C’è qualcosa di curioso nel modo in cui si difendono le tradizioni: nel momento in cui una pratica è antica, si dice che va rispettata; quando l’origine è remota, si afferma che va preservata; se è davvero lontana, si smette quasi del tutto di domandarsi se sia ancora giusto conservarla. In un certo senso, è come se il tempo, accumulandosi, producesse una specie di assoluzione.
Il Palio di Siena appartiene a questa categoria di cose che si sottraggono al giudizio del presente perché facenti parte di una tradizione. Lo si chiami rito, identità, patrimonio o appartenenza, poco cambia. Il Palio, insomma, non è soltanto una corsa di cavalli, ma una struttura comunitaria che scandisce una parte considerevole della vita simbolica della città; eppure, una domanda diventa inevitabile: fino a che punto una tradizione può definirsi tale e, in virtù di questa definizione, pretendere di persistere?
È un quesito che nasce nel momento in cui si confonde la durata con il diritto a esistere. Qualcosa può esserci per secoli e non avere, per questo solo motivo, alcuna ragione morale per svolgersi ancora. L’antichità getta luce, senza alcun dubbio, sull’origine di una pratica; non ne dimostra la liceità.
Il Palio stesso ne è testimonianza, poiché la sua storia non è sopravvissuta intatta dal Medioevo fino a noi. Le corse senesi hanno avuto forme differenti, percorsi diversi e significati dissimili da quelli attuali. Il Palio “alla lunga” precede quello “alla tonda”: le antiche corse si svolgevano lungo un percorso cittadino e raggiungevano il Duomo. Il trasferimento della corsa nella Piazza del Campo avvenne progressivamente nei primi decenni del Seicento: una proposta ufficiale in questo senso fu presentata al Comune nel 1605, mentre nel 1656 il Palio assunse quella che il Comune considera la sua forma definitiva. La manifestazione, tuttavia, continuò a essere definita e regolamentata nei secoli successivi, fino ai provvedimenti settecenteschi che contribuirono a stabilizzarne l’organizzazione. Nel 1721 venne emanato un bando considerato alla base del moderno regolamento e nel 1774 il Comune riordinò e omologò l’organizzazione dei due Palii.
Dunque, la tradizione cambia continuando a portare lo stesso nome ed è qui la prima contraddizione che occorre affrontare: se una tradizione fosse davvero immutabile, non sarebbe viva (e, quindi, reinterpretata), ma avrebbe la forma di un reperto; pertanto, la domanda che ne consegue non è se il Palio debba essere preservato in quanto tradizione, ma se debba essere difeso nella forma attuale. È ben diverso.
Del resto, il Comune di Siena conosce il problema e, negli ultimi anni, ha progressivamente rafforzato il sistema di tutela e di controllo dei cavalli impiegati nel Palio, attraverso commissioni veterinarie, selezioni, previsite, prove regolamentate e protocolli per l’addestramento. Nel 2026, per esempio, sono state previste specifiche procedure di controllo e valutazione veterinaria dei cavalli ammessi alla manifestazione. Questo dimostra che non sarebbe serio sostenere che a Siena nessuno si occupi del benessere degli animali.
D’altro canto, è proprio questa attenzione a rendere più interessante (e stringente) il problema. Difatti, non basta chiedersi se un cavallo venga o meno curato, ma occorre domandarsi quale sia la soglia oltre la quale l’utilizzo di un animale, soprattutto per una pratica spettacolare e competitiva, diventi moralmente problematico, anche quando siano adottate diverse precauzioni ragionevolmente possibili. In breve: la sicurezza non equivale all’innocuità. Una procedura può certamente essere regolamentata, sorvegliata, medicalizzata, sottoposta a protocolli rigorosi e, tuttavia, rimanere comunque discutibile nel suo principio.
In merito, è sufficiente riconoscere che il cavallo non è un drappellone, non è una contrada, neppure un simbolo, ma è un animale. Ne consegue una delle ambiguità più profonde del Palio: l’animale viene progressivamente trasformato in simbolo mentre rimane, fisicamente, un essere vivente esposto al rischio. Certo, la cultura tende a spiritualizzare ciò che utilizza e un cavallo che corre per una contrada diventa la contrada stessa; il suo nome viene pronunciato insieme a quello del fantino, entra a tutti gli effetti nella liturgia della festa: viene benedetto, celebrato e ricordato. Eppure, questa simbolizzazione non può, per ovvie ragioni, cancellare la sua animalità. Il cavallo resta un cavallo, la Piazza resta una piazza e il rischio resta rischio.
