Milano, 24 giugno 2026 – Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha rialzato i tassi di interesse di 25 punti base principalmente perché le prospettive di inflazione nell’area euro si sono deteriorate, con una previsione di inflazione media del 3,0% per il 2026, ben al di sopra dell’obiettivo del 2%, e con l’inflazione effettiva salita al 3,2% a maggio 2026.
L’aumento del costo del denaro rischia di abbattersi sulle Piccole e Medie Imprese italiane, limita i margini operativi e di crescita e al contempo frena i consumi e l’acquisto di beni, innescando una recessione per il comparto produttivo e rendendo i finanziamenti bancari decisamente più onerosi.
“In uno scenario così complesso la competitvità delle PMI dipenderà dalla loro capacità di resilienza e di abbandonare la gestione emergenziale, muovendosi con anticipo nella definizione di soluzioni di prevenzione fiscale e di ottimizzazione finanziaria”, spiega Simona D’Alessandro, fiscalista di Partner d’Impresa, il primo network di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro nato per offrire al mondo delle pmi un sistema di servizi integrati, che in occasione della giornata mondiale delle PMI del 27 giugno dedica una riflessione a come mitigare il rischio di recessione in questo contesto con strumenti fiscali dedicati.
Le imprese esprimono la loro preoccupazione in questo contesto: secondo l’indagine del CNA realizzata a dicembre 2025 dedicata ai timori per la propria attività nel 2026 il ritorno dell’inflazione rappresentava una delle principali preoccupazioni per il 23,5% degli intervistati; inoltre, gli indicatori sulle intenzioni di investimento delle PMI evidenziavano già un saldo negativo di -24,4 punti, segnalando una diffusa cautela che rischia di indebolire la capacità di resilienza e di crescita delle imprese.
L’aumento dei tassi di interesse deciso dalla BCE comporta un incremento del costo del credito, con effetti particolarmente rilevanti sui finanziamenti a medio e lungo termine, sui leasing a tasso variabile e sulle linee di credito commerciali indicizzate.
Inoltre, le imprese che intendono accedere a nuovi finanziamenti potrebbero incontrare condizioni di concessione più restrittive e criteri di valutazione più severi da parte degli istituti bancari.
Questa situazione, inoltre, rallenta i piani di sviluppo tecnologico, innovazione e transizione ecologica che rischiano di diventare per le imprese insostenibili economicamente. Le PMI, inoltre sanno che l’aumento dei costi delle materie prime non può essere ribaltato direttamente sui consumatori a causa del carovita che sta inibendo il potenziale economico delle famiglie e che interferisce sul potere d’acquisto.
Con l’aumento dei tassi di interesse, molte imprese fortemente indebitate si sono trovate a sostenere costi finanziari molto più elevati. Tuttavia, dal punto di vista fiscale questi interessi non possono sempre essere dedotti integralmente: la normativa prevede infatti un limite legato alla capacità economica dell’azienda, misurata attraverso un indicatore chiamato ROL. Se gli interessi superano tale soglia, la parte eccedente non può essere dedotta subito, ma può essere riportata agli anni successivi.
Per i gruppi di società che adottano il consolidato fiscale nazionale esiste però una possibilità in più. In pratica, le società del gruppo possono “condividere” la propria capacità di dedurre gli interessi: se una società ha margine inutilizzato, questo può aiutare un’altra società del gruppo che invece ha interessi eccedenti.
In questo modo è possibile aumentare la quota complessivamente deducibile e ridurre il rischio che parte dei costi finanziari non produca alcun beneficio fiscale.
Per contrastare gli effetti dell’inasprimento della politica monetaria della BCE, le imprese sono chiamate ad attivare leve fiscali e strumenti di ottimizzazione della liquidità, massimizzando il ricorso alla finanza agevolata e agli incentivi disponibili. Tali misure consentono di ridurre il carico fiscale (tax savings) e di liberare risorse finanziarie da destinare agli investimenti e alla crescita.
Tra gli strumenti più rilevanti rientrano i crediti d’imposta destinati agli investimenti in beni strumentali tecnologicamente avanzati, alla digitalizzazione e all’efficientamento energetico, come quelli previsti nell’ambito del Piano Transizione 5.0.
Queste agevolazioni permettono di compensare debiti tributari e contributivi – tra cui IVA, imposte dirette e contributi previdenziali – generando un beneficio immediato in termini di liquidità e, nel medio-lungo periodo, contribuendo anche alla riduzione dei costi operativi, in particolare di quelli energetici.
Ulteriori opportunità derivano dagli incentivi destinati alle attività di ricerca, sviluppo e innovazione, nonché ai regimi agevolativi per la valorizzazione dei beni immateriali, che consentono di ridurre il carico fiscale e di sostenere gli investimenti in competitività e crescita.
Come osserva Simona D’Alessandro: “Nei periodi di maggiore incertezza economica non bisogna rinunciare a investire nel miglioramento qualitativo della propria attività. Innovazione, digitalizzazione e sviluppo tecnologico non rappresentano soltanto un fattore competitivo, ma consentono di accedere a incentivi e agevolazioni fiscali nell’immediato e a ridurre, nel lungo periodo, i costi di gestione grazie ai benefici derivanti dalle soluzioni adottate”.
