Cosa significa vivere e resistere a Kyiv


“Durante gran parte della guerra condotta dalla Russia, gli attacchi massicci contro Kyiv si sono verificati prevalentemente di notte. Gli abitanti della capitale ucraina hanno imparato, per quanto possibile, a organizzare la propria vita in funzione di essi, dormendo in corridoio o in bagno, controllando i canali Telegram per aggiornamenti nel buio più completo, e riemergendo poi al mattino per andare al lavoro, nei bar, ai concerti o a cena.

Tuttavia, quella fragile distinzione tra le notti di guerra e le giornate relativamente normali sta ormai scomparendo. Nelle ultime settimane, la Russia ha lanciato sempre più spesso droni d’attacco a reazione verso la capitale a tutte le ore del giorno e della notte, provocando allarmi aerei, fuoco della difesa aerea ed esplosioni nel bel mezzo delle giornate lavorative, degli spostamenti casa-lavoro e dei pomeriggi in città.”

Come scrive il Kyiv Independent, la nuova “campagna russa”, iniziata a fine agosto, ha cambiato il ritmo di vita della capitale ucraina che può già, in una certa misura, essere definita una città e una regione in prima linea, anche se geograficamente lontana dalla linea del fronte. Gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre sono stati particolarmente intensi, e Kyiv ha avuto a malapena il tempo di riprendere fiato. Eppure, proprio come scrivevo nel novembre scorso, seppur esausta e affranta, Kyiv resiste.

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Dopo un breve soggiorno in Italia, ho bisogno di tornare in Ucraina. Si tratta quasi di un bisogno viscerale, di quelli inspiegabili. Questa volta però la paura si fa sentire, è palpabile sin da quando si sente vibrare il telefono senza sosta e la nuova mappa colorata degli allarmi appare sullo schermo: in giallo la minaccia di droni, in rosso la balistica.

Sono stata in Italia per qualche tempo, senza sirene e senza esplosioni. Un altro pianeta, in cui mi son sentita a tratti un pesce fuor d’acqua, scombussolata da tutta questa pace e normalità. Avrei dovuto rilassarmi, riposare, godermi quel tempo di pace, e invece quel silenzio ha solo aumentato la mia inquietudine. Non riuscivo a dormire bene: il pensiero era sempre lì, a Kyiv; e quando finalmente il sonno arrivava, arrivava lei, la mia Kyiv in fiamme, la mia Kyiv rasa al suolo, la mia Kyiv che urla per il dolore tra nuvole di fumo. È lo stesso incubo che facevo, sempre al sicuro e lontano dalla guerra, nei primi mesi dell’invasione, nel 2022. Credevo di aver sepolto il ricordo di quel periodo difficile, e invece ha fatto ritorno rivelando un’ipotesi concreta di quello che potrebbe accadere se le forze della resistenza ucraina, dopo cinque lunghi anni, dovessero venire meno.

Kyiv è la mia città da un decennio ormai, quel posto dove stare che l’amico Ludovico Gualano (volontario e presidente dell’associazione Rescue Team) descrive senza filtri nel suo omonimo libro di testimonianze; starle lontana somiglia a vivere una relazione a distanza con la persona che si ama. Ci si sveglia e si controlla il telefono prima ancora di aprire gli occhi, per sapere com’è andata la notte, un po’ come un genitore che ha il baby monitor sempre con sé. Conosco fin troppo bene il suo modo di nascondere la stanchezza, la frustrazione e la paura, e so leggere fra le righe quello che non dice o non riesce a esprimere. Con il tempo ho imparato a conoscere i suoi ritmi, come si conoscono quelli di chi si ama. Quando le scrivo, mi risponde “va tutto bene” o “sono ancora tutta intera”, come farebbe una qualsiasi persona che non vuole farti preoccupare mentre soffre. Da lontano, vivo in una sorta di limbo con le notizie flash, i racconti altrui e le fotografie dei luoghi cari al cuore. È una relazione strana, perché di solito, a distanza, si teme che l’altro cambi, che si stanchi, che se ne vada. Qui è il contrario: lei non se ne va, non chiede niente, non ti supplica mai di tornare. Eppure soffre, e tu non sei lì a tenerle la mano nel momento del bisogno. Se mi addormento in un letto tranquillo, finalmente nelle braccia di Orfeo, con un tetto sopra la testa, il senso di colpa si fa strada insieme all’impotenza, e tutto mi sembra un tradimento.

