Nokia Innovation Day 2026: la sovranità europea passa dal mercato unico e dai laboratori italiani del gruppo


Per oltre 20 anni l’Europa ha tenuto le telecomunicazioni divise in 27 mercati nazionali, e lo ha fatto soprattutto in nome della sicurezza. Oggi quello stesso argomento porta alla conclusione opposta, perché nessun Paese ha da solo le dimensioni per garantirsi autonomia tecnologica, e quindi sicurezza. Attorno a questa idea si è sviluppato il Nokia Innovation Day 2026, ospitato nella sede di Vimercate.

Ad aprire i lavori è stato Stefano Grieco, CEO e VP di Nokia Italy, che ha chiarito subito come la giornata non volesse essere una vetrina di prodotti, ma un confronto su come tradurre le ambizioni del settore in decisioni. La tecnologia è arrivata dopo, nei laboratori di ricerca e sviluppo.

Integrare il mercato per difendere la sicurezza

Collegato da remoto, Enrico Letta, presidente dell’Istituto Jacques Delors e di AREL-Single Market Lab, è intervenuto per il terzo anno consecutivo, tornando sul mercato unico, il tema al centro del rapporto che aveva consegnato alle istituzioni europee nel 2024. Rispetto all’appello di un anno fa, il quadro è cambiato. Il 24 aprile scorso Parlamento, Consiglio e Commissione hanno firmato la roadmap congiunta One Europe, One Market, che raccoglie 42 misure, ciascuna con una scadenza politica vincolante, e fissa alla fine del 2027 il termine per completarla. Ad accelerare il percorso, secondo Letta, sono state anche le tensioni geopolitiche e sulle catene di fornitura, che nessuno Stato può affrontare da solo.

La roadmap riprende la matrice che lo stesso Letta aveva presentato ai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo informale dello scorso febbraio. Da un lato tre settori rimasti fuori dal mercato unico, cioè energia, connettività e mercati finanziari, dall’altro tre strumenti trasversali, il più concreto dei quali è il cosiddetto 28° regime, rinominato dalla Commissione EU Inc, un ordinamento societario facoltativo valido in tutta l’Unione. Che la frammentazione pesi anche sui cittadini, ha ricordato Letta, lo sa chiunque abbia provato ad acquistare online un servizio in Francia senza un numero di telefono con prefisso francese.

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Il passaggio che più riguarda le telecomunicazioni è però un altro. Quando, circa 25 anni fa, si decise di mantenere le reti su base nazionale, la motivazione principale fu proprio la sicurezza, perché così le reti restavano sotto il controllo dei singoli Stati. Oggi il ragionamento si è rovesciato. Un Paese di piccole dimensioni può essere innovativo e competitivo, ha osservato Letta, ma difficilmente riesce a essere autonomo, e senza autonomia non c’è sicurezza, che ormai si costruisce solo su scala europea.

In chiusura Letta ha indicato proprio Nokia come esempio di ciò di cui l’Europa ha bisogno. “Nokia è un campione europeo e deve diventarlo ancora di più, perché l’Europa ha bisogno di campioni europei”, ha detto, sottolineando che non tutti i campioni continentali devono nascere tra Francia e Germania e che possono crescere anche in Paesi come la Finlandia e l’Italia.

Dalla dipendenza digitale alle reti per l’IA

La tavola rotonda moderata da Antonio Capone del Politecnico di Milano ha preso le mosse da un paradosso. La rete funziona così bene da essere diventata invisibile, come l’elettricità, e il valore si è spostato quasi tutto sui servizi che vi transitano, mettendo a rischio gli investimenti nelle infrastrutture. In Europa l’effetto è stato più marcato, perché il mercato è frammentato e nelle applicazioni il continente dipende da fornitori esterni. Le telecomunicazioni, ha ricordato Capone, sono tra i pochi anelli della catena digitale ancora sotto controllo europeo.

