Malan: «Sulle Commissioni chiedo numeri, non colpevoli. E li chiedo in un formato che chiunque possa controllare»
Il consigliere comunale di Salerno Malan spiega l’interrogazione sull’attività delle Commissioni consiliari permanenti e sui gettoni di presenza della precedente consiliatura.
Consigliere Malan, la sua interrogazione è indirizzata contemporaneamente al Sindaco, al Presidente del Consiglio comunale e al Segretario generale. È una scelta casuale?
«No, è una scelta di metodo. Il Sindaco è il vertice politico-amministrativo dell’Ente; il Presidente del Consiglio comunale è l’organo cui compete il funzionamento dell’assise e degli organismi che ne discendono; il Segretario generale è il garante della legittimità dell’azione amministrativa e della corretta verbalizzazione. Ho chiesto inoltre risposta sia scritta sia orale: la prima serve a fissare i dati in un documento, la seconda perché il Consiglio comunale è la sede naturale in cui un tema del genere va discusso davanti alla città».
Le Commissioni consiliari vengono spesso descritte come organi minori, quasi un passaggio formale. Perché ha scelto di partire proprio da lì?
«Perché non sono affatto organi minori. Sono la sede in cui si istruisce la decisione: attività consultiva, referente, istruttoria, di studio e di ricerca. Il Consiglio delibera, ma la qualità di ciò che delibera dipende in larghissima parte dal lavoro svolto a monte. Se le Commissioni funzionano, funziona il Consiglio; se diventano un adempimento, si impoverisce l’intero circuito dell’indirizzo e del controllo. Occuparsene non è un esercizio contabile: è una questione di qualità della democrazia locale».
Nell’atto ha chiesto che i dati siano trasmessi in formato elettronico elaborabile. Sembra un dettaglio tecnico.
«È esattamente il contrario di un dettaglio. C’è una differenza sostanziale tra ricevere una massa di documenti scansionati e ricevere dati confrontabili. Nel primo caso la trasparenza è formale: l’Ente adempie, ma nessuno riesce davvero a ricostruire il quadro d’insieme. Nel secondo caso la trasparenza diventa sostanziale, perché consente il raffronto per anno, per Commissione, per seduta e per singolo consigliere. Non ho chiesto un trattamento di favore: ho chiesto che i dati già esistenti mi vengano trasmessi nella forma in cui l’Amministrazione già li detiene».
Ha anche precisato di non voler chiedere elaborazioni nuove agli uffici. Perché tenerlo a specificare?
«Per rispetto della macchina amministrativa e per correttezza istituzionale. Gli uffici comunali lavorano già sotto pressione e non è compito di un consigliere aggiungere carichi impropri. Ho chiesto atti e dati già formati o detenuti dall’Ente, non relazioni inedite costruite per l’occasione. Aggiungo un aspetto non secondario: se quei dati esistono e sono ordinati, la risposta sarà semplice e rapida. Se invece non fossero agevolmente ricostruibili, anche questo sarebbe un elemento di conoscenza rilevante, e riguarderebbe il sistema, non le persone».
Tra i punti dell’interrogazione ce n’è uno meno intuitivo: le convocazioni non seguite da una seduta validamente costituita.
«È forse il punto più istruttivo di tutti. Una convocazione può non tradursi in seduta per ragioni del tutto fisiologiche, e nessuno deve scandalizzarsene. Ma sapere quante convocazioni siano andate a vuoto, e per quali ragioni, dice molto sul funzionamento reale dell’organo. Non è un dato che serve a colpire qualcuno: serve a capire se il calendario dei lavori sia stato uno strumento di programmazione o un passaggio rituale».
Ha distinto anche fra gettoni maturati, liquidati ed effettivamente corrisposti.
«È una distinzione contabile elementare, ma decisiva. Il diritto al gettone matura al ricorrere dei presupposti previsti; la liquidazione è un atto amministrativo successivo; la corresponsione è il pagamento. Sono tre momenti distinti, con procedure, uffici e responsabilità differenti. Confonderli genera equivoci e, spesso, ingiustizie. Per la stessa ragione ho chiesto anche gli estremi dei provvedimenti di liquidazione: perché la catena procedimentale sia leggibile in ciascun passaggio, e non solo nel suo risultato finale».
La vicenda napoletana pesa su questa iniziativa?
«Ne costituisce il contesto, non il movente: l’atto porta la data del 18 agosto e nasce da una riflessione precedente. Ciò detto, non sarei sincero se negassi che quanto sta accadendo a Napoli rende il tema più attuale. Da avvocato mi permetto però un’osservazione di principio, valida ovunque: quando un procedimento è stato per anni convocato, verbalizzato, controllato e liquidato dall’apparato amministrativo, non si può poi ribaltare integralmente il conto sul singolo eletto. Chi abbia eventualmente simulato presenze deve risponderne, senza sconti. Chi ha lavorato davvero non può essere collocato sullo stesso piano. È precisamente per questo che i controlli servono prima, quando ancora possono correggere, e non dopo, quando possono soltanto punire».
Non teme che la sua iniziativa venga letta come un attacco alla precedente amministrazione o ai colleghi consiglieri?
«Sarebbe una lettura sbagliata, e lo dico con serenità. Nella precedente consiliatura sedevano consiglieri di maggioranza e di opposizione: la mia richiesta li riguarda tutti allo stesso modo, senza alcuna distinzione di appartenenza politica, e riguarda anzitutto le procedure dell’Ente. Nel mio atto non compare un solo nome, né una sola ipotesi di condotta. Chi ha svolto seriamente il proprio mandato — e ritengo sia la larghissima maggioranza — dalla pubblicazione dei documenti riceve una tutela, non un rischio».
E se dai dati non dovesse emergere alcuna criticità?
«Lo dirò pubblicamente, con la stessa nettezza con cui oggi chiedo i documenti. Un accertamento che conferma la regolarità non è un accertamento sprecato: è un patrimonio di credibilità che resta all’istituzione e a chi vi ha lavorato. Chi svolge un ruolo di opposizione non può avere bisogno che dai numeri emerga necessariamente uno scandalo; deve avere bisogno che i numeri esistano».
E se invece emergessero criticità di sistema?
«Allora presenterò proposte, non comunicati. Penso a tre direzioni possibili: una rilevazione delle presenze oggettiva, uniforme e verificabile per tutte le Commissioni; una pubblicazione periodica e ordinaria dei dati di attività e di spesa, senza che occorra un’interrogazione per ottenerli; una relazione annuale al Consiglio comunale sul funzionamento delle Commissioni. Sono interventi di regolamento e di organizzazione, non di polemica. E su misure di questo genere mi auguro possa formarsi un consenso più ampio del perimetro dei singoli gruppi consiliari».
Un’ultima domanda: qual è, in fondo, il principio che la muove?
«Che l’impiego delle risorse pubbliche sia sempre ricostruibile, e che lo sia allo stesso modo per chiunque, senza corsie diverse a seconda della parte politica. La trasparenza non indebolisce chi amministra: lo mette nelle condizioni di poter dimostrare come ha operato. Ho grande rispetto per chi assume una funzione pubblica e altrettanto rispetto per i cittadini che quella funzione la finanziano. Tenere insieme queste due forme di rispetto è, per me, il senso del mandato che ho ricevuto».
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Maria Francesca Balestrieri
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