Nel cruciale quadrante dell’Eurasia post-sovietica, la diplomazia degli annunci spesso sfigura di fronte alla concretezza dei bilanci e alla cruda realtà dei flussi finanziari. Negli ultimi quattro anni, le cancellerie europee ed estere hanno osservato con crescente interesse la progressiva convergenza politica ed economica tra la Repubblica del Kazakhstan e il Regno dell’Arabia Saudita. Presentata come il connubio perfetto tra la traiettoria di sviluppo «Kazakhstan 2050» e la celebre «Vision 2030» promossa dal principe Mohammed bin Salman, la partnership bilaterale prometteva di ridefinire gli equilibri geoeconomici lungo la direttrice che unisce le steppe dell’Asia centrale ai deserti della penisola arabica. Tuttavia, un’accurata disamina delle rilevazioni contabili della Banca Nazionale del Kazakhstan e dei registri bancari multilaterali rivela uno scenario assai più complesso, sfumato e contrassegnato da una marcata opacità finanziaria.
Apparentemente, la sintonia tra Astana e Riyadh appare indiscutibile. Entrambe le nazioni condividono la gravosa condizione strutturale di Paesi privi di un reale sbocco sui grandi mari aperti: il Kazakhstan si affaccia infatti sulle acque chiuse del Mar Caspio, mentre l’Arabia Saudita dipende commercialmente da vulnerabili colli di bottiglia marittimi come lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb. Entrambi i contesti vantano una demografia eccezionalmente giovane, con un’età media che gravita attorno ai trent’anni, ed entrambi affrontano la sfida esistenziale della transizione energetica per superare una dipendenza storica dalle rendite idrocarburiche.
Per il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev, l’apertura verso i capitali arabi risponde a una precisa necessità di *hedging* geoeconomico e di politica estera multivettoriale. Intrappolata dalla morsa geografica tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, Astana cerca disperatamente di diversificare le proprie partnership commerciali, attirare investimenti freschi e modernizzare infrastrutture logistiche e industriali ormai obsolete, messe a dura prova dalle sanzioni occidentali contro Mosca e dalle ripercussioni delle recenti crisi geopolitiche.
Dall’altro lato della scacchiera, l’Arabia Saudita individua nell’Asia centrale un immenso serbatoio di risorse minerarie critiche indispensabili per le tecnologie del futuro, oltre che un potenziale partner agricolo fondamentale per garantire la propria sicurezza alimentare interna in tempi di forte instabilità globale. A partire dal 2022, la diplomazia bilaterale ha impresso un’accelerazione senza precedenti: dall’istituzione del Kazakhstan-Saudi Business Council fino alla creazione del Coordination Council e ai recenti vertici sui minerali strategici.
Tra le intese più pubblicizzate spiccano le operazioni del colosso saudita ACWA Power, impegnato nella realizzazione di imponenti impianti eolici nella regione di Zhetysu, e le consultazioni tra l’ambasciata kazaka e i vertici del Gruppo SALIC per la gestione dell’agribusiness e la scarsità idrica. Eppure, quando dall’ambito delle dichiarazioni formali e dei protocolli d’intesa si passa all’esame rigoroso delle statistiche ufficiali sulla bilancia dei pagamenti, il presunto boom degli investimenti diretti esteri (Ide) mostra contorni inaspettati.
Nel quadriennio compreso tra il 2022 e il 2026, i flussi diretti di capitale registrati ufficialmente tra Riyadh e Astana figurano essenzialmente come trascurabili, se non negativi. Com’è possibile riconciliare la narrazione di una titanica cooperazione strategica con la quasi totale assenza di risorse finanziarie saudite nei registri contabili del governo kazako? La risposta a questo enigma risiede nelle architetture della finanza offshore del Golfo e nel ricorso sistematico a sofisticati veicoli finanziari intermedi.
I grandi conglomerati industriali e sovrani della penisola arabica non iniettano risorse direttamente dai propri conti nazionali. Al contrario, veicolano i propri impegni attraverso *Special Purpose Vehicles* (Spv) ed entità giuridiche registrate nei distretti finanziari ad alta opacità degli Emirati Arabi Uniti, come il Dubai International Financial Centre, per poi appoggiarsi al diritto speciale assicurato dall’Astana International Financial Centre (Aifc). A questo impianto si somma la copertura essenziale fornita dal *Project Finance* multilaterale, con il coinvolgimento determinante di istituzioni internazionali come la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) e l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).
L’apparente espansione dei capitali sauditi non compare dunque sotto la bandiera di Riyadh, ma viene contabilizzata come una massiccia impennata di flussi provenienti dalla giurisdizione emiratina, cresciuti in modo esponenziale nell’ultimo triennio. Questo sofisticato schema contabile non elimina tuttavia le sotterranee frizioni geopolitiche ed economiche tra i due attori. In sede Opec+, il coordinamento sulle quote di produzione petrolifera ha mostrato vistose crepe: quando il Kazakhstan ha tentato di privilegiare i propri volumi di esportazione per sostenere il bilancio statale, la reazione di Riyadh non si è fatta attendere, traducendosi in manovre di mercato volte a far fluttuare i prezzi del greggio e a ripristinare la disciplina interna al cartello.
L’alleanza tra Astana e Riyadh si configura dunque come un classico laboratorio della finanza globale contemporanea: un’intesa d’intenti politica sbandierata ad arte per esigenze di consenso e posizionamento internazionale, ma veicolata pragmaticamente attraverso i canali della finanza offshore. La reale portata di questo asse geoeconomico non si misurerà sulla quantità di memorandum firmati davanti alle telecamere, bensì sulla capacità effettiva delle società veicolo di trasformare gli annunci in cantieri operativi, infrastrutture concrete e partnership durevoli, garantendo al Kazakhstan una reale autonomia di sviluppo al riparo dalle pressioni delle superpotenze confinanti.
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