Le carte, adesso, sono tutte sul tavolo. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è il momento in cui l’accusa scrive per esteso chi ritiene responsabile e di che cosa, concedendosi un’ultima pausa prima di scegliere la propria strada. Proviamo a smontare il meccanismo pezzo dopo pezzo, partendo da chi quei pacchi li smistava.
Una premessa doverosa: le persone e le società di cui si parla sono destinatarie di contestazioni che nessun giudice ha ancora vagliato nel merito. Ogni addebito resta un’ipotesi dell’accusa fino a una sentenza definitiva.
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La strada di una busta paga lungo la filiera
Prendiamo un magazziniere qualunque, uno dei tanti passati da quei capannoni. Sulla carta il suo datore di lavoro era una società serbatoio, intestata a un prestanome e priva di un’organizzazione reale; quella società fatturava la sua giornata a una società filtro, che a sua volta la rifatturava al committente, cioè all’azienda che di quel lavoro godeva davvero.
Tra filtro e committente correva un contratto d’appalto di servizi. Un appalto autentico, però, presuppone un appaltatore che organizza mezzi e persone e si prende il rischio d’impresa; nell’ipotesi accusatoria c’era invece una nuda messa a disposizione di braccia, ciò che il diritto del lavoro chiama somministrazione e riserva alle agenzie autorizzate. Uno scarto simile tra forma del contratto e sostanza del lavoro sta al centro delle contestazioni anche nel cantiere del nuovo consolato statunitense a Milano, dove a fare da schermo, per la procura, era la formula del distacco.
Il meccanismo, secondo i pm, viveva della breve esistenza delle società serbatoio. Non versavano contributi né imposte, accumulavano debiti con l’erario e venivano lasciate al loro destino appena il conto diventava insostenibile; al loro posto ne spuntavano altre, pronte ad assumere le stesse persone. Chi lavorava se ne accorgeva quasi soltanto dal nome stampato sulla busta paga… il magazzino e i capi restavano quelli di sempre. Più in alto, la filtro detraeva l’Iva delle fatture ricevute e il committente faceva altrettanto con quelle della filtro.
Due società, due mestieri diversi
Postalcoop, con base a Ciriè, si occupava soprattutto di consegne rapide e col tempo aveva allargato gli affari alla ristorazione: più di cinquecento dipendenti e diversi locali, tra cui il bar Norman. Nello schema dell’accusa è la principale società filtro; i pm ipotizzano che i guadagni del sistema servissero anche ad aprire fronti in settori nuovi. Con il sequestro la gestione è passata nelle mani di un’amministratrice giudiziaria, la professionista nominata dal giudice per mandare avanti l’azienda finché dura il vincolo; la società, però, non ha retto all’urto.
Cargobroker era già in liquidazione quando scattò il sequestro. Ai suoi amministratori la procura contesta soprattutto le fatture emesse verso i grandi operatori delle consegne, il filone che porta dritto ai nomi più noti dell’inchiesta.
I numeri di Postalcoop rifatti a mano
Partiamo dalla cifra più grossa, quella dei costi ritenuti fittizi. In gergo tributario sono elementi passivi, voci che Postalcoop avrebbe portato in dichiarazione per alleggerire l’Iva dovuta; la seconda cifra è l’imposta che su quella base sarebbe stata detratta. Abbiamo rifatto il conto: il 22 per cento di 63,9 milioni dà 14,06 milioni, cioè l’aliquota ordinaria dell’Iva applicata alla base contestata, con importi che collimano con quelli pubblicati dal Corriere Torino. Le due cifre guardano la stessa operazione da due lati, sicché sommarle vorrebbe dire contare due volte lo stesso denaro.
C’è poi la cifra tonda, nell’ordine dei cento milioni, che accompagna la vicenda dal 2024: di volta in volta ha misurato il volume delle fatture contestate oppure la stima complessiva della frode. Grandezze diverse, da non confondere neppure con i 26,5 milioni del sequestro preventivo, un congelamento di beni deciso prima di qualsiasi accertamento definitivo.
Resta da sciogliere la formula che ricorre in ogni contestazione, quella delle fatture giuridicamente inesistenti. I pacchi, in queste ipotesi, sono partiti e arrivati davvero. Per l’accusa a mentire è la veste dell’operazione: una fattura che parla di appalto, quando sotto c’è una fornitura di manodopera, racconta un rapporto diverso da quello reale.