Sotto il profilo strettamente finanziario, è fondamentale attuare un approccio preventivo e proattivo nella gestione dell’indebitamento. Simona D’Alessandro spiega: “Le imprese dovrebbero valutare la possibilità di convertire i finanziamenti a tasso variabile in finanziamenti a tasso fisso oppure di rinegoziarne la durata, estendendo le scadenze per ridurre l’impatto delle rate sui flussi di cassa. Parallelamente, è opportuno monitorare con cadenza mensile il DSCR (Debt Service Coverage Ratio); un indicatore che consente di verificare la capacità dell’azienda di far fronte ai propri impegni finanziari e di dimostrarne la sostenibilità alle banche con un adeguato orizzonte prospettico. Un controllo costante di questo parametro contribuisce a preservare un buonrating creditizio e a favorire l’accesso al credito a condizioni meno onerose”.
Tra gli strumenti di prevenzione più efficaci rientra la pianificazione fiscale anticipata, che consente all’impresa di monitorare e ottimizzare i costi fiscalmente deducibili, riducendo così la base imponibile e il relativo carico tributario. Il risparmio fiscale ottenuto può essere destinato al reinvestimento degli utili nell’attività aziendale, rafforzando la patrimonializzazione dell’impresa e permettendo di beneficiare delle agevolazioni previste per la capitalizzazione. Al tempo stesso, una maggiore capacità di autofinanziamento consente di limitare il ricorso al credito bancario, riducendo l’esposizione agli effetti negativi dell’aumento dei tassi di interesse e migliorando l’equilibrio finanziario complessivo.
Per ridurre la dipendenza dal credito bancario tradizionale e mitigare gli effetti del rialzo dei tassi di interesse, le imprese possono adottare una strategia di diversificazione delle fonti di finanziamento, ricorrendo a strumenti alternativi come i minibond. Si tratta di titoli di debito emessi dalle PMI e sottoscritti da investitori professionali, che consentono di reperire capitale direttamente sul mercato senza fare esclusivo affidamento sul sistema bancario. Oltre ad ampliare le opportunità di raccolta finanziaria, i minibond possono offrire vantaggi fiscali e una maggiore flessibilità nella strutturazione del debito, contribuendo a migliorare l’equilibrio finanziario dell’impresa.
Accanto a queste soluzioni, un ruolo fondamentale è svolto da una gestione efficiente del capitale circolante. Secondo la fiscalista D’Alessandro: “Una delle fonti di liquidità più immediate è rappresentata dallo smobilizzo dei crediti commerciali e dall’incasso tempestivo delle fatture emesse. Nelle piccole imprese italiane è ancora frequente riscontrare un monitoraggio insufficiente dei crediti e l’assenza di procedure strutturate di recupero, con il rischio di rinviare incassi rilevanti.
È importante ricordare che il fatturato non coincide con la liquidità effettivamente disponibile: senza un controllo puntuale degli incassi, l’impresa può trovarsi a sostenere esborsi fiscali, come il versamento dell’IVA, anche su corrispettivi non ancora riscossi, aggravando inutilmente la propria tensione finanziaria”.
Quando l’accesso al credito si fa più selettivo — con le banche che applicano parametri di
valutazione più stringenti, dal DSCR agli indici di solidità patrimoniale — le imprese possono
intervenire sulla propria struttura finanziaria ricorrendo, nelle finestre temporali aperte dal
legislatore, agli strumenti di rivalutazione dei beni d’impresa e di riallineamento fiscale dei
relativi valori. Applicabili a immobili, marchi, brevetti e altri intangibili, questi meccanismi consentono — mediante il versamento di un’imposta sostitutiva agevolata — di adeguare i valori contabili a quelli di mercato, rafforzando il patrimonio netto e migliorando di conseguenza gli indicatori su cui gli istituti di credito fondano le proprie valutazioni.
Un patrimonio aziendale più solido non solo favorisce l’accesso ai finanziamenti e il mantenimento di un buon rating bancario, ma consente anche di beneficiare, negli esercizi successivi, di maggiori quote di ammortamento e di una più efficiente pianificazione fiscale, con effetti positivi sulla riduzione del carico tributario e sulla generazione di flussi di cassa.
In conclusione, il rialzo dei tassi di interesse non deve essere affrontato esclusivamente come un costo aggiuntivo, ma come uno stimolo a rivedere la struttura finanziaria, fiscale e organizzativa dell’impresa. Pianificazione tributaria, finanza agevolata, strumenti di raccolta alternativi, gestione efficiente del capitale circolante e rafforzamento patrimoniale rappresentano leve complementari che, se integrate in una strategia di lungo periodo, consentono di ridurre la dipendenza dal credito bancario e di preservare competitività e liquidità. Come evidenziato da Simona D’Alessandro, le imprese che investono in prevenzione, innovazione e solidità patrimoniale sono quelle maggiormente in grado di trasformare una fase di incertezza economica in un’opportunità di crescita sostenibile.
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