La sfida dell’immigrazione



L’immigrazione è il punto nel quale la crisi delle democrazie liberali smette di essere soltanto economica e diventa culturale, simbolica, quasi esistenziale. Tocca il lavoro e la casa, la scuola e la sicurezza, il welfare e l’identità, ma soprattutto mette alla prova la capacità di una società aperta di non confondere l’apertura con la rimozione di ogni criterio di governo del fenomeno. La destra, non a caso, vince quando trasforma l’immigrazione in paura identitaria. La sinistra perde quando risponde come se quella paura fosse sempre e soltanto ignoranza, razzismo, regressione morale. In mezzo resta il vuoto della politica: il luogo nel quale una questione reale viene consegnata alla sua caricatura.

Una democrazia liberale non può vivere senza confini. Può scegliere di renderli permeabili, regolati, umani, coerenti con il diritto internazionale e con i bisogni dell’economia, ma non può fingere che non esistano. Il confine non è necessariamente un muro: è la forma attraverso cui una comunità politica decide chi entra, a quali condizioni, con quali diritti, con quali doveri, dentro quale percorso di cittadinanza. Rimuoverlo culturalmente significa regalarlo a chi lo trasforma in feticcio. Michael Walzer aveva colto questo punto con nettezza: la distribuzione dell’appartenenza è una delle decisioni più delicate di una comunità democratica, perché da essa dipende la tenuta stessa della solidarietà interna.

I numeri, del resto, spiegano che non siamo davanti a un fenomeno marginale. Tutt’altro. Al 1° gennaio 2025 vivevano nell’Unione europea 46,7 milioni di persone nate fuori dall’Ue, pari al 10,4 per cento della popolazione, oltre a 18 milioni di residenti nati in un altro Stato membro. L’Ocse rileva che nel 2024 la migrazione permanente verso i Paesi membri è scesa del 4 per cento rispetto all’anno precedente, ma con 6,2 milioni di nuovi ingressi è rimasta superiore del 15 per cento ai livelli del 2019.

Il punto, dunque, non è negare l’immigrazione né assolutizzarla. È governarla. Le società occidentali, invecchiate, con bassi tassi di natalità e settori interi in carenza di manodopera, non possono permettersi l’illusione dell’autosufficienza demografica. Ma proprio perché l’immigrazione è necessaria, non può essere trattata come un processo spontaneo, lasciato a mercati del lavoro opachi, scuole impreparate, periferie congestionate e amministrazioni locali sole.


È in questo tornante che si colloca l’errore più grave del progressismo europeo. Per anni ha difeso, giustamente, il principio della dignità della persona migrante, ma troppo spesso ha esitato a pronunciare le parole governo, limite, integrazione, sicurezza, obblighi. Ha temuto che ogni discorso sull’ordine diventasse concessione alla destra. Così facendo, ha lasciato che fosse la destra a parlare ai cittadini dei problemi concreti: le classi sovraccariche, gli alloggi insufficienti, i quartieri dove convivenza e marginalità si sovrappongono, il lavoro povero che mette in concorrenza fragilità diverse, la piccola criminalità che diventa prova generale di una paura più ampia.

La destra illiberale compie l’operazione opposta e speculare. Prende problemi veri e li riduce a un’unica narrazione: lo straniero come causa del declino, il confine come redenzione, l’identità come proprietà esclusiva dei nativi. Non propone integrazione, ma separazione morale. Non distingue tra lavoro regolare, asilo, clandestinità, cittadinanza, seconde generazioni. Mescola tutto in un’unica emozione politica. È la logica amico-nemico applicata alla società plurale: non si governa la complessità, la si concentra in un volto esterno contro cui mobilitare il risentimento interno.

Eppure, l’integrazione non è un ornamento etico. È una politica pubblica dura, costosa, quotidiana. Significa lingua, scuola, casa, lavoro, legalità, riconoscimento delle competenze, cittadinanza possibile ma non automatica, doveri esigibili e diritti effettivi. Non è un dettaglio amministrativo: è il cuore della questione democratica, perché dove l’integrazione fallisce non nasce soltanto marginalità migrante, nasce anche paura nativa.

I dati mostrano quanto questa sfida sia concreta. Nel 2025, nell’Ue, gli abbandoni precoci di istruzione e formazione tra i cittadini non europei erano al 24,7 per cento, contro il 7,7 per cento dei cittadini nazionali. Queste cifre non parlano soltanto di disuguaglianza: parlano del rischio di produrre, dentro la stessa società, percorsi paralleli che non si incontrano più. Anche il lavoro conferma l’ambivalenza. Gli immigrati sono indispensabili in molti settori, ma se l’immigrazione viene assorbita solo dal lavoro povero, diventa carburante per due ingiustizie: sfruttamento di chi arriva e risentimento di chi già vive ai margini. La casa è l’altro luogo nel quale l’astrazione diventa conflitto. In quartieri già fragili, dove mancano alloggi pubblici, trasporti, servizi, presidi educativi e sicurezza urbana, l’arrivo di nuovi bisogni viene percepito non come arricchimento, ma come competizione. Senza governo la convivenza viene scaricata sui più deboli: immigrati poveri e nativi impoveriti.

Georg Simmel, nel suo saggio sullo straniero, descriveva una figura insieme vicina e lontana: qualcuno che appartiene al gruppo proprio perché viene da fuori, e che per questo ne rivela tensioni, paure, ipocrisie. Mostra ciò che la società preferirebbe non vedere di sé stessa.


La risposta liberalsocialista deve sottrarsi a entrambe le scorciatoie. Contro la destra, deve affermare che nessuna società libera può fondarsi sulla gerarchia etnica della protezione, né trasformare il migrante nel capro espiatorio della globalizzazione, dell’austerità, del lavoro povero e della crisi dei servizi. Contro la sinistra rimozionista, deve dire che l’universalismo senza istituzioni diventa retorica, e che la solidarietà vive solo se è organizzata, finanziata, regolata, resa compatibile con la vita ordinaria delle comunità.

Il confine che la destra idolatra e che la sinistra rimuove va recuperato non per chiudere la democrazia, ma per salvarne la forma politica. Perché solo una comunità che sa governare l’ingresso può rendere credibile l’inclusione, solo una società che pretende doveri può garantire diritti, solo uno Stato che protegge i più fragili, nativi e immigrati, può impedire che la competizione tra poveri diventi la materia prima dell’illiberalismo. La destra promette ordine contro apertura. La sfida è dimostrare che l’apertura può avere ordine, e che proprio per questo non deve avere paura della libertà.

6 – continua


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