Prima o poi può capitare quasi a tutti. Siamo davanti allo sportello dell’anagrafe per rinnovare la carta d’identità e ci viene fatta una domanda che sembra semplice: vuole esprimersi sulla donazione di organi e tessuti?
Sì. No. Oppure nessuna dichiarazione.
Bastano pochi secondi. Ma dietro quella risposta c’è una storia italiana lunga più di trent’anni, fatta di tragedie che hanno cambiato l’opinione pubblica, progressi della medicina, paure mai del tutto scomparse e perfino una delle polemiche televisive più accese dei primi anni Duemila.
E c’è un dato che fa capire quanto la questione sia ancora attuale: nel 2025, tra chi ha espresso una scelta sulla donazione al momento del rilascio della carta d’identità, quattro persone su dieci hanno detto no.
Per capire come siamo arrivati fin qui vale la pena partire da un bambino di sette anni.
Quando Nicholas cambiò qualcosa che sembrava impossibile cambiare
Nella notte del 29 settembre 1994 Nicholas Green stava viaggiando con la famiglia verso la Sicilia quando l’auto venne raggiunta da colpi d’arma da fuoco sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Il bambino, gravemente ferito, morì pochi giorni dopo.
I genitori, Reginald e Margaret Green, presero allora una decisione che colpì profondamente un Paese nel quale la cultura della donazione era molto meno diffusa rispetto a oggi: autorizzarono il prelievo degli organi e dei tessuti del figlio.
Sette persone poterono ricevere organi o cornee di Nicholas.
Ma Nicholas, in un certo senso, ebbe molti più di sette riceventi.
La sua storia invase televisioni e giornali e rese improvvisamente concreta una domanda che per molte famiglie era rimasta astratta: se capitasse a noi, cosa faremmo?
Nacque l’espressione “effetto Nicholas”.
All’epoca in Italia si contavano circa otto donatori per milione di abitanti. Trent’anni dopo si era arrivati intorno a 30. Le donazioni passarono dalle circa 450 del 1994 alle circa 1.700 del 2024.
Sarebbe semplicistico attribuire una trasformazione così grande a una sola storia: nel frattempo sono cambiate la medicina, l’organizzazione della rete trapiantologica, le leggi e le possibilità terapeutiche. Ma il Centro nazionale trapianti riconosce alla vicenda Green un ruolo importante nella crescita della cultura della donazione.
E c’è un dettaglio che rende ancora più concreta quella scelta.
Una delle persone che ricevettero un organo di Nicholas è Maria Pia Pedalà, alla quale venne trapiantato il fegato. Era una giovane donna gravemente malata. Da allora sono trascorsi più di trent’anni: si è sposata, ha avuto due figli e uno di loro sta per renderla nonna.
Una famiglia che, senza quel trapianto, probabilmente non sarebbe mai esistita.
Poi arrivò Marta Russo
Tre anni più tardi l’Italia si ritrovò davanti a un’altra morte improvvisa.
Nel 1997 Marta Russo aveva 22 anni ed era studentessa alla Sapienza di Roma quando venne raggiunta alla testa da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava all’interno dell’università.
La sua morte sarebbe diventata uno dei casi di cronaca giudiziaria più conosciuti del Paese. Ma c’è una parte della storia che spesso rimane in secondo piano.
I genitori di Marta dissero sì alla donazione degli organi.
Il Centro nazionale trapianti ha ricordato insieme Nicholas Green e Marta Russo proprio perché quelle due vicende contribuirono a scuotere l’opinione pubblica e ad avvicinare gli italiani a un tema che allora faceva ancora molta paura.
Due famiglie, davanti a due tragedie completamente diverse, si trovarono a dover prendere una decisione mentre stavano affrontando la perdita di un figlio.
Ed è questo un punto che spesso dimentichiamo quando parliamo di donazione: se non decidiamo quando siamo in vita, quella domanda può arrivare ai nostri familiari nel momento peggiore possibile.
Ma se non dico né sì né no, sono automaticamente un donatore?
È qui che queste storie smettono di appartenere soltanto al passato.
