Vicenza 5 settembre 2026 – In occasione di Vicenzaoro si è svolto l’appuntamento organizzato da Confindustria Federorafi e Intesa Sanpaolo incentrato sull’analisi delle dinamiche economiche del settore orafo italiano. Nel corso dell’incontro sono stati esaminati lo scenario internazionale, l’andamento dei mercati di sbocco, gli effetti delle tensioni geopolitiche e l’impatto delle recenti politiche commerciali sulle prospettive delle imprese. A moderare il dibattito è stata Laura Biason, mentre gli approfondimenti sono stati introdotti da Daniela Corsini (Senior Economist responsabile della ricerca sulle commodity del Research Department di Intesa Sanpaolo) che ha proposto una lettura dello scenario macroeconomico e dei suoi possibili riflessi sui prezzi dei preziosi. A seguire, Stefania Trenti (responsabile Industry Research del Research Department di Intesa Sanpaolo) ha illustrato i dati relativi al settore orafo italiano evidenziandone le peculiarità, quali, tra gli altri, l’elevata specializzazione distrettuale.
VICENZAORO 2026: IL PUNTO SUL SETTORE
L’evento berico è stato inoltre occasione per restituire alle imprese del settore i risultati della dodicesima indagine, illustrata da Sara Giusti (economista del Research Department di Intesa Sanpaolo); infine, il quadro generale è stato affrontato nel corso di un dibattito anche grazie alle testimonianze rese da quattro rappresentanti dei distretti orafi italiani (per Vicenza Gilberto Facco, amministratore delegato di Facco Gioielli; per Valenza Po Giovanni Bonzano, comproprietario e CEO di Moraglione 1922; per Arezzo Francesco Palazzini, membro del consiglio di amministrazione di Gold Art e Tavanti; per il Distretto orafo campano Tiziana di Gennaro, di Edoardo di Gennaro e Figli). Ha concluso i lavori la presidente di Confindustria Federorafi e di Unoaerre Industries, Maria Cristina Squarcialupi, che ha commentato i dati.
LA SITUAZIONE IN SINTESI
I metalli preziosi fra aspettative di politica monetaria e rischi geopolitici: il 29 gennaio scorso l’oro ha toccato un massimo storico in area 5.600 dollari l’oncia, trascinato dalle crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalle aspettative che il prossimo cambio ai vertici della US Federal Reserve ha generato, quindi una fase di politica monetaria americana più espansiva. Ma, di fatto, l’insediamento di Kevin Warsh non ha portato a forti discontinuità con il passto del governatore (presidente) Powell, poiché per la Fed il controllo dell’inflazione resta una priorità a fronte dei rincari delle quotazioni energetiche innescati dalla guerra in Iran. Conseguentemente, l’oro ha rapidamente perso terreno sia a causa del rinnovato timore di una possibile crescita dei tassi di interesse di riferimento, che incrementano il costo opportunità della detenzione di metalli preziosi, sia del brusco rallentamento degli acquisti da parte delle banche centrali nei primi mesi del conflitto in Medio Oriente, particolarmente marcato nel primo trimestre dell’anno.
BILANCIO SEMESTRALE
Complessivamente, nei primi sei mesi dell’anno gli acquisti da parte del settore ufficiale hanno registrato il minimo in quattro anni, secondo le stime del World Gold Council. Nel secondo semestre, la domanda mondiale di oro è diminuita del 14% a/a, poiché gli alti prezzi hanno causato una contrazione del 17% dei volumi di metallo richiesti in gioielleria, mentre gli investimenti finanziari in oro (lingotti, monete, ETFs) sono crollati del 46% a/a. Le persistenti tensioni geopolitiche e i limiti alle esportazioni di petrolio e gas dal Golfo Persico e dal Mar Rosso potrebbero ostacolare un rientro dei costi energetici e produttivi, di conseguenza alimentare i timori inflazionistici. In tali circostanze nei prossimi mesi le quotazioni dell’oro sui mercati potrebbero assestarsi su una media di circa 4.200 dollari l’oncia e registrare una media di circa 4.275 dollari nel 2027. Un livello ben lontano dai massimi di fine gennaio, tuttavia un significativo incremento di quasi il 25% rispetto alle quotazioni medie registrate nel 2025, causa di persistenti impatti negativi sui costi di approvvigionamento delle imprese.