Il primo ostacolo a una maggiore autonomia è finanziario. Raffaele Oriani, preside della LUISS Business School, ha spiegato che il risparmio europeo è abbondante ma raggiunge troppo poco il capitale di rischio. Le imprese tecnologiche che devono crescere trovano spesso i finanziamenti fuori dall’Europa, spesso trasferendo altrove anche le sedi. Oriani ha segnalato poi la dipendenza dai grandi sviluppatori di IA, i cui modelli di business non stanno in piedi ai prezzi attuali e sono quindi destinati a costare di più proprio quando i clienti non potranno farne a meno.

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Se i capitali condizionano la crescita delle imprese tecnologiche, la diffusione dell’IA nel resto dell’economia dipende anche dai dati. Stefano Venturi, consulente speciale di Assolombarda, ha spiegato che le piccole e medie imprese non si chiedono più se adottare l’IA, ma come farlo, e che i dati di una singola azienda sono troppo pochi per sfruttare le soluzioni più evolute. Per questo l’associazione ha avviato un progetto che punta ad aumentare del 10% la produttività del territorio, partendo dalla condivisione dei dati industriali tra imprese e affiancando le piccole aziende con casi d’uso, formazione e il tutoraggio delle più grandi. L’ambasciatore di Finlandia in Italia Matti Lassila ha citato l’esempio del suo Paese, dove quasi ogni rapporto con la pubblica amministrazione passa ormai dallo smartphone.

Passando dalle imprese che usano la tecnologia a quelle che la producono, il problema cambia forma ma non sostanza. Bernard Pailleux, COO della divisione Network Infrastructure di Nokia, ha descritto una corsa agli investimenti per l’IA che mette sotto pressione l’intera catena di fornitura, a partire dalle memorie, perché la domanda cresce più in fretta della capacità produttiva. L’esperienza degli ultimi anni, secondo Pailleux, insegna che efficienza e resilienza non sono la stessa cosa e che la capacità di reggere una crisi va costruita prima che arrivi, con rapporti di lungo periodo tra fornitori e clienti.

Per la Commissione europea è intervenuto, anche lui da remoto, Thibaut Kleiner, direttore Future Networks della DG Connect. Kleiner è partito dal divario di crescita, con l’economia europea attesa intorno all’1% nel 2026 contro il 2,5% di quella statunitense, trainata per oltre un terzo dall’IA. Proprio l’IA, però, apre una possibilità. Quando esce dagli schermi ed entra nelle fabbriche e negli oggetti, la connettività non può più essere considerata un semplice mezzo di trasporto dei dati e diventa parte integrante di un continuum tra rete, cloud ed edge. E in questo scenario contano i dati industriali di qualità, che le imprese europee producono in abbondanza.

Il pacchetto sulla sovranità tecnologica presentato a giugno, che comprende tra l’altro il Cloud and AI Development Act e il Chips Act 2, introduce quattro livelli di sovranità basati su criteri verificabili. “Sovranità non significa autarchia”, ha precisato Kleiner. Non ha nascosto i ritardi accumulati con il 5G, con circa 600 progetti pilota avviati ma solo poche centinaia di reti private attive in Europa, contro decine di migliaia in Cina. Con il 6G, il cui primo standard è atteso nel 2029, l’obiettivo è non ripetere l’errore, e la Commissione vorrebbe vedere le prime applicazioni concrete già nel 2028. Il Digital Networks Act, infine, punta a un’autorizzazione unica per operare in tutta l’Unione.

Nei Nokia Bell Labs, dove gli apparati vengono messi alla prova

Dopo le sessioni plenarie la visita si è spostata nei laboratori, che a Vimercate lavorano per l’intero gruppo. In Italia Nokia impiega circa 1.300 persone, oltre 1.000 delle quali nella sede brianzola, e metà di queste si occupa di ricerca e sviluppo, in gran parte nelle reti ottiche.