Tornare, però, non è mai stato così difficile. Leggo che i valichi di frontiera con la Moldova e la Polonia sono finiti sotto attacco, e anche se non l’ho visto con i miei occhi, il pensiero mi accompagna mentre aspetto in coda in un luogo che spero non vada incontro allo stesso destino. I treni, che per anni sono stati il modo più sicuro di muoversi nel Paese, sono diventati bersagli. Nonostante sia il metodo che prediligo per viaggiare, li evito per non finire evacuata in mezzo al nulla durante allarmi e potenziali attacchi, e scelgo l’autobus. Spostarsi, oggi, è diventata un’impresa: persino il tratto di strada che dovrebbe portarmi a casa e farmi riabituare gradualmente a queste località in guerra diventa qualcosa da attraversare in fretta, con il fiato sospeso.

Fino a primavera inoltrata, gli attacchi nella capitale ucraina – tranne rare eccezioni – non avvenivano più di due volte alla settimana, di notte e spesso nel weekend o in concomitanza con dei giorni festivi. Centinaia di droni e un paio di dozzine di missili balistici in poche ore: un quadro di per sé già abbastanza drammatico, perché le notti insonni non te le ridà indietro nessuno. Gli allarmi potevano durare metà o l’intera notte. Ci si addormentava esausti in corridoio, in rifugio o a letto per pura stanchezza, e il giorno dopo restava addosso per ore quella che in molti chiamano una “sbornia balistica”, definizione azzeccatissima: testa pesante, corpo debole con sbalzi di adrenalina ed energia inspiegabili dopo il primo caffè. La sirena suonava talvolta anche di giorno, ma era quasi sempre un falso allarme oppure un drone di “vecchia generazione”, più lento, che non riusciva mai a scappare dalle grinfie della contraerea e veniva abbattuto in fretta. Nessuno ci faceva più caso. E questo, a pensarci, è forse l’aspetto più inquietante: un’abitudine che quasi fa vergognare.

Kyiv, guerra e normalità – Claudia Bettiol (Osservatorio Balcani e Caucaso)

La situazione era già un inferno così. Oggi, però, gli abitanti della capitale ripensano a quei mesi (sempre con la loro ironia sui social: qui c’è scritto “Un tempo a Kyiv e nella regione, di tanto in tanto, suonava la sirena. Ora, di tanto, non suona”) quasi con velata nostalgia. Da agosto – in particolare dal 24, data in cui l’Ucraina commemora l’indipendenza dall’URSS del 1991 – Mosca ha cambiato la sua strategia: sulla capitale impiega i nuovi droni a reazione Geran, di giorno e di notte, senza alcuna tregua. Assomigliano più a missili da crociera, sono più snelli e veloci, e molto più difficili da abbattere. Anche il rumore cambia, rispetto agli iraniani Shahed dalla forma triangolare, il cui ronzio assomiglia al rumore di un tosaerba in funzione (alcuni canali Telegram li chiamano “motorini volanti”); i Geran di ultima generazione, invece, emettono un sibilo quasi silenzioso, ma sono molto più pericolosi.

Le esplosioni sono continue, soprattutto nel centro della città.

Quando sono in casa, è il corridoio a diventare il mio rifugio: vale la regola dei “due muri”. Se non c’è un rifugio adeguato nelle vicinanze, il consiglio è di mettersi al riparo in un punto dove tra te e l’esterno ci sono due pareti, ben lontano dalle finestre. Potendo lavorare da remoto, questo aiuta: esco solo quando serve e cerco di controllare al meglio la situazione. Quando devo incontrare qualcuno, scelgo posti con un rifugio, spesso sono bar che hanno sale al piano meno uno e sono più sicure.