Il Palio del 2026 ha appena prodotto l’ultima delle immagini che contiene questa contraddizione. Il 18 agosto, dopo due rinvii per il maltempo, il Nicchio ha vinto il Palio dell’Assunta con Giovanni Atzeni, detto Tittia, su Anda e Bola. La vittoria è arrivata al termine di una corsa combattuta; pochi istanti dopo il traguardo, durante i festeggiamenti e con la pista già invasa dai contradaioli, Anda e Bola è entrato in contatto con alcune persone e il cavallo è caduto insieme a Tittia. Il fantino è stato trasportato in ospedale per accertamenti e ha riportato un trauma cranico; il cavallo, rialzatosi dopo la caduta, è stato visitato dai veterinari ed è stato giudicato in buone condizioni.

È una scena paradossale, poiché la festa celebra la vittoria e produce immediatamente il suo rovescio: il corpo che cade. Il rito raggiunge il proprio compimento e, nello stesso istante, mostra il rischio sul quale quel compimento stesso è costruito, anche dopo la fine della gara. È ovvio che quanto detto non significa che qualsiasi pericolo renda moralmente illegittima una pratica. Ragionando in tal modo, occorrerebbe abolire gran parte dello sport, molte attività professionali e, perfino, alcune forme di esperienza quotidiana. La questione è un’altra: chi sceglie il rischio e per quale ragione?
Un adulto può decidere di correre un rischio per sé; invece, è più difficile giustificare un rischio imposto a un essere che non può partecipare alla deliberazione, non può accettare il contratto, non può dire né sì né no. È qui che la retorica della tradizione comincia a mostrare i propri limiti. Questo perché dire «lo facciamo da secoli» non risponde a «perché dobbiamo continuare a farlo?». La prima osservazione riguarda la storia; la seconda, la morale.
A guardar bene, il progresso morale consiste pure nella capacità di guardare il proprio passato senza sentirsi obbligati a obbedirgli. Questo non vuol dire necessariamente che il Palio debba essere abolito al più presto. Se il problema fosse soltanto abolirlo o meno, la questione sarebbe relativamente semplice e si agirebbe con divieti, con la fine della pratica e con la conservazione museale della memoria. Il problema culturale è molto più difficile: cosa accadrebbe se si eliminasse la corsa e si conservassero le Contrade, i loro rituali, le rivalità, le processioni, le cene, i canti, le bandiere, la memoria, il rapporto con il quartiere, l’appartenenza? Probabilmente, qualcosa resterebbe, anche più di qualcosa, perché il Palio non coincide con il cavallo.
Una tradizione, del resto, non è necessariamente un blocco indivisibile. Se nel corso dei secoli la comunità senese ha potuto cambiare la forma della corsa senza cessare di riconoscerla come propria, non esiste, almeno sul piano logico, una ragione per cui ogni suo elemento debba essere considerato intoccabile. Questa potrebbe essere la vera domanda da porsi: quanta parte della propria identità è davvero contenuta nella corsa e quanta, invece, sopravvivrebbe anche senza di essa?
Si sostiene che il Palio sia identità, storia viva e patrimonio culturale immateriale. È proprio l’espressione «storia viva» a offrire un punto decisivo: se è viva, può cambiare; se non può cambiare, non è più viva. Allora, il confine non è fra tradizione e modernità, ma fra ciò che una comunità conserva perché ancora riconosce come proprio e ciò che preserva soltanto perché non trova il coraggio di abbandonarlo.
Forse una tradizione raggiunge la sua forma più alta non quando riesce a ripetersi eternamente, ma quando diventa abbastanza adulta da interrogare la propria memoria e abbastanza libera da modificarne la forma. Del resto, il passato, così come il presente e finanche il futuro, non è innocente e nessuna memoria dovrebbe essere abbastanza antica da diventare immune al giudizio.
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