La macchina si mise in moto e per poco non si inceppò subito. Trecentoquarantanove udienze in ventidue mesi, nei primi tempi due al giorno, mattina e pomeriggio, ogni giorno: solo per fare l’appello di quattrocentosettantacinque imputati e duecento difensori si bruciava una mattinata, finché il presidente, d’intesa con Grasso, non inventò un appello per difensori che dimezzò i tempi. I primi mesi furono una grandine di eccezioni procedurali: molti collegi di difesa, con una formula che avrei capito solo da avvocato, tentavano di difendersi dal processo più che nel processo. E sullo sfondo correva l’orologio più minaccioso di tutti: i termini della carcerazione preventiva, che se fossero scaduti avrebbero rimesso in libertà la cupola prima della sentenza. Era la strategia, nemmeno troppo nascosta: far durare, logorare, sfiancare. Aspettare che il processo morisse di vecchiaia, come tutti i processi di mafia prima di quello.

Io, adolescente, quel processo lo vivevo da una posizione irripetibile: dietro. Nell’aula non potevo entrare; qualche volta rubavo un frammento di udienza da una finestrella, ma il mio posto era il retro dell’aula bunker, dove la scorta mi portava ad aspettare che l’udienza finisse per tornare a casa insieme a mio padre. E lì, dietro le quinte del processo del secolo, conobbi gli uomini che lo reggevano: il direttore dell’aula bunker Mineo, persona speciale e buona; Peppino Ayala, che mio padre chiamava «sua altezza» — un metro e novanta contro il suo metro e poco più — al quale dovettero rifare su misura il letto degli appartamentini dei magistrati; Mimmo Signorino, l’altro pubblico ministero, gentile fino alla tenerezza: nella trasferta romana per ascoltare i ministri, vedendomi stremato dal viaggio, mi prese in braccio e mi portò a letto lui stesso: «Fai una bella dormita, domani si vola». Eravamo, in quel periodo, una piccola grande famiglia. Si tornava a casa cambiando ogni giorno itinerario, almeno nei primi tempi; poi anche il pericolo divenne abitudine, che del pericolo è la forma più insidiosa. Quei rientri erano la mia vera udienza: in macchina, tra un posto di blocco e l’altro, chiedevo a mio padre cosa fosse accaduto in aula, e lui — che in pubblico non concedeva una parola — con me ragionava, spiegava, qualche volta si lasciava sfuggire una stanchezza.

Il 3 aprile 1986 la storia entrò in aula. Mio padre me lo aveva confidato qualche giorno prima, sotto il vincolo di un segreto che custodii come un tesoro: sta arrivando Buscetta. Il boss dei due mondi comparve in una gabbia protetta, e per prima cosa pose una condizione: non avrebbe parlato circondato dai carabinieri, temeva di essere riconosciuto da qualche picciotto. Mio padre compì un’operazione delicatissima: ottenne dai carabinieri, che per legge presidiavano l’aula, una deroga. Poi venne il momento che considero la chiave di tutto. Buscetta chiese se doveva limitarsi a confermare quanto già dichiarato a Falcone in istruttoria. Sarebbe stata la strada comoda, rapida, sicura. Mio padre rispose: «No, lei deve parlare». La prova doveva formarsi lì, nel contraddittorio, davanti alle difese, con tutti i rischi del caso — le lacune, le contraddizioni, l’eventuale inattendibilità. Quella scelta, che oggi sembra ovvia e allora non lo era affatto, è il motivo per cui il maxiprocesso resse fino in Cassazione: nessun teorema recepito in blocco, ma dichiarazioni vagliate una per una e riscontrate posizione per posizione. Il principio finirà anni dopo nell’articolo 192, comma 3, del nuovo codice: le parole dei collaboratori valgono solo se riscontrate. Prima che una norma, fu un metodo. Il metodo di quella Corte.

Una settimana dopo, il confronto che nessuno ha dimenticato: Buscetta contro Pippo Calò, l’amico d’infanzia diventato cassiere di Cosa Nostra. «Tu hai strangolato con le tue mani il nostro amico»: l’accusa cadde nell’aula come un corpo. Calò perse il confronto davanti al mondo, e accadde una cosa rivelatrice: tutti gli imputati che avevano chiesto il confronto con Buscetta ritirarono la richiesta. Avevano capito che quell’uomo non recitava. Poi toccò a Salvatore Contorno, che di Buscetta era l’opposto: non il gentiluomo del crimine ma la voce della strada, un palermitano così stretto che i difensori del Nord eccepirono di non capirlo, e pretesero l’italiano. Il processo rischiava l’ennesimo incidente. Mio padre lo risolse nel modo più semplice e più inaudito: si fece interprete lui stesso, traducendo frase per frase. Montesquieu voleva il giudice «bocca della legge»; quel giorno il presidente fu anche la bocca di un testimone, pur di non comprimere né l’accusa né la difesa.