La stanchezza l’ho sentita tutta lo scorso 27 agosto, quando Kyiv ha registrato 13 allarmi aerei in un solo giorno, il numero più alto dall’inizio dell’invasione su vasta scala. Tristi record che sono proseguiti fino all’autunno, paralizzando la vita in tutta la città, con la capitale che l’8 settembre ha trascorso ben 17 ore sotto allerta, dopo una “tregua” durante la visita degli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff per i colloqui di pace il 6 settembre, ma terminata il giorno successivo con la loro partenza da Kyiv. Da allora le autorità ucraine hanno introdotto nuove regole per il coprifuoco e livelli diversi di allarmi: i locali possono restare aperti con le minacce più basse, ma devono interrompere ogni attività con quelle più gravi.

Anche gli eventi pubblici hanno dovuto cambiare formato, a meno che il luogo non abbia un rifugio a norma che possa ospitare una certa quantità di persone. Una delle fiere del libro più rinomate di Kyiv, che inizialmente avrebbe dovuto tenersi al parco esposizioni dal 17 al 20 settembre, è stata rinviata ad aprile 2027 per motivi di sicurezza. Anche la “Unbroken Marathon 2026”, evento che raccoglie fondi per le forze speciali ucraine, in programma per il 24 e 25 ottobre, si è dovuta adattare ed è stata “trasferita” nella città di Chmel’nyc’kyj.

Uno screenshot di un calendario tipo degli ucraini a Kyiv sotto le bombe quotidiane russe
Screenshot via ukrainer_en

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Quella che però è cambiata non è solo la strategia degli attacchi, che per assurdo è meno intensa nel numero di lanci, dilatati e distribuiti con maggior cura, ma la scelta dei bersagli. I russi hanno allargato la lista: supermercati, mercati (quello di Počajna, il più grande mercato di libri dell’Ucraina, è andato a fuoco lo scorso 16 agosto), depositi e magazzini, stazioni di servizio, centri dati, negozi di bricolage, musei, istituzioni, cliniche e ospedali, rifugi per animali, scuole e istituti, centri commerciali. Colpiscono, naturalmente, anche le infrastrutture elettriche e idriche, con l’inverno che sta tornando e che si prospetta peggiore del precedente. La popolazione si sta già preparando, con piani di emergenza che molti di noi hanno imparato a memoria.

Tra i bersagli, i ponti sul fiume Dnipro meritano un discorso a parte, e per capire meglio il motivo bisogna sapere com’è fatta Kyiv: il fiume la divide in due. Sulla riva destra c’è il centro nevralgico: il cuore storico, le istituzioni, gran parte degli uffici e dei servizi, ambasciate comprese. Sulla riva sinistra, più piatta, priva di colline, e più recente, vivono centinaia di migliaia di persone in mini-quartieri residenziali. Ogni giorno questi due mondi comunicano attraverso i ponti che accolgono auto, metropolitana e mezzi pubblici in un traffico degno di qualsiasi capitale. Chi vive su una sponda e lavora, studia o si cura sull’altra attraversa il fiume come si attraversa il corridoio di casa. Colpire queste strutture significa spezzare questa continuità e isolare Kyiv, separare una sponda dall’altra, rendere più difficili i soccorsi, il lavoro, la vita quotidiana. È una tattica che non ha nulla di militare di per sé, perché l’idea principale è di rompere il tessuto della capitale.

Kyiv sta diventando una città in prima linea, ed è un problema serio, perché non rappresenta solo la capitale economica e amministrativa del paese, ma anche il luogo che lo unisce e che, almeno finora, non ha mai dato segni di cedimento.

Eppure, non dobbiamo dimenticare che quello che sta accadendo oggi a Kyiv, in altre città è la norma dal 2022, o addirittura dal 2014. Milioni di civili a Odesa, Charkiv, Dnipro, Zaporižža e Sumy subiscono attacchi aerei di questo tipo da più di quattro anni e mezzo. Anni, non mesi. Anni di allarmi, di giornate tra esplosioni e rifugi, di notti in corridoio, di ricostruzioni e di nuove distruzioni. Kyiv, in tutto questo tempo, ha avuto la fortuna di vivere praticamente in una bolla, da capitale privilegiata: ha potuto godere di un sistema di difesa che qualsiasi altra città ucraina (e forse al mondo) le ha sempre invidiato. I suoi abitanti lo sanno, e proprio per questo il senso di colpa dello stare in questa “isola felice in guerra” è sempre stato nascosto a chi stava peggio. Ma la bolla ora si sta incrinando: Kyiv soffre di una grave carenza di missili intercettori per i sistemi di difesa aerea, in particolare i Patriot; la gente è esausta ovunque e gli attacchi sono sempre più intensi. La situazione non fa che peggiorare.

