Perché i Ladisa sono venuti a Taranto?


Quando i fratelli Vito e Sebastiano Ladisa ottennero il titolo sportivo del Taranto nell’estate del 2025, presentarono al Comune un progetto ambizioso. Un piano strategico-industriale quantificato successivamente dalla proprietà in circa 10 milioni di euro in otto anni, con l’obiettivo dichiarato di riportare il Taranto tra i professionisti nell’arco di tre/quattro stagioni. Si parlava di settore giovanile, calcio femminile, stadio, cittadella dello sport, alberghi, project financing e gestione esclusiva dello Iacovone. Bene. Dov’è oggi quel progetto?

Taranto, altro che progetto: chi fa rotolare il pallone? C’è un momento in cui gli errori smettono di essere semplicemente errori e diventano il sintomo di qualcosa di più profondo. È quando non ci si chiede più perché una squadra perda, ma chi l’abbia costruita; non perché venga esonerato un allenatore, ma chi lo abbia scelto; non perché cambi un direttore sportivo, ma quale idea di calcio ci fosse dietro quella scelta. Ed è esattamente il punto in cui sembra essere arrivato il Taranto.

La domanda, oggi, non è soltanto chi allenerà la squadra domenica. La domanda vera è: chi sta guidando il Taranto? Domenica sera, dopo l’ennesima prestazione mediocre, i fratelli Ladisa hanno azzerato tutti i ruoli tecnici e sportivi. Tutti a casa: da Danilo Pagni ad Alberto Giuliatto. Una decisione presa evidentemente di pancia, non condivisibile nei modi, seppure comprensibile alla luce dei risultati. Ma nella vita bisogna avere paura di chi decide di pancia. Soprattutto quando, dopo aver azzerato tutto, ci si accorge di non avere già pronta un’alternativa.

Ed è proprio quello che è successo: per tre giorni il Taranto si è messo alla ricerca di un direttore sportivo e di un allenatore. Non esattamente il massimo della programmazione per una società che appena un anno fa si presentava alla città con ambizioni, progetti e un piano industriale. E allora la domanda diventa inevitabile: dov’è finito quel progetto?

Un anno, oltre trenta giocatori e una rivoluzione. Dall’inizio della stagione il Taranto ha già cambiato due direttori sportivi e scelto due allenatori, quattro soggetti che, per ragioni diverse, alimentano perplessità. In mezzo, una rosa di oltre trenta calciatori. Tante figurine, doppioni, ruoli sovrapposti e un organico che oggi sarà tutt’altro che semplice da modificare nel poco tempo a disposizione. Perché il calcio non si costruisce accumulando giocatori. Si costruisce con un’idea, con gerarchie, equilibrio e caratteristiche complementari.

Qui, invece, si ha l’impressione di una squadra assemblata più che costruita. Danilo Pagni e Alberto Giuliatto erano stati chiamati a dare una direzione tecnica. Oggi sono fuori. Il nuovo direttore sportivo è Francesco Montervino, uomo che arriva quando il danno è già fatto e con una domanda inevitabile sulle spalle: quanta autonomia avrà davvero?

Tiozzo e il mistero della scatola magica. Le nostre considerazioni su Tiozzo hanno origini lontane. Ce lo aveva consigliato proprio Danilo Pagni nel 2021, ma allora scegliemmo Giuseppe Laterza. Una scelta che si rivelò vincente: il Taranto conquistò il campionato di Serie D. Tiozzo, invece, era un profilo che non mi aveva convinto. Un teorico del calcio, reduce da stagioni non particolarmente esaltanti,  con alle spalle anche un Daspo di cinque anni, disposto dalla Questura di Trento nel 2021 dopo un episodio avvenuto durante Trento-San Giorgio Sedico. Le relazioni che mi arrivarono da Matelica e da altre piazze nelle quali aveva lavorato non ci confortavano. Con Giove avevamo quindi scelto Laterza, emergente dopo i buoni risultati ottenuti a Fasano.

Perché ricordarlo oggi? Perché Tiozzo non è un nome che nasce dal nulla. Eppure il suo arrivo al Taranto sembra proprio essere uscito dal cilindro.

Prima Prosperi, poi Ginestra, quindi Rogazzo: sono contatti andati a vuoto. Ciullo non sarebbe stato neppure contattato. Vincenzo Feola, l’unico ad aver accettato, sarebbe stato addirittura bloccato dai Ladisa mentre, indumenti alla mano, si stava recando all’allenamento. E poi, improvvisamente, Luca Tiozzo. Una scelta che, secondo le ricostruzioni circolate, avrebbe sorpreso persino Francesco Montervino.

E allora viene da chiedersi: chi ha scelto Tiozzo? Quando? E sulla base di quale progetto tecnico? Se l’allenatore era già una soluzione, perché cercare Prosperi, Ginestra, Rogazzo e Feola? Se invece è comparso all’improvviso, perché una società che aveva appena azzerato tutto non aveva già un’alternativa? È qui che il cortocircuito diventa evidente.