Una convinzione ancora piuttosto diffusa è che in Italia sia ormai in vigore il “silenzio-assenso”: non dichiaro nulla e, alla mia morte, vengo automaticamente considerato donatore.
Non funziona così.
La legge 91 del 1999 ha previsto il principio del silenzio-assenso informato, ma quel meccanismo non è mai diventato operativo.
Oggi vale quindi la volontà espressa dalla persona.
Se abbiamo registrato un sì, quella decisione viene rispettata. Lo stesso vale se abbiamo registrato un no.
Se invece non abbiamo mai espresso alcuna volontà, vengono interpellati i familiari aventi diritto e il prelievo può avvenire se questi non si oppongono.
Parlare della propria decisione in famiglia, quindi, non è un dettaglio. Significa evitare che qualcuno debba provare a immaginare cosa avremmo voluto proprio mentre sta affrontando la nostra morte.
Quando Celentano fece esplodere la polemica
Quanto contino fiducia e informazione diventò evidente anche attraverso una delle più clamorose polemiche televisive italiane sul tema.
Era il 2001. Durante il programma Rai 125 milioni di caz..te, Adriano Celentano affrontò il tema dei trapianti sollevando interrogativi che toccavano uno dei timori più profondi: il rapporto tra morte, coma e prelievo degli organi.
La reazione fu enorme.
L’allora ministro della Sanità Umberto Veronesi intervenne duramente, preoccupato che parole pronunciate davanti a milioni di telespettatori potessero creare sfiducia e compromettere il lavoro fatto negli anni precedenti per diffondere la cultura della donazione.
Anche medici ed esperti intervennero per spiegare un punto fondamentale: una persona in coma è viva e non può essere considerata morta semplicemente perché non è cosciente.
Celentano precisò successivamente la propria posizione: non era contrario alla donazione degli organi, ma contestava il meccanismo del silenzio-assenso previsto dalla legge.
A distanza di anni, quella polemica conserva un aspetto sorprendentemente attuale.
Perché dietro alcuni dubbi sulla donazione continua a esserci proprio questa domanda: siamo davvero certi che una persona sia morta prima che vengano prelevati gli organi?
Essere in coma non significa essere morti
La risposta richiede di distinguere situazioni completamente diverse.
Il coma è una condizione clinica nella quale una persona è viva.
La donazione dopo la morte può invece avvenire soltanto dopo che il decesso sia stato accertato secondo procedure rigorosamente stabilite dalla legge e dai protocolli sanitari.
Non è quindi la necessità di trovare un organo a determinare quando una persona viene considerata morta.
Prima viene accertata la morte. Solo successivamente, quando esistono tutte le condizioni previste, può iniziare il percorso della donazione.
È forse una delle informazioni più importanti da conoscere prima di rispondere sì o no davanti alla carta d’identità.
Poi una donna di 100 anni ha cambiato un’altra convinzione
C’è infatti un altro equivoco molto diffuso: pensare di essere troppo anziani per diventare donatori.
Nel novembre 2022, all’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze, morì una donna di 100 anni, 10 mesi e un giorno.
A quell’età si potrebbe immaginare che la possibilità di donare un organo non venga neppure presa in considerazione.
Invece accadde esattamente il contrario.
Il suo fegato venne valutato, giudicato idoneo e successivamente trapiantato con successo a un paziente in lista d’attesa a Pisa.
Secondo il Centro nazionale trapianti si trattò del primo prelievo al mondo documentato di un organo da una persona ultracentenaria.
La vicenda venne ripresa anche dall’ANSA e fece notizia proprio perché rompeva un luogo comune: l’età scritta sulla carta d’identità non basta a stabilire se una persona possa essere donatrice.
Sono i medici a valutare gli organi.
E il caso della centenaria non è soltanto una curiosità da record.
Nel 2025 l’età media dei donatori utilizzati in Italia è arrivata a 64,2 anni. I donatori con più di 65 anni sono stati 967, quasi il doppio rispetto ai 488 di dieci anni prima. Il donatore più anziano utilizzato nel corso dell’anno aveva 99 anni.