ANDAMENTO E PROSPETTIVE IN ITALIA
Il mercato mondiale dei gioielli in oro continua a confrontarsi con una fase di debolezza. Dopo la contrazione registrata nel 2025, il primo semestre del 2026 ha evidenziato un ulteriore arretramento della domanda mondiale, influenzata dall’elevato livello dei prezzi dell’oro, dal rallentamento dei consumi e dalle persistenti incertezze geopolitiche. Le flessioni più marcate hanno interessato Medio Oriente, Stati Uniti d’America e principali mercati asiatici, riducendo il contributo della domanda internazionale alla crescita del settore. A seguito delle significative crescite registrate nel triennio successivo alla pandemia, il settore orafo italiano sta attraversando una fase di normalizzazione. Nel 2025 il fatturato ha registrato una riduzione del 5%, mentre la produzione ha segnato un calo del 13,8%. I primi sei mesi del 2026 confermano un quadro ancora complesso, con una riduzione del fatturato del 2% e una contrazione della produzione del 22%. Anche il mercato interno mostra segnali di rallentamento, nel segno di una crescente polarizzazione dei consumi. Negli ultimi anni la crescita della spesa per gioielli e orologi è stata sostenuta prevalentemente dalle famiglie con maggiore capacità di spesa, mentre le fasce meno abbienti hanno registrato una riduzione degli acquisti.
ESPORTAZIONI
Nel 2025 le esportazioni italiane di gioielli in oro sono state pari a 10,8 miliardi di euro, mentre nei primi cinque mesi del 2026 hanno raggiunto 4,4 miliardi, evidenziando una flessione del 15% (anche in termini di quantità) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato continua però a essere fortemente influenzato dalla normalizzazione delle esportazioni verso la Turchia. Al netto di questo mercato, l’export italiano mostrerebbe infatti una crescita del 15%, sostenuta dal rafforzamento delle vendite verso Stati Uniti d’America, Svizzera, Francia e altri mercati strategici. Dal punto di vista territoriale emergono andamenti differenziati tra i principali poli produttivi: Valenza Po continua a mostrare una dinamica molto positiva, Vicenza sostanzialmente stabile, mentre Arezzo risulta penalizzata dalla normalizzazione dei flussi verso Turchia ed Emirati Arabi Uniti. La filiera orafa italiana è ampia e articolata, essa integra attività produttive, commerciali e distributive e conta oltre 76.000 addetti e 24.000 unità locali nelle diverse fasi della catena del valore. Un sistema che affianca ai principali distretti produttivi una rete commerciale fortemente radicata nei grandi centri urbani e nelle aree a maggiore vocazione turistica, contribuendo alla competitività del Made in Italy sui mercati nazionali e internazionali. Nel commercio al dettaglio assumono un ruolo centrale le grandi città, dove la domanda è sostenuta anche dai flussi turistici. Roma, Milano e Napoli sono le province con il maggior numero di addetti nel dettaglio specializzato, mentre l’Italia si conferma il principale paese europeo per occupazione nel settore, concentrando circa un quinto degli addetti del commercio di gioielleria dell’intera Unione europea. Infine, l’evoluzione degli ultimi anni evidenzia un processo di razionalizzazione della rete distributiva. Tra il 2019 e il 2023 il numero dei punti vendita specializzati si è ridotto, ma in misura meno intensa rispetto ad altri comparti del commercio specializzato, a testimonianza della capacità del settore di adattarsi ai cambiamenti nelle modalità di acquisto e nei comportamenti dei consumatori.
