ammattita (forse)
Il divario di prezzo rispetto a molti OLED corrisponde a una scelta precisa di Sony, non a un incidente di percorso. Vale la pena capire cosa c’è dietro, invece di liquidarla come un errore di marketing, anche perché la stampa specializzata internazionale che ha seguito da vicino il lancio ha raccolto materiale sufficiente a ricostruire la logica.
Il primo motivo è tecnico, e va preso con una cautela in più rispetto agli altri due. Ogni cluster del True RGB monta tre diodi nativi, rosso, verde e blu, pilotati in modo indipendente da un’elettronica di controllo molto più complessa di quella di un Mini LED tradizionale: uno schema che va oltre il semplice Mini LED con qualche diodo in più. Servono più LED per zona, driver più sofisticati e una calibrazione di fabbrica pesante per far collimare migliaia di cluster RGB. Detto questo, il Mini LED come categoria resta, per l’industria del pannello, più economico da produrre dell’OLED: la complessità del True RGB alza i costi rispetto a un Mini LED normale, ma non c’è alcun dato pubblico che confermi un vero pareggio con il costo di un pannello OLED. Tra le tre ragioni, questa è la più debole.
Il secondo motivo è quello con più riscontri, e riguarda il posizionamento dichiarato. Sony non presenta il True RGB come un sostituto dell’OLED: continua a vendere in parallelo i BRAVIA 8 e 8 II OLED, e i recensori che hanno seguito il lancio concordano su un punto: la tecnologia è pensata per le stanze luminose e per le diagonali oltre quello che l’OLED offre oggi in modo economico, non per competere sul terreno dell’OLED, il nero assoluto. Sony cita un dato interno per sostenere la scelta: l’87% della visione TV avviene in condizioni di luce non ideali, tende aperte, lampade accese, sole diretto. C’è poi un vantaggio pratico che l’OLED non offre: zero rischio di burn-in, un problema reale per chi tiene fissi loghi di canali, punteggi sportivi o interfacce di gioco per ore, oltre a una durata nel tempo dei pannelli LCD superiore, a parità di uso intensivo, rispetto ai pannelli OLED.
Il terzo motivo è di immagine di marca, e conta più di quanto sembri. Sony occupa stabilmente le prime posizioni nelle classifiche di affidabilità e soddisfazione dei consumatori sui TV, eredita decenni di esperienza nell’imaging professionale per il cinema, e vende attraverso canali che puntano sulla dimostrazione dal vivo più che sul prezzo in vetrina. È il classico sovrapprezzo da marchio, lo stesso su cui LG e Samsung competono con la loro fascia OLED, solo più marcato nel caso di Sony.
Sony non ci dirà se la nostra analisi è corretta o sbagliata, ma sembra una lettura sensata e plausibile. Il problema è capire se, per chi deve scegliere oggi, valgono i 200-400 euro in più rispetto a un OLED vero, non perché Sony l’abbia fatto. E la risposta dipende quasi sempre da una sola variabile: quanta luce entra in salotto.
Chi dovrebbe comprarlo, chi dovrebbe aspettare
Il BRAVIA 7 II 55″ ha senso in una situazione precisa: un ambiente con illuminazione medio-alta, magari un salotto che prende sole diretto per buona parte del giorno, dove la luminosità di picco e la stabilità del colore fanno quello che un OLED non riesce a fare senza soffrire di riflessi o perdita di contrasto. Fuori da questo caso, la domanda resta quella del capitolo sui prezzi: perché non un OLED vero, LG C6 o Samsung S90H, che costano 200-400 euro in meno e offrono un nero che qui non arriva mai. Chi collega più sorgenti next-gen insieme, due console o console più PC, sentirà il limite delle sole due porte HDMI 2.1 a banda piena, ma è un caso di minoranza, non la ragione per scartarlo.
C’è un secondo identikit di acquirente, indipendente dalla luce in salotto: chi cerca una diagonale oltre i 65 pollici. Da quella soglia in su, come visto nel capitolo sui prezzi, il rapporto si ribalta: il True RGB diventa competitivo o più conveniente di un OLED vero, e sopra gli 83 pollici l’OLED generalista semplicemente non esiste più sul mercato. Per chi vuole un grande schermo di qualità Sony, il 7 II smette di essere un compromesso e diventa la scelta più razionale, a prescindere dalla luce della stanza.
In sintesi, chi arriva da un pannello OLED sentirà subito la mancanza del nero assoluto: è la differenza più netta, e chi ci è abituato la percepisce come un limite reale. In cambio guadagna una leggibilità in stanze luminose che nessun OLED di fascia media offre allo stesso modo, senza dover intervenire sulle impostazioni ogni volta che cambia la luce in salotto. È uno scambio, non un pareggio automatico, e va accettato consapevolmente, non scoperto dopo l’acquisto.
La logica di mercato di Sony esiste davvero, e non è un bluff: è una scommessa dichiarata su chi guarda la TV con le tende aperte, sostenuta da dati propri e confermata da chi ha testato il TV in redazioni indipendenti. Ma resta una scommessa che paga solo per quel profilo preciso. Per chi ha un salotto con un minimo di controllo sulla luce, tende, persiane, un orario serale, il conto non cambia di una virgola: si paga il prezzo di un OLED vero per un pannello che l’OLED non è. Tra i motivi che spiegano il prezzo, quello tecnico resta il più debole, quello di posizionamento il più solido, e quello di marchio il più difficile da misurare ma reale quanto gli altri due. Nessuno di questi motivi, da solo o insieme, trasforma 2.099 euro in un affare per chi non rientra nel profilo giusto.
Il verdetto finale è 7,5 su 10. Il BRAVIA 7 II 55″ fa tutto bene sul piano tecnico, colore, contrasto, luminosità di picco, angolo di visione, e lo fa meglio di quanto un Mini LED da 2.000 euro faccia di solito. Il voto non può però ignorare il problema che percorre tutta questa recensione: a questa diagonale lo stesso budget compra un OLED vero, con un nero che il True RGB non raggiungerà mai. È un ottimo televisore venduto al prezzo sbagliato, per la taglia sbagliata. Alle diagonali superiori, 65 pollici e oltre, il conto cambia radicalmente e il giudizio salirebbe di netto: ma quella è un’altra recensione, non questa.
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Valerio Porcu
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