Chi comanda? La questione non riguarda soltanto Tiozzo. Riguarda la catena decisionale. Chi sceglie l’allenatore? Chi costruisce la rosa? Chi decide gli acquisti? Chi stabilisce chi resta e chi parte? Chi detta la strategia sportiva?

E soprattutto: quali sono i margini di operatività di Montervino? Perché se il direttore sportivo deve rispondere delle scelte, deve anche avere autonomia per compierle. Altrimenti rischia di diventare soltanto il parafulmine di turno. Il calcio non può essere gestito come una scatola magica dalla quale, ad ogni emergenza, esce un nome nuovo. Servono competenza, autonomia e responsabilità.

Ma il piano industriale? È la domanda più importante. Quando i fratelli Vito e Sebastiano Ladisa ottennero il titolo sportivo del Taranto nell’estate del 2025, presentarono al Comune un progetto ambizioso. Un piano strategico-industriale quantificato successivamente dalla proprietà in circa 10 milioni di euro in otto anni, con l’obiettivo dichiarato di riportare il Taranto tra i professionisti nell’arco di tre/quattro stagioni. Si parlava di settore giovanile, calcio femminile, stadio, cittadella dello sport, alberghi, project financing e gestione esclusiva dello Iacovone. Bene. Dov’è oggi quel progetto? Perché un piano industriale non è una presentazione alla città. È metodo, programmazione, organizzazione. E oggi il Taranto appare esattamente privo di quelle tre cose.

Casa Taranto, questa sconosciuta. C’è poi la questione della casa. Si è parlato tanto di “Casa Taranto”, ma una casa, prima ancora di essere un progetto finanziario, è un luogo dove una squadra può lavorare. Oggi il Taranto è costretto a migrare in provincia per gli allenamenti. I tesserati si spostano con i borsoni degli indumenti, mentre il campo B è abbandonato a se stesso.

E lo Iacovone? La proprietà lo ha indicato come il cuore del progetto. Nel maggio scorso Sebastiano Ladisa lo definiva “la casa della squadra”; a giugno il Comune confermava che proprio la famiglia Ladisa aveva presentato una proposta di project financing per la gestione dell’impianto. Eppure il Taranto continua a non avere una casa.

Dopo i Giochi del Mediterraneo, i problemi al manto erboso hanno fatto slittare il rientro allo stadio. La gara con il Racale e quella di Coppa Italia contro l’Ostuni dovranno essere disputate altrove. L’obiettivo resta quello di tornare allo Iacovone il 27 settembre, finalmente con il pubblico. Ma, dopo tutto quello che è successo, è inevitabile chiedersi: sarà davvero il 27 settembre?

Perché i Ladisa sono venuti a Taranto? Questa è la domanda più scomoda e, proprio per questo, quella che non bisogna avere paura di fare. Perché i Ladisa sono venuti a Taranto? Per costruire una società ambiziosa? Per riportare il club tra i professionisti? Per sviluppare un progetto imprenditoriale legato allo stadio e alle infrastrutture sportive?

Sono tutte domande legittime. Così come è legittimo chiedere quali siano gli interessi imprenditoriali reali che stanno alla base dell’operazione e se esistano interlocuzioni o prospettive che la città ancora non conosce. Attenzione: fare domande non significa insinuare risposte. Significa pretendere chiarezza. Perché quando si parla di milioni di euro, di project financing, di gestione dello Iacovone e di una cittadella dello sport, Taranto ha il diritto di sapere dove si vuole arrivare.

Il rischio è perdere la credibilità. Oggi il Taranto non ha soltanto un problema di risultati. Ha un problema di credibilità. Una proprietà arrivata con grandi ambizioni ha già cambiato due direttori sportivi, due allenatori e azzerato una struttura tecnica dopo appena tre giornate. Ha una rosa di oltre trenta giocatori da rimettere in ordine. Ha un nuovo direttore sportivo, Montervino, che dovrà dimostrare di poter lavorare con reale autonomia. Ha un allenatore, Tiozzo, arrivato dopo una girandola di nomi che ha lasciato certamente perplessi. E ha ancora una volta uno stadio che non è realmente la casa della squadra.Tutto questo mentre il grande progetto annunciato alla città sembra essersi perso per strada. Il problema, dunque, non è soltanto aver sbagliato qualche scelta.

Il problema è che non si vede più una direzione.Taranto non ha bisogno dell’ennesimo uomo estratto dal cilindro. Non ha bisogno di decisioni prese di pancia dopo ogni sconfitta. Non ha bisogno di altri proclami. Ha bisogno di sapere chi decide, come decide e soprattutto perché decide. Presidente, direttore sportivo e allenatore devono avere ruoli chiari. E ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità. Altrimenti il rischio è che, alla fine, tutti siano responsabili e nessuno lo sia davvero. E allora torniamo alla domanda dalla quale siamo partiti.

Chi fa rotolare il pallone in questa società? Perché i tifosi possono anche accettare una stagione difficile. Possono accettare gli errori. Possono persino accettare di perdere. Quello che non possono più accettare è non capire dove stia andando il Taranto. Il pallone, prima o poi, rotola sempre.Il problema, però, è sapere chi lo sta facendo rotolare e verso quale porta.


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