La DJI Osmo Pocket 4P nasce con un obiettivo molto chiaro: portare con sé, nello spazio di una tasca, strumenti di ripresa che possono essere usati anche da professionisti. L’abbiamo provata come evoluzione della Pocket 4, ma la differenza non sta solo nelle specifiche. La seconda fotocamera da 60 mm, la gamma dinamica più ampia e il nuovo profilo D-Log 2 cambiano davvero il modo in cui possiamo costruire un’inquadratura.
È pensata soprattutto per creator, videomaker, giornalisti e vlogger che vogliono ottenere immagini più cinematografiche senza portarsi dietro obiettivi, gimbal e corpi macchina separati. La Pocket 4 resta più semplice e immediata; la 4P si rivolge invece a chi vuole maggiore controllo creativo, ritratti più naturali e una qualità video più vicina a una produzione professionale, pur mantenendo dimensioni tascabili.
Recensione in 1 minuto
La DJI Osmo Pocket 4P è una videocamera tascabile pensata per creator e videomaker che vogliono più versatilità senza passare a una mirrorless con gimbal. La vera novità rispetto alla Pocket 4 è il secondo obiettivo da 60 mm f/1,8, ideale per ritratti, dettagli e inquadrature più cinematografiche.
Il sensore principale da un pollice offre un’ottima qualità, fino a 17 stop di gamma dinamica dichiarata e il nuovo profilo D-Log 2 a 10 bit. Stabilizzazione, autofocus e ActiveTrack 8.0 funzionano molto bene, mentre la registrazione arriva fino al 4K/240 fps.
Tra i difetti segnaliamo il peso maggiore, il baricentro più alto, il riscaldamento nelle modalità più impegnative e una resa del teleobiettivo meno convincente con poca luce.
La Pocket 4 resta più adatta a vlog e viaggi. La 4P è la scelta giusta per chi sfrutterà davvero il 60 mm e vuole maggiore controllo creativo.
Com’è fatta
La Osmo Pocket 4P mantiene la classica struttura verticale della famiglia Pocket: impugnatura stretta, schermo nella parte centrale e testa motorizzata montata su uno stabilizzatore meccanico a tre assi. Rispetto alla Pocket 4, però, è immediatamente riconoscibile per il modulo fotografico più grande, che ospita due obiettivi disposti verticalmente. È anche leggermente più ingombrante e pesante: misura circa 159,5 × 63,3 × 33,5 millimetri e pesa 230 grammi, contro i circa 190 grammi della Pocket 4. Rimane quindi una camera trasportabile in una tasca capiente o in una piccola borsa, ma la testa più grande sposta maggiormente il peso verso l’alto; durante le riprese lunghe abbiamo trovato più comoda l’impugnatura aggiuntiva. È disponibile in nero classico oppure nella nuova variante bianco perla. Non è impermeabile e non ha una certificazione contro acqua o polvere, quindi va protetta quando si riprende sotto la pioggia.
Davanti troviamo il touchscreen OLED ruotabile da 2 pollici, con una risoluzione di 556 × 314 pixel e una luminosità massima dichiarata di 1.000 nit. Ruotandolo in orizzontale si accende la camera e possiamo iniziare immediatamente a registrare; riportandolo in verticale possiamo invece lavorare con un’impugnatura più stretta o produrre direttamente contenuti verticali. Lo schermo è piccolo, ma sufficientemente luminoso e reattivo per controllare l’inquadratura, cambiare modalità e modificare esposizione, profilo colore e inseguimento del soggetto.
Sotto il display sono presenti i comandi fisici, che rendono la 4P più pratica rispetto a una camera controllata esclusivamente tramite touchscreen. Il joystick a cinque direzioni permette di orientare manualmente il gimbal, ricentrare la testa o capovolgere rapidamente la fotocamera. Il pulsante dedicato allo zoom consente di passare immediatamente dalla visuale 1× a quella 3×, mentre con una doppia pressione si può richiamare il livello 6×; tenendolo premuto possiamo regolare lo zoom in maniera progressiva. C’è poi un pulsante personalizzabile al quale possiamo assegnare le funzioni usate più spesso, come il passaggio tra foto e video o una specifica modalità di movimento del gimbal. Sul retro della testa sono presenti anche i contatti magnetici per collegare la luce di riempimento orientabile.
La vera novità è naturalmente il sistema a doppia fotocamera. Il modulo principale usa un nuovo sensore CMOS da un pollice con tecnologia LOFIC, abbinato a un obiettivo equivalente a 20 mm con apertura f/2.0. È la fotocamera che utilizziamo per vlog, paesaggi, riprese in movimento e inquadrature ambientate. DJI dichiara una gamma dinamica massima di 17 stop nelle modalità compatibili, contro i 14 stop della Pocket 4, e introduce il nuovo profilo D-Log 2 a 10 bit, capace di registrare oltre un miliardo di colori e di conservare più informazioni nelle alte luci e nelle ombre.
La seconda fotocamera usa invece un sensore CMOS da 1/1,28 di pollice e un obiettivo equivalente a 60 mm con apertura f/1.8. La profondità di campo corrisponde indicativamente a quella di un f/6.3 su full frame, ma la focale più lunga comprime comunque la prospettiva, rende i volti più naturali e permette di separare meglio il soggetto dallo sfondo. Il passaggio tra 20 e 60 mm equivale a uno zoom ottico 3×; da qui possiamo spingerci a 6× tramite crop e fino a 12× con ingrandimento digitale. I due moduli sono calibrati per mantenere colori simili e rendere meno evidente il cambio di fotocamera, anche se si tratta comunque di due sensori differenti e non di un unico zoom ottico continuo.