Il clima, fuori e dentro l’aula, era da assedio. Un giorno un gruppo di mogli di imputati — mio padre le battezzò le Erinni, le furie vendicatrici dei greci — irruppe nella tribuna del pubblico urlando contro i mariti tentati dal pentitismo: non volevano essere mogli di infami. I carabinieri esitavano, incerti davanti a donne urlanti. Mio padre si sporse appena: «Gentilmente, gentilmente, fatele uscire». La cortesia, in quella voce, era la forma più pura della fermezza: le Erinni uscirono. Ma l’aula conobbe anche un’altra donna, e il contrasto con le Erinni è la fotografia morale della Sicilia di allora. La signora Rugnetta, madre di un ragazzo ucciso dalla mafia, venne a testimoniare con la fotografia del figlio stretta tra le mani. La alzò verso le gabbie e accusò gli assassini guardandoli negli occhi; raccontò la vita di suo figlio, i sogni spezzati, il vuoto lasciato in casa. L’aula ammutolì. Mio padre, che aveva governato centinaia di testimonianze con il distacco del ruolo, non la interruppe mai: le lasciò tutto il tempo che il dolore chiedeva. Da una parte le furie che difendevano l’onore criminale dei mariti; dall’altra una madre sola con una fotografia: l’onore siciliano vero. Se quella sentenza ebbe una forza morale oltre che giuridica, lo deve anche a lei.

Le pressioni arrivavano anche per vie più oblique. Un amico pittore di mio padre, che aveva la cartoleria accanto a un laboratorio di dolci gestito da familiari di un imputato, veniva usato come postino di ambasciate sempre più insistenti: chiedono questo, chiedono quest’altro. E un politico di rilievo nazionale si presentò a perorare gli arresti domiciliari di un imputato «malato», facendo scivolare nel discorso, con studiata noncuranza, un’offerta di aiuto per la carriera forense di mia sorella Patrizia, appena abilitata. Mio padre declinò con eleganza glaciale: la famiglia non aveva bisogno di favori. L’imputato non ebbe i domiciliari: come quasi tutti, passò dalle perizie severissime di un medico scelto apposta perché non si potesse svuotare il processo per via sanitaria. Lo stesso uomo che respingeva i potenti, però, staccò un assegno personale a un testimone venuto in aereo dal Nord, mortificato dal rimborso di legge — il biglietto ferroviario di seconda classe. Non tollerava che un cittadino onesto ci rimettesse per aver fatto il proprio dovere.

L’attacco più insidioso arrivò però in punta di diritto, e non a caso arrivò nella stagione dei pentiti, quando la difesa dal processo aveva più fretta. Durante l’esame dell’imputato Pipitone, mio padre pose una domanda suggeritagli da Grasso: una domanda innocua, anzi favorevole all’imputato — che infatti sarà assolto, come la sentenza dimostrerà. Fu volutamente travisata e trasformata in un pretesto: istanza di ricusazione del presidente per interesse nel procedimento. Il grave venne dopo: la Camera Penale, dopo una riunione lacerante, associò l’intero collegio difensivo alla ricusazione. Dalle gabbie gli imputati incitavano i loro difensori in siciliano: «Arruspigghiativi!», sbrigatevi, fate qualcosa, fermatelo. Ci vollero il coraggio dell’avvocato Nadia Alecci, che a nome delle parti civili denunciò pubblicamente la natura pretestuosa della manovra, e la dignità di Alberto Polizzi — il mio futuro maestro — che pur difendendo un imputato si dissociò. La Corte d’Appello dichiarò la ricusazione inammissibile in tempi rapidi. A casa mio padre sdrammatizzava, sereno, certo dell’esito; ma quella ferita tra giudice e classe forense restò, ed egli cercò di ripararla come sapeva: con l’equilibrio, non col rancore.

Chi era, intanto, l’uomo che il mondo guardava?

L’esatto contrario del personaggio. Era schivo, riservato, di una timidezza quasi fisica. Le telecamere in aula le volle lui — ma come testimonianza storica, perché tutto restasse documentato, non per apparire — e infatti Radio Radicale ne custodisce oggi la memoria integrale. Ricordo che Leoluca Orlando, in quel periodo, provò a scuoterlo: sei il magistrato più famoso del mondo, devi abituarti ai giornalisti. Si abituò, un poco, per necessità; timido rimase per sempre. La sera lavorava, la mattina prestissimo era già sulle carte a prepararsi l’udienza. Non si lasciava condizionare da un titolo di giornale né da una telefonata: era, in un senso che oggi suona quasi eretico, un giudice solo — solo con il fascicolo e con la propria coscienza. Alla fine vennero le requisitorie: Ayala la volle pronunciare in piedi, per giorni, e passione volle che alla fine restasse letteralmente bloccato dalla schiena; Signorino scolpì la frase che meriterebbe l’ingresso di ogni scuola di magistratura: non vi chiedo di condannare la mafia, già condannata dalla storia e dalla coscienza dei siciliani, ma i singoli imputati raggiunti dalle prove.

Il principio di legalità in una riga. L’11 novembre 1987, esaurite le arringhe, la Corte si alzò e sparì dietro una porta: due togati e sei cittadini, sepolti vivi con quarantamila pagine di atti. Sarebbero riusciti trentacinque giorni dopo, coi volti scavati e la barba lunga, per pronunciare le parole che l’Italia non aveva mai sentito. Ma questa è la prossima puntata: la sentenza, e il sangue con cui Cosa Nostra la volle ripagare.

(2 — continua)

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Stefano Giordano

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