Uno degli attacchi più recenti che più mi ha lasciata interdetta è avvenuto lo scorso 28 settembre, quando un drone russo ha colpito l’edificio dell’Accademia nazionale delle scienze, in pieno centro e in pieno giorno. I video mostrano persone che cercano di fuggire dalle finestre di un edificio in fiamme. Non ero presente, ma la storia mi è arrivata da vicino: una mia studentessa conosce uno dei professori che lavorano lì e che quel giorno, per puro caso, non era in quell’edificio.

Riporto qui un pensiero che condivido e che è circolato proprio in quelle ore:

La vita è tornata alla normalità?

Normalità?

Che cos’è la normalità?

È normale vedere persone che si buttano dalle finestre di un edificio in fiamme, colpito da un drone nel centro della tua città?

Sono normali i corpi di persone morte sparsi sul marciapiede davanti a un centro uffici dopo l’ennesimo attacco?

È normale vedere che ormai quasi a nessuno importa?

Sì, immagino… ora lo è.

Normale.

…

Dall’Italia mi sembra che la stampa occidentale, con qualche rara eccezione, racconti e spieghi poco quanto la situazione sia peggiorata, o lo faccia sottovalutandone il peso e le conseguenze.

Le città ucraine, Kyiv in primis, sono piene di civili, prima ancora che di militari (nel caso ucraino, ricordo che sono quasi sempre civili diventati militari, volontari o arruolati a causa della legge marziale): anziani, bambini, donne e persone che vanno al lavoro, portano i figli a scuola, vanno a teatro o al cinema quando si può. Non sono per natura guerrafondai, molti erano (o sono tuttora) pacifisti, come spiega lo scrittore ucraino Artem Chapeye in questo libro; altri sanno a malapena cos’è un’arma o sono magari stati costretti a scoprirlo solo di recente. Quando un supermercato viene colpito, lì dentro c’è gente comune che fa la spesa, il cui unico pensiero dovrebbe essere “cosa preparo stasera per cena?”.

Senza entrare nel merito, del dibattito italiano mi colpiscono in particolare un paio parole che ritornano spesso quando si parla di Ucraina: “guerrafondai”, “resa” e “basta dare armi all’Ucraina”, rigorosamente pronunciate da chi non è mai stato invaso, non ha perso la propria casa a causa dei bombardamenti o dell’occupazione, o i propri cari in una guerra che non ha mai cercato; né sa quel che si prova a vivere la quotidinaità in guerra. Non pretendo che tutti la pensino come me, capisco anzi che il dibattito politico si concentri su armi, trattative e responsabilità. Quello che mi pesa è che nelle discussioni sul “chi ha ragione” e sul “come porre fine a questa guerra” i civili non vengono quasi mai contemplati; eppure, è di loro che stiamo parlando. Forse è perché “c’è la guerra, e in guerra la gente muore”, una frase che chiude il discorso, lasciandomi l’amaro in bocca e una rabbia repressa.

Intanto, io torno dalla mia Kyiv. Mi preparo a ritrovare una città diversa da quella che ho lasciato: più stanca, e probabilmente ancora più brava a non dirlo. Con lei ho imparato a leggere i silenzi, e so già che il suo “tutto ok” avrà un’altra faccia. Riattivando l’app degli allarmi, i canali per seguire gli attacchi in tempo reale e preparandomi a uscire sapendo che niente andrà secondo i piani della giornata, affronto una nuova paura. Ma voglio, e ho bisogno, tornare lo stesso. D’altronde, una relazione a distanza regge fin dove si può, poi arriva il momento di affrontarla di persona, nel bene e nel male, in salute o in malattia.

Immagine in anteprima: Il mercato dei libri di Kyiv andato in fiamme lo scorso 16 agosto – foto di Claudia Bettiol




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