LETTURA DELLA CONGIUNTURA ATTRAVERSO LE ASPETTATIVE DELLE IMPRESE
La dodicesima edizione dell’indagine Intesa Sanpaolo sulle imprese del settore orafo italiano, da questa edizione condotta in collaborazione con Confindustria Federorafi, ha affiancato al monitoraggio delle attese congiunturali una lettura territoriale, distinguendo le aziende localizzate nelle aree distrettuali dal resto del campione. L’ampia partecipazione, con oltre 180 imprese rispondenti, conferma l’interesse per questo strumento di analisi e rafforza la rappresentatività dei risultati. L’indagine effettuata da Confindustria Federorafi e Intesa Sanpaolo indica un clima ancora improntato alla prudenza, ma meno negativo rispetto a quanto rilevato ad aprile. Il 45% delle imprese prevede una riduzione del fatturato nel 2026, quota che si confronta con il 63% registrato nella rilevazione primaverile. Parallelamente, aumenta la percentuale di aziende che si attendono una stabilizzazione del giro d’affari (35%) e cresce leggermente la quota di quelle che prevedono un incremento del fatturato (21%). Le aspettative restano differenziate per mercato: sul fronte domestico il 46% delle imprese prevede una riduzione del fatturato, mentre sui mercati esteri la stessa quota si attesta al 44%, confermando una maggiore capacità di tenuta della domanda internazionale. Anche sul fronte degli investimenti prevale la cautela. Solo il 17% delle imprese prevede un incremento degli investimenti nel 2026, in diminuzione rispetto al 23% rilevato ad aprile e al 30% della fine del 2025. Tuttavia, quasi la metà delle imprese intende mantenere invariati i programmi di investimento, confermando la volontà di preservare la competitività nel medio periodo.
MATERIE PRIME E INVESTIMENTI
Le imprese continuano a indicare il costo delle materie prime come la principale criticità (62%), seguito dalle tensioni geopolitiche (50%) e dal peggioramento della domanda interna (48%). In forte crescita rispetto all’indagine precedente risultano inoltre le preoccupazioni legate all’instabilità della politica commerciale americana, passate dal 17% al 29% dei rispondenti. Per affrontare questo scenario le strategie più frequentemente adottate sono la ricerca di nuovi partner commerciali (55%), la revisione dei prodotti (46%), il potenziamento dell’e-commerce (33%) e l’efficientamento dei processi produttivi (31%). Un elemento che emerge con chiarezza dall’indagine è la maggiore esposizione internazionale delle imprese distrettuali, che si riflette sia nella natura delle criticità percepite (tensioni geopolitiche, instabilità politica commerciale americana, peggioramento domanda internazionale) sia nelle strategie adottate per affrontare il contesto attuale. Le realtà distrettuali mostrano una maggiore propensione a rafforzare la propria presenza sui mercati esteri attraverso la ricerca di nuovi partner commerciali, il potenziamento delle competenze dedicate ai processi di internazionalizzazione, l’attivazione di controparti specializzate per lo sviluppo internazionale e interventi di revisione della propria struttura commerciale internazionale.
MITIGARE LE INCERTEZZE E CONSOLIDARE LA POSIZIONE SUI MERCATI
L’obiettivo non è solo mitigare gli effetti delle attuali incertezze geopolitiche e commerciali, ma anche consolidare il posizionamento competitivo su mercati sempre più complessi e selettivi. Nel complesso, l’indagine suggerisce quindi che le imprese distrettuali interpretano l’attuale fase di mercato soprattutto come una sfida legata all’evoluzione dello scenario globale. Per questo motivo tendono ad adottare strategie maggiormente orientate all’estero, confermando come l’internazionalizzazione rappresenti non solo una caratteristica strutturale dei distretti orafi italiani, ma anche la principale leva attraverso cui affrontare le nuove complessità del contesto competitivo.
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