C’è qualcosa di straordinariamente moderno nella fotografia di quella folla davanti alla Frank E. Campbell Funeral Church di New York. Migliaia di persone schiacciate sui marciapiedi, donne che piangono, poliziotti incapaci di contenere la pressione, vetri infranti, un’intera città che sembra essersi fermata davanti alla morte di un uomo di appena trentun anni. È il 24 agosto 1926. Il giorno prima, esattamente cent’anni fa, Rodolfo Valentino è morto al Polyclinic Hospital di Manhattan. Tre parole bastano a far precipitare milioni di persone nello sconforto: Valentino è morto.
Eppure quasi nessuno di loro ha mai sentito la sua voce.
Il cinema parla soltanto attraverso immagini e didascalie. Il sonoro deve ancora arrivare. Rodolfo Valentino ha conquistato il mondo senza pronunciare sullo schermo una sola frase che il pubblico possa ascoltare. Gli sono bastati gli occhi, il volto, il corpo, il tango, quella bellezza mediterranea che Hollywood prima guardò con diffidenza e poi trasformò in un modello universale di seduzione.
Rodolfo Valentino, da Castellaneta al sogno americano
Prima di diventare Valentino era Rodolfo Pietro Filiberto Guglielmi, nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, il 6 maggio 1895. Suo padre Giovanni, ex capitano di cavalleria, faceva il veterinario; sua madre Gabriella Barbin aveva origini francesi. Rodolfo studia agraria, ma la provincia gli sta stretta. È irrequieto, ama soprattutto la ginnastica e il ballo. Nel 1913 sale sulla Cleveland e attraversa l’Atlantico. Destinazione New York.
L’America non lo aspetta. Fa lavori modesti, prova a sopravvivere, poi scopre che una cosa sa farla meglio di molti altri: ballare. Diventa un taxi dancer, un ballerino che accompagna a pagamento le signore nei locali newyorkesi. Il tango gli apre porte che il cognome Guglielmi non riesce ancora ad aprire. Cambia nomi, attraversa ambienti equivoci, finisce anche nelle cronache giudiziarie per una vicenda legata a una donna dell’alta società. Poi lascia New York e arriva dall’altra parte dell’America. A Hollywood.
All’inizio gli affidano quello che l’America pensa debba interpretare un giovane italiano bruno e bellissimo: il seduttore, l’avventuriero, il malvivente elegante, lo straniero pericoloso. Poi, nel 1921, arriva I quattro cavalieri dell’Apocalisse. E cambia tutto.
Lo Sceicco che fece impazzire l’America
Hollywood scopre improvvisamente che quell’italiano non è soltanto fotogenico. È un fenomeno. Nello stesso anno arriva Lo sceicco e Rodolfo Valentino diventa qualcosa che il cinema sta ancora imparando a creare: una star globale.
Le donne lo adorano. Gli uomini americani, molto meno. Valentino porta sullo schermo un’idea di mascolinità diversa dall’eroe anglosassone duro, pragmatico e rassicurante. È elegante, sensuale, esotico. Balla. Indossa costumi sontuosi. Guarda le donne come se il resto del mondo avesse smesso di esistere. Diventa il «latin lover» prima ancora che quell’espressione finisca per identificare un’intera categoria dell’immaginario maschile.
Seguono Sangue e arena, Monsieur Beaucaire, L’aquila nera. La sua vita privata alimenta giornali e fantasie quanto i suoi film. Amori, matrimoni, divorzi, scandali, gelosie. Valentino non interpreta più soltanto personaggi: interpreta Valentino.
Nel 1926 esce Il figlio dello sceicco. Nessuno può saperlo, ma sarà l’ultimo.
Sette giorni in ospedale, poi la notizia che sconvolge il mondo
Ad agosto Valentino si sente male a New York. Entra al Polyclinic Hospital e vi rimane sette giorni. Le sue condizioni precipitano. Il 23 agosto 1926 una peritonite acuta chiude improvvisamente una vita che sembrava appena cominciata. Ha trentun anni.
La notizia corre attraverso l’America e attraversa l’Atlantico. Il giorno successivo circa novantamila persone sfilano davanti alla salma nella camera ardente della Frank E. Campbell. La situazione degenera. La folla preme, la polizia fatica a contenerla, il dolore diventa isteria collettiva. New York assiste a qualcosa che appartiene già al mondo nuovo della società di massa: il lutto per una persona che quasi nessuno dei presenti ha conosciuto, ma che milioni di spettatori credono in qualche modo di conoscere.
Il 30 agosto si celebrano i funerali cattolici nella chiesa di St. Malachy, sulla 49ª Strada. Poi la bara attraversa l’America in treno fino a Los Angeles. Anche la morte diventa spettacolo, pellegrinaggio, leggenda.
Nessuno aveva mai sentito la sua voce
Ed è forse questo, un secolo dopo, il particolare più struggente.
Quelle donne piangevano un uomo del quale conoscevano ogni espressione del viso. Avevano osservato il modo in cui stringeva una donna, montava a cavallo, combatteva, ballava il tango. Avevano imparato il suo sorriso e il suo sguardo. Conservavano fotografie, ritagliavano immagini dalle riviste, aspettavano i suoi film.
Ma non sapevano come parlasse.
Valentino morì alla vigilia della rivoluzione che avrebbe fatto parlare il cinema. Non dovette mai affrontare il microfono, non dovette dimostrare se quella voce fosse all’altezza del volto che aveva fatto innamorare il mondo. Rimase per sempre dentro il silenzio perfetto nel quale era nato il suo mito.
Dopo la sepoltura, per anni alcune donne continuarono a presentarsi davanti alla sua tomba. Nacque persino la leggenda delle «Dame in nero», figure misteriose che portavano fiori al suo sepolcro e che alimentarono il culto del divo molto tempo dopo la sua morte.
Cent’anni dopo, Hollywood ha conosciuto migliaia di star, il cinema ha imparato a parlare, poi a diventare a colori, gigantesco, digitale. Rodolfo Valentino è rimasto invece dov’era quel 23 agosto 1926: trentunenne, bellissimo e muto.
Il ragazzo partito da Castellaneta con un cognome che l’America faticava persino a pronunciare era riuscito nell’impresa più difficile.
Farsi ascoltare dal mondo senza bisogno di una voce.
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Luca Arnau
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