Amazon, Gls e Sda, clienti finali nelle carte dei pm
Su Amazon le carte dell’accusa entrano nei particolari. Tra il 2019 e il 2022, secondo la procura, Cargobroker avrebbe emesso fatture per operazioni giuridicamente inesistenti allo scopo di consentire ad Amazon Italia Transport l’evasione dell’Iva. Il gruppo, interpellato già nel 2025 da La Stampa, aveva escluso rapporti di collaborazione con i soggetti citati.
Quella formula, al fine di consentire a terzi l’evasione, ricalca alla lettera l’articolo 8 del decreto legislativo 74 del 2000, che punisce chi emette le fatture false. Chi le utilizza nella propria dichiarazione può rispondere di un altro reato, quello dell’articolo 2. I due binari restano separati per espressa scelta dell’articolo 9, che esclude il concorso reciproco; per stabilire se chi ha ricevuto una fattura contestata sapesse davvero, serve un accertamento tutto suo.
Fra i ventuno destinatari dell’avviso c’è anche un manager di vertice del gruppo Gls, chiamato in causa per la parte del fascicolo che riguarda le fatture di Cargobroker.
Chi è rimasto nell’elenco e chi ne è uscito
Tra i destinatari ci sono imprenditori, amministratori e alcuni prestanome che, secondo l’accusa, avrebbero fatto da paravento ai veri gestori delle società. Fuori dall’elenco sono finiti diversi professionisti che lavoravano per le aziende, soprattutto commercialisti e consulenti del lavoro: le loro posizioni sono state stralciate, cioè separate dal fascicolo principale, in vista di una richiesta di archiviazione su cui l’ultima parola spetterà al gip.
Dopo i venti giorni, il calendario dei pm
Scaduta la finestra delle difese, il codice non lascia spazio a lunghe attese. L’articolo 407-bis concede al pubblico ministero tre mesi per esercitare l’azione penale o chiedere l’archiviazione, che diventano nove nei casi elencati dall’articolo 407, comma 2. Il metro, dalla riforma Cartabia del 2022, è la ragionevole previsione di condanna: se gli atti non bastano a sostenerla, la strada obbligata è l’archiviazione.
Le contestazioni più gravi, la dichiarazione fraudolenta con fatture per operazioni inesistenti e l’emissione di quelle fatture, prevedono nella versione oggi in vigore pene fino a otto anni. Oltre la soglia dei quattro anni la citazione diretta è esclusa, per cui un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio approderebbe all’udienza preliminare, dove il gup applica lo stesso metro e chiude il caso con il non luogo a procedere se la previsione di condanna non regge.
Quanto pesa, nel processo, il denaro restituito all’erario
Nei fascicoli tributari il denaro restituito al fisco sposta gli equilibri e la legge lo dice apertamente. Per l’omesso versamento dell’Iva l’articolo 13 del decreto legislativo 74 del 2000 esclude la punibilità se il debito, sanzioni e interessi compresi, viene saldato per intero prima che si apra il dibattimento di primo grado; con una rateizzazione in corso il giudice concede tre mesi, prorogabili una volta, mentre la prescrizione resta sospesa.
Per la dichiarazione fraudolenta quella porta si chiude molto prima: il pagamento salva soltanto chi lo esegue prima di avere notizia di controlli o procedimenti a suo carico, condizione ormai alle spalle in un’inchiesta arrivata fin qui. Rimane lo sconto dell’articolo 13-bis, con pene ridotte fino alla metà e niente pene accessorie se il debito tributario viene estinto entro la chiusura del dibattimento di primo grado.
Torino e Milano, due modi di tirare lo stesso filo
A Milano il pm Paolo Storari ha scelto da anni di risalire la corrente: sequestri preventivi e amministrazioni giudiziarie che, nei casi più mirati, colpiscono in prima persona i committenti, con accordi chiusi a colpi di assunzioni dirette e controlli sui fornitori. Secondo le stime della stessa procura milanese, i lavoratori regolarizzati si contano a decine di migliaia. Il metodo ha i suoi critici, convinti che finisca per caricare sui committenti una responsabilità più ampia di quella scritta nella legge penale, mentre chi lo difende risponde con i numeri delle regolarizzazioni.
Il fascicolo torinese ha imboccato l’altra strada, con un sequestro concentrato sulle società che ruotano attorno ai due gruppi intermediari. Ne ricaviamo una differenza di impianto che riguarda soprattutto il punto della filiera da cui gli investigatori hanno cominciato a lavorare.
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