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La prima tappa è stata l’edificio dei Nokia Bell Labs, separato ma attiguo alla sede, dove Beniamino Gorini ha guidato la visita alla camera anecoica. Qui i prodotti affrontano i test di compatibilità elettromagnetica, che verificano che un apparato non disturbi altri dispositivi e continui a funzionare in presenza di interferenze. Le pareti sono rivestite da 75.000 elementi in ferrite che assorbono le onde radio, e le misure vanno da 10 kHz a 40 GHz. Le soglie sono molto più severe di quelle previste per l’elettronica di consumo, perché a un televisore si chiede di resistere a un campo di 1 volt per metro e a un apparato di rete di 20. Il motivo, ha spiegato Gorini, è che se si guasta la TV di casa il problema riguarda una famiglia, mentre se si ferma una stazione radio base restano senza servizio migliaia di utenti.

Accanto alla camera anecoica ci sono i laboratori per le prove climatiche, da -40 a +150 gradi con cicli che durano settimane, i banchi di vibrazione che simulano un terremoto di magnitudo 8,5 e le celle a nebbia salina, dove le unità da esterno restano per 60 giorni. Prima che un prodotto arrivi sul mercato servono dai tre ai quattro mesi di test sui campioni di preserie.

Le nuove generazioni di DSP coerenti nate a Vimercate

Nel laboratorio dedicato alla trasmissione ottica il team di Bell Labs progetta i chip su misura (ASIC) e i circuiti programmabili (FPGA) che costituiscono il cuore dei transponder, gli apparati che trasformano il segnale elettrico in luce. Grieco ha ripercorso l’evoluzione dei DSP coerenti, i processori che codificano l’informazione sulla luce e correggono le distorsioni accumulate lungo la fibra. Il primo chip, sviluppato intorno al 2010, gestiva 100 Gbit/s per portante, mentre il PSE-6s arriva oggi a 1,2 Tbit/s, ossia 12 volte tanto in circa 15 anni. All’acquisizione di Infinera, completata a inizio 2025, si deve invece un DSP realizzato a 3 nm da 800 Gbit/s, ottimizzato nel rapporto tra costo e prestazioni.

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L’effetto si vede confrontando due schede con le stesse dimensioni. Quella basata sulla terza generazione di DSP, del 2015, offriva due linee da 200 Gbit/s, mentre la versione attuale con PSE-6s arriva a 2,4 Tbit/s, sei volte la capacità nello stesso spazio, consumando molta meno energia per ogni bit trasmesso. La nuova piattaforma ad alta capacità porta quattro linee da 1,2 Tbit/s su ciascuna di esse, e in laboratorio è già in sviluppo una scheda con 16 interfacce da 800 Gbit/s, per un totale di 12,8 Tbit/s. A spingere la domanda sono soprattutto i collegamenti tra data center.

La visita si è conclusa nel Nokia Innovation Hub, lo spazio in cui l’azienda accoglie partner e clienti, con una dimostrazione che porta i DSP oltre la trasmissione. Le distorsioni corrette dal processore raccontano infatti ciò che accade al cavo, e Nokia ha scelto di sfruttarle invece di scartarle. Con il fiber sensing, le variazioni nella polarizzazione della luce rivelano sollecitazioni e vibrazioni del cavo, e algoritmi di apprendimento automatico distinguono la traccia lasciata da un terremoto da quella di uno scavo. La tomografia della fibra sfrutta invece il modo univoco in cui la dispersione cromatica e gli effetti non lineari si accumulano, e permette di ricostruire su un collegamento in esercizio il tipo e la lunghezza di ogni tratta, le perdite e il guadagno degli amplificatori.

Le due parti della giornata raccontano la stessa storia. In sala la sovranità europea è stata discussa come una questione di dimensioni, di capitali e di regole comuni. Nei laboratori ha preso la forma di chip progettati in Italia e adottati da Nokia in tutto il mondo. È su questa base che Nokia rivendica il ruolo di fornitore europeo in grado di coprire l’intera rete. Se l’Europa ha davvero bisogno di campioni continentali, come ha ricordato Letta, la loro solidità si misura anche nella capacità di trasformare la ricerca in prodotti competitivi su scala globale. 


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