Un anno di lavoro può valere più di dodici mesi di contributi? In alcuni casi sì, in quanto la legge riconosce a determinate categorie di lavoratori una maggiorazione contributiva grazie alla quale il periodo utile per andare in pensione risulta più lungo di quello effettivamente lavorato.
Pensiamo ad esempio a un dipendente con un’invalidità superiore al 74%: per ogni anno di servizio svolto nella condizione richiesta può ottenere due mesi in più. Per i lavoratori non vedenti il beneficio sale invece a quattro mesi per ogni anno. Esistono poi regole specifiche per chi ha lavorato prima dei 18 anni, per alcuni servizi svolti nelle Forze armate e per i lavoratori esposti all’amianto.
Il vantaggio, però, non si traduce sempre in una pensione più alta. Spesso gli anni aggiuntivi servono soltanto a raggiungere prima il requisito per smettere di lavorare, senza aumentare i contributi effettivamente versati, come vedremo nel prosieguo di questa guida.
Due mesi in più per i lavoratori invalidi
Partiamo dai lavoratori dipendenti con un’invalidità riconosciuta superiore al 74%, i quali hanno diritto a una maggiorazione pari a 2 mesi per ogni anno di servizio effettivamente svolto nella condizione richiesta.
Il beneficio spetta anche ai lavoratori sordomuti e ad alcune categorie di invalidi di guerra, fino a un massimo di 5 anni.
In pratica, dieci anni di lavoro svolti dopo il riconoscimento dell’invalidità possono valere 11 anni e 8 mesi ai fini dell’anzianità contributiva, 20 mesi aggiuntivi che potrebbero, ad esempio, permettere di raggiungere prima il requisito per la pensione anticipata.
Non basta però avere oggi un’invalidità superiore al 74% per ottenere la maggiorazione su tutta la carriera: contano i periodi di lavoro svolti mentre si possedeva il requisito sanitario.
Inoltre, nelle pensioni calcolate con il sistema contributivo, il beneficio è utile per maturare il diritto ma non aumenta il montante da cui viene calcolato l’assegno. Il riconoscimento va richiesto all’Inps con la documentazione sanitaria necessaria.
Per i non vedenti quattro mesi ogni anno di lavoro
Una maggiorazione ancora più favorevole è prevista per i lavoratori dipendenti non vedenti. In questo caso, ogni anno di servizio effettivo prestato nella condizione prevista dalla legge dà diritto a 4 mesi di anzianità aggiuntiva.
Prendiamo ancora come esempio 10 anni di lavoro: ai fini pensionistici possono valere 13 anni e 4 mesi.
Anche qui, però, la maggiorazione riguarda l’attività effettivamente svolta e non si applica indistintamente a tutti i periodi presenti nell’estratto conto, come quelli coperti soltanto da contributi volontari. Il beneficio deve essere richiesto dall’interessato.
Hai lavorato prima dei 18 anni? I contributi possono valere una volta e mezza
C’è poi un’agevolazione che può interessare chi ha iniziato a lavorare molto presto. Per i lavoratori che hanno cominciato a versare contributi dal 1° gennaio 1996, quelli relativi al lavoro svolto prima dei 18 anni vengono moltiplicati per 1,5 ai fini del requisito per la pensione anticipata ordinaria.
Un anno di contribuzione maturato prima della maggiore età può quindi valere un anno e mezzo per raggiungere gli anni richiesti da questa forma di pensionamento.
Attenzione a non confondere il beneficio con la cosiddetta Quota 41 per i lavoratori precoci: quest’ultima ha requisiti differenti e richiede, tra le altre cose, almeno dodici mesi di lavoro effettivo prima dei 19 anni (di cui almeno un contributo settimanale versato entro il 31 dicembre 1995).
Le maggiorazioni di servizio per militari, poliziotti e vigili del fuoco
Gli anni di contributi possono superare quelli di lavoro anche per effetto delle maggiorazioni di servizio riconosciute ad alcune categorie del pubblico impiego. Tra queste figurano il personale delle Forze armate, delle Forze di polizia e dei Vigili del fuoco.
Una delle maggiorazioni più conosciute è quella «del quinto», ma non si può applicare lo stesso calcolo a tutti. Il beneficio dipende infatti dal corpo di appartenenza, dal servizio prestato e dal periodo in cui è stato svolto. Per le categorie interessate, gli aumenti maturati dal 1998 sono generalmente soggetti a un limite complessivo di cinque anni.
Anche in questo caso occorre distinguere tra anzianità utile per andare in pensione e importo dell’assegno: nelle quote calcolate con il sistema contributivo, la maggiorazione di servizio di norma aiuta a maturare il diritto senza incrementare il montante contributivo.
Quando il lavoro con esposizione all’amianto vale di più
Un’altra maggiorazione riguarda specifiche situazioni legate all’esposizione all’amianto. Nel dettaglio, per i lavoratori affetti da una malattia professionale causata dall’esposizione e documentata dall’Inail, i periodi lavorati nelle condizioni previste sono rivalutati con un coefficiente pari a 1,5. La rivalutazione può essere utile sia per raggiungere prima il diritto alla pensione che per determinarne l’importo.
Bisogna però fare attenzione: non tutte le forme di esposizione danno diritto allo stesso beneficio. Le regole cambiano in base alla situazione del lavoratore e alla disciplina applicabile; in alcuni casi la rivalutazione incide soltanto sull’importo e, quindi, non anticipa il pensionamento.
Per le madri fino a due anni di contributi in meno, ma solo per l’Ape Sociale
E per le donne con figli? In questo caso non c’è una maggiorazione generale che fa valere ogni anno lavorato più di dodici mesi. È però previsto uno sconto sul requisito contributivo per l’Ape Sociale: 1 anno per ogni figlio, fino a un massimo di 2 anni.
Quindi, se per accedere alla misura sono richiesti 30 anni di contributi, una madre con un figlio può soddisfare quel requisito con 29 anni e una madre con almeno due figli con 28.
C’è però una differenza rispetto al caso precedente, dal momento che è bene sottolineare: in questo caso non vengono aggiunti contributi alla carriera della lavoratrice. È il numero di anni richiesto per quella specifica prestazione a essere ridotto. Restano necessari l’età prevista e tutti gli altri requisiti di accesso.
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