Significa che qualcuno potrebbe pensare di essere troppo vecchio per dichiararsi disponibile alla donazione quando, dal punto di vista medico, potrebbe non esserlo affatto.
Più trapianti che mai. Eppure aumentano i no
È forse questo il paradosso più interessante.
Da una parte la medicina riesce a utilizzare organi di persone sempre più anziane e il sistema italiano dei trapianti raggiunge risultati mai registrati prima.
Nel 2025 sono stati eseguiti 4.678 trapianti di organo, il dato definitivo più alto mai raggiunto in Italia. Il tasso di donazione è salito a 29,8 donatori per milione di abitanti, collocando l’Italia al secondo posto tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna.
Dall’altra parte aumentano le persone che dichiarano di non voler donare.
Nel 2025, su oltre 3,7 milioni di dichiarazioni positive o negative raccolte dai Comuni, il 40,1% è stato un no. Nel 2024 la percentuale era del 36,3%.
E l’aumento delle opposizioni ha riguardato in modo particolare i più giovani.
Il dato è ancora più interessante se confrontato con un altro elemento: secondo una rilevazione diffusa nel 2026, quasi un italiano su due non sapeva che al momento del rilascio della carta d’identità elettronica può essere chiesto di esprimersi sulla donazione.
Si può quindi arrivare davanti allo sportello senza avere mai pensato seriamente alla questione.
E decidere in pochi secondi.
La domanda che un giorno potrebbe essere fatta alla nostra famiglia
Nicholas Green aveva sette anni. Marta Russo 22. La donatrice di Firenze aveva superato i cento.
Tre persone lontanissime per età e storia personale.
Nicholas mostra quanto la decisione di una famiglia possa continuare a produrre conseguenze decenni dopo. Marta ricorda che quella domanda può arrivare proprio nel momento in cui una famiglia è meno preparata ad affrontarla. La polemica di Celentano mostra quanto paura e disinformazione possano incidere sulla fiducia. La donna ultracentenaria insegna invece che non siamo necessariamente noi a poter stabilire se i nostri organi siano troppo vecchi per essere utilizzati.
E allora forse la domanda più utile non è semplicemente: sei favorevole o contrario alla donazione degli organi?
È un’altra.
Se domani non potessimo più rispondere, la nostra famiglia saprebbe che cosa avremmo voluto?
Qualunque sia la risposta, pensarci quando stiamo bene, informarci e comunicarla significa evitare che quella scelta debba essere immaginata da qualcun altro quando ormai non possiamo più spiegargliela.
Ed è forse questa la lezione più concreta lasciata da tutte queste storie.
FONTI
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, 30 anni fa il dono di Nicholas Green, settembre 2024.
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, 25 anni fa il dono di Nicholas: i numeri dei trapianti pediatrici e il ricordo, settembre 2019.
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, Cosa prevede la legge.
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, Donazione dopo la morte.
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, Effettuato a Firenze il primo prelievo di organi al mondo da una donatrice ultracentenaria, novembre 2022.
Centro Nazionale Trapianti – Ministero della Salute, Donazioni e trapianti, i dati definitivi del 2025, agosto 2026.
ANSA – Trapianti, dall’anno zero agli organi del futuro: migliaia di vite salvate, marzo 2026.
ANSA – 2025 anno record per i trapianti, Italia seconda tra i grandi Paesi Ue per donazioni, agosto 2026.
ANSA – Ultracentenaria dona organi, prima volta al mondo, novembre 2022.
ANSA – In 30 anni quadruplicate le donazioni di organi, da 450 a 1.700, settembre 2024.
ANSA – Donazione degli organi con la carta d’identità, quasi 1 su 2 non lo sa, aprile 2026.
Archivio l’Unità, aprile-maggio 2001 – polemica tra Adriano Celentano e Umberto Veronesi sulla donazione degli organi e sul silenzio-assenso.
Corriere della Sera – Giuseppe Remuzzi, ricostruzione del confronto con Adriano Celentano sul coma, la morte e la donazione degli organi.
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