Un amico ci ha segnalato il post che nel pomeriggio di ieri il consigliere regionale del PD, Piero Lacorazza, ha pubblicato sul proprio profilo social in riferimento ad un nostro articolo in cui venivano riportate testualmente talune significative riflessioniche di Roberto Speranza, fatte a Pomarico (MT) in occasione della presentazione del libro di Enzo Santochirico “Le passioni di un decennio“. Dopo averlo letto ci è tornato in mente che poco prima in una chiacchierata a latere di un caffè ci è capitato di ricordare come negli anni settanta abbiamo avuto la fortuna di conoscere contadini semi analfabeti che prendevano puntualmente in riunioni pubbliche la parola con interventi che seguivano una logica precisa: prima il quadro internazionale, poi quello nazionale e poi quello locale. Inteventi cento volte superiori a quelli che proferiscono oggi tantissimi politici a tutti i livelli. Ebbene, Lacorazza avrebbe potuto cogliere l’occasione di quel formidabile assist fornito da Speranza nel porre il tema fondamentale del “cambiamento radicale che spiazza il nostro pezzo di mondo dentro cui noi siamo: l’Occidente, in modo particolare l’Europa, che è stato il centro del pianeta per molti decenni, ma oggi non è più così” e contribuire anch’egli ad elevare il livello della discussione politica regionale e quella congressuale del proprio partito che languono in un anonimo grigiore localistico. Avrebbe potuto, magari, allargare il discorso all’altro tema dei temi, collegato a quello sollevato da Speranza e che è al centro del dibattito nazionale tra PD e forze della potenziale coalizione di centro sinistra, ovvero la corsa al riarmo, la pace e la guerra considerato l’enorme volume di risorse che verranno sottratte al welfare degli italiani ed anche a quello dei lucani, per tutte quelle esigenze su cui tanto ci si batte in Consiglio regionale (in primis la sanità). E magari provare ad articolare un ragionamento teso a costruire una qualche risposta a quella domanda che a Speranza “fa tremare i polsi” e che però, con sgomento, dichiara di non vedere “purtroppo posta dove dovrebbe essere posta, cioè in primis dentro i gruppi dirigenti“. Ovvero, come fare a far reggere il vaso di coccio della Basilicata in questo mondo in così radicale cambiamento, con la prospettiva di una Europa che “diventa periferia” dell’Occidente”? “Una domanda tremenda -dice Speranza- che dovrebbe attraversare ogni giorno la nostra discussione.” E invece cosa fa il Lacorazza? La glissa completamente. Non se la pone nemmeno. Anzi, accampa dubbi sulla possibilità che Speranza abbia potuto proferire tali ragionamenti e poi, pur ammettendo di poter “ritenere che siano reali ma…..“, insinua subito che “conoscendo Roberto, suppongo anche “parziali”; probabilmente estratte da un ragionamento più articolato ed ampio.” Insomma, agita quel venticello del dubbio che sia stato l’articolista ad aver riportato male pensieri e parole ivi proferite. Una pessima scivolata che avrebbe potuto/dovuto evitare ben conoscendo da tempo sia chi scrive, sia chi ha proferito quella parole (e magari alzare la cornetta per ricevere conferme). Ma è evidente che è proprio l’intervento di Speranza, per il suo spessore e per la crudezza nel rilevare il ritardo di un dibattito locale che deve aver dato alquanto fastidio. Vissuto come un specie di intervento a gamba tesa, che non poteva essere fatto passare liscio. E così, dopo averci rimurginato su per alcuni giorni ne è venuto fuori questo rimestare in una serie di luoghi comuni, con la palla buttata in una indistinta tribuna di rifletteremo, faremo, affronteremo…… che sostanzialmente da proprio ragione alle preoccupazioni rappresentate dall’esponente nazionale del PD (“non vedo un gruppo dirigente che si confronta, non vedo una riflessione…sul futuro di questa terra.”). Partorendo la fiera del benaltrismo che leggete a seguire:
“Ho letto con attenzione l’articolo (link nel primo commento) che riporta alcune dichiarazioni di Roberto Speranza.
Posso quindi ritenere che siano reali ma, conoscendo Roberto, suppongo anche “parziali”; probabilmente estratte da un ragionamento più articolato ed ampio.
Tuttavia dalla lettura dell’articolo le dichiarazioni rischiano di essere equivocate poiché, lette così, assomigliano a certe declinazioni programmatiche sul destino delle aree interne. Per questo credo che le dichiarazioni riportate siano parziali e il punto di osservazione rispetto alla crisi del Centrosinistra, ulteriormente, da approfondire.
Premettendo che “analisi e prospettiva” sulla Basilicata, nel contesto nazionale ed internazionale, demografico ed economico, meriterebbero riflessioni profonde e collegiali;
non possiamo cedere al “declino assistito” perché anche il piano rischia di inclinarsi su categorie e pensieri, talvolta retorici e scontati e altre rivoluzionarie ed impraticabili.
Conosciamo bene le questioni, ne discuteremo; ma il rischio è quello di scivolare sul terreno che mescola inesorabilità di una storia declinante e ruolo, inutile, della politica. E questo terreno rischia di consolidare la destra al governo regionale, che con l’utilizzo del potere, rafforza, nella crisi, relazioni corte; quindi rischia di cementare una certa alleanza sociale, collante per un’alleanza politica che mostra, peraltro, alcune contraddizioni con lo scenario nazionale.
Noi, con realismo e analisi approfondita, dovremmo offrire uno sbocco, una via d’uscita, un progetto di senso, visionario e credibile, che per dirla con Edgar Morin non aspiri al “migliore dei mondi” ma almeno ad un “mondo migliore”.
E forse da questa strada stretta passa il congresso del Pd di Basilicata, che spero sia l’epicentro del dibattito di un’alleanza sociale, progressista e riformista; una cinghia di trasmissione aperta anche a mondi che avvertono che l’esperienza della destra al governo della Regione non stia dando alcun frutto sperato nel 2019, anno in cui, anche per “condizioni congiunturali”, il vento soffiava per il “cambiamento”.
Ne discuteremo, anzi forse è il caso di iniziare a farlo per evitare che alcune (i)stanze diano un esito e la società un altro. E mi riferisco da una parte ai congressi del Pd e all’altra alla sconfitte alle elezioni politiche e regionali; anche per evitare che, poi, che i segretari regionali siano gli unici capri espiatori e non le “architetture” che li hanno sostenuti.
Siamo tutti chiamati a moltiplicare gli sforzi e a dare una mano; a fare di più e meglio.
Inizio io, e spero che mi seguano altri: mi metto a disposizione per dare una mano al partito lucano e legarlo, più di quanto provi a farlo da consigliere regionale, alle lucane o ai lucani.”
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Vito Bubbico
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