La Commissione europea continua a insistere sulla natura meramente “tecnica” dell’incontro avvenuto martedì a Bruxelles con una delegazione delle autorità de facto dell’Afghanistan guidato dai talebani, convocato per discutere del rimpatrio di persone considerate una grave minaccia per la sicurezza. Ma, secondo una fonte afghana che ha chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza, l’apertura di canali operativi con Kabul rischia di offrire alle autorità talebane non solo una nuova forma di legittimazione, ma anche vantaggi economici, diplomatici e una maggiore influenza sulle comunità afghane presenti in Europa.
“Non si tratta di concessioni, nessuna concessione in assoluto. Si tratta semplicemente di colloqui operativi su come possiamo rimandare indietro i criminali, ed è su questo che vertevano i colloqui”, ha dichiarato il commissario europeo agli Affari interni e alle Migrazioni, Magnus Brunner, rispondendo alle domande dei giornalisti in conferenza stampa al termine del Collegio dei commissari.
“È una questione operativa: come far funzionare concretamente il rimpatrio dei criminali che non hanno il diritto di rimanere nell’Unione europea”, ha aggiunto Brunner, confermando che all’incontro hanno partecipato 15 Stati membri.
“Venti Stati membri ci hanno chiesto, con una lettera, di coordinarci su questo tema, perché come Unione europea siamo più forti che come singoli Stati membri”, ha affermato il commissario austriaco. Brunner ha aggiunto che è stato “per questo motivo” che si è svolto il secondo incontro a livello tecnico, dopo un primo appuntamento tenutosi a gennaio a Kabul, dedicato alle modalità operative per rimandare in Afghanistan persone condannate per reati gravi. Secondo il commissario, l’UE ha semplicemente risposto a una richiesta esplicita degli Stati membri.
Le parole di Brunner confermano quanto affermato martedì dal portavoce della Commissione europea per gli Affari interni, Markus Lammert, il quale aveva sottolineato che l’iniziativa di Bruxelles era legata a una richiesta specifica di 20 Paesi membri e non rappresentava in alcun modo un riconoscimento dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.
All’incontro di martedì, il cui luogo è stato tenuto segreto, i talebani si sono presentati con una delegazione composta da cinque persone, guidata da Abdul Qahar Balkhi, responsabile della comunicazione del ministero degli Esteri afghano. Balkhi ha spiegato a Euractiv.com che il confronto ha consentito alla delegazione di “riavviare un’ampia gamma di servizi consolari nell’area UE”.
Il precedente tedesco e il nodo dei servizi consolari
Proprio la riattivazione dei servizi consolari rappresenta uno dei punti più delicati del confronto con le autorità afghane de facto. La Germania, che ospita la più ampia comunità afghana in Europa, negli ultimi mesi ha già aperto un canale operativo con rappresentanti inviati da Kabul, consentendo loro di svolgere attività consolari a Berlino e Bonn per facilitare, tra l’altro, l’identificazione e il rimpatrio di cittadini afghani destinatari di provvedimenti di espulsione.
Secondo quanto riportato nei giorni scorsi dall’emittente pubblica tedesca NDR, Berlino avrebbe accettato l’ingresso nel Paese di altri sei funzionari talebani nell’ambito di un accordo volto ad ampliare i rimpatri di cittadini afghani. Sempre secondo le ricostruzioni riportate dai media tedeschi, almeno cento cittadini afghani si troverebbero attualmente in carcere o in centri di detenzione per il rimpatrio, in attesa di essere espulsi.
Berlino continua a non riconoscere formalmente l’Emirato islamico, ma il ricorso a interlocutori nominati dai talebani ha sollevato critiche tra esponenti della diaspora e organizzazioni per i diritti umani, anche per il rischio di consegnare alle autorità di Kabul l’accesso a dati personali sensibili di cittadini afghani residenti in Europa.
Una fonte afghana che ha chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza ha sottolineato a Focus Europe che l’interesse dei talebani per il rafforzamento della rete consolare europea non sarebbe limitato alla gestione dei rimpatri. “Per loro questa è una cosa importante”, sostiene la fonte, riferendosi alle entrate derivanti dal rilascio di passaporti e altri documenti. La fonte stima che le sedi afghane in Germania possano incassare ogni giorno diverse migliaia di euro in diritti consolari, soprattutto attraverso le richieste di passaporto, e afferma che i fondi verrebbero poi trasferiti in Afghanistan attraverso circuiti non bancari e difficilmente tracciabili.
La fonte richiama inoltre il valore simbolico e operativo del riconoscimento di fatto garantito al personale consolare. L’assegnazione di documenti diplomatici, l’accesso alle sedi e la possibilità di muoversi in Europa per attività ufficiali, sostiene, possono ampliare i margini di azione della rete talebana oltre i confini afghani.
“In ogni Paese c’è qualcuno che ha la stessa ideologia dei talebani”, afferma la fonte, denunciando il rischio che la presenza di funzionari nominati da Kabul favorisca contatti con ambienti vicini al movimento e contribuisca a rafforzarne la capacità di influenza sulle comunità della diaspora.
Anche il meccanismo dei rimpatri, secondo la fonte, può trasformarsi in un vantaggio propagandistico per le autorità talebane. La preoccupazione non riguarda soltanto le persone condannate per reati gravi, ma anche coloro che, dopo anni trascorsi in carcere o in condizioni di forte marginalità in Europa, vengono restituiti a un Paese privo di garanzie giudiziarie indipendenti e di reali programmi di reintegrazione.
“Il problema è chi è davvero criminale”, osserva la fonte, secondo cui i talebani potrebbero presentare i rimpatriati come vittime dell’Occidente, alimentando risentimento e dinamiche di reclutamento ideologico. Sul piano della sicurezza, la fonte parla della presenza in Afghanistan di “21-23 gruppi” armati o terroristici, sostenendo che molte di queste sigle operino da anni con scarsa visibilità internazionale e che il rischio di nuovi attacchi non possa essere escluso.
Nel Paese continuano a essere segnalate presenze di gruppi quali al-Qaeda, lo Stato islamico della provincia del Khorasan, il Tehrik-e Taliban Pakistan e altre formazioni regionali. La fonte ritiene che tali reti, pur non sempre visibili sul piano operativo, possano sfruttare contatti e collegamenti in Europa. La cifra esatta delle organizzazioni presenti sul territorio afghano resta tuttavia oggetto di valutazioni differenti e non esiste un elenco pubblico univoco.
Le critiche della premio Nobel Yousafzai e del relatore ONU
A condannare con forza l’incontro avvenuto a Bruxelles è stata Malala Yousafzai, attivista pachistana per i diritti delle donne e premio Nobel per la pace. Yousafzai è sopravvissuta nel 2012, all’età di 15 anni, a un attentato compiuto in Pakistan dal Tehrik-e Taliban Pakistan per il suo impegno a favore dell’istruzione femminile.
In un messaggio sui social, Yousafzai ha scritto: “L’UE ha invitato funzionari talebani a Bruxelles per discutere di un accordo sui migranti e questo mi infastidisce profondamente. Si tratta degli stessi talebani che hanno vietato alle ragazze di studiare a partire dalla scuola secondaria e le hanno obbligate a sposarsi”.
Le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente documentato gravi restrizioni contro donne e ragazze, detenzioni arbitrarie e altre violazioni dei diritti umani sotto il governo talebano. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, ha di recente criticato i piani per colloqui con rappresentanti talebani a Bruxelles sulle questioni migratorie, definendo tale impegno “un insulto agli afghani, soprattutto alle donne”.
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