Nelle modalità video normali la Pocket 4P registra fino alla risoluzione 4K a 60 fotogrammi al secondo. Il grandangolare può arrivare fino a 4K/240 fps in slow motion, quindi a un rallentamento massimo di otto volte, mentre il medio-tele raggiunge 4K/200 fps. Sono disponibili i profili colore standard, HLG e D-Log 2 a 10 bit, oltre alle tonalità cinematografiche già pronte per chi non vuole effettuare il color grading. Troviamo anche la modalità Video con otturatore lento, utile per ottenere scie luminose e mosso intenzionale, oltre a timelapse e motionlapse con movimenti programmabili del gimbal. La camera non registra in 6K o in 8K: il suo formato di lavoro massimo rimane il 4K.
Per le fotografie può arrivare fino a 37 megapixel e supporta anche le Foto live 4K, che associano allo scatto una breve clip di circa 1,5 secondi. Sono presenti le modalità panoramiche e le regolazioni manuali principali, ma rimane un prodotto progettato prima di tutto per il video: non abbiamo un mirino, un’ottica intercambiabile o i controlli fisici completi di una fotocamera tradizionale.
La messa a fuoco utilizza il rilevamento di fase su tutti i pixel, con riconoscimento di volto e occhi. ActiveTrack 8.0 può seguire persone, animali domestici, veicoli e altri oggetti, mantenendo il soggetto al centro anche quando utilizziamo lo zoom. L’inquadratura automatica può gestire anche più persone, mentre i comandi gestuali permettono di mostrare il palmo per attivare l’inseguimento oppure il segno “V” per avviare la registrazione. Il gimbal meccanico compensa i movimenti sui tre assi e può lavorare in differenti modalità, da quella più reattiva per seguire l’azione a quella più morbida per panoramiche cinematografiche.
Per l’audio troviamo tre microfoni integrati, che registrano il suono ambientale in stereo e supportano funzioni come la riduzione del rumore e l’adattamento dell’audio allo zoom. Attraverso l’ecosistema OsmoAudio possiamo collegare direttamente i trasmettitori DJI Mic compatibili, senza montare un ricevitore esterno sulla camera. È possibile mantenere separate le tracce dei microfoni wireless e quelle ambientali per gestirle successivamente nel montaggio. Non è invece presente un tradizionale ingresso analogico da 3,5 millimetri.
La memoria interna utilizzabile è di 103 GB, una quantità sufficiente per iniziare a registrare anche senza scheda. È comunque presente lo slot microSD, con supporto a schede fino a 1 TB. Per il trasferimento dei file abbiamo Wi-Fi 6, Bluetooth LE e una porta USB-C 3.1: via cavo la velocità teorica può arrivare a 800 MB/s, mentre il trasferimento wireless raggiunge fino a circa 90 MB/s. La porta USB-C viene utilizzata anche per la ricarica e per il collegamento al computer, mentre tramite l’app DJI Mimo possiamo controllare la camera, visualizzare l’anteprima, modificare le impostazioni e trasferire i contenuti sullo smartphone.
All’interno troviamo una batteria da 1.545 mAh. DJI dichiara fino a 210 minuti di funzionamento nelle condizioni di prova previste, ma l’autonomia reale cambia sensibilmente in base a risoluzione, frame rate, luminosità dello schermo, uso del Wi-Fi e funzionamento continuo del gimbal. La ricarica rapida porta la batteria dallo 0 all’80% in circa 18 minuti e al 100% in circa 32 minuti, utilizzando un alimentatore USB Power Delivery adeguato. Per le sessioni più lunghe possiamo collegare l’impugnatura con batteria integrata oppure alimentare la camera tramite un power bank.
L’ecosistema di accessori comprende la luce magnetica di riempimento, il filtro Black Mist, i filtri ND, l’obiettivo grandangolare aggiuntivo, il mini-treppiede, l’impugnatura con batteria e i microfoni OsmoAudio. La Vlog Combo aggiunge anche Osmo FrameTap, un piccolo monitor e telecomando wireless che ci permette di vedere l’inquadratura, avviare la registrazione, controllare lo zoom e selezionare a distanza il soggetto da seguire. È particolarmente utile quando posizioniamo la Pocket 4P su un treppiede e dobbiamo riprenderci da soli. In Italia la Combo Standard costa 609 euro, mentre la Combo Vlog sale a 699 euro.
Pocket 4 vs Pocket 4P
Rivediamo velocemente le principali differenze tra la Pocket 4 e la 4P.
La differenza principale è la seconda fotocamera con obiettivo equivalente a 60 mm f/1,8, assente sulla Pocket 4, che ci permette di realizzare ritratti più naturali, comprimere la prospettiva e ottenere uno zoom ottico 3×, estendibile fino a 12×.
Anche il sensore principale da un pollice è stato aggiornato: la gamma dinamica dichiarata passa dai 14 stop della Pocket 4 ai 17 stop della 4P, con una migliore gestione di controluce, alte luci e ombre. Il profilo D-Log a 10 bit viene inoltre sostituito dal nuovo D-Log 2 a 10 bit, che offre più informazioni e maggiore flessibilità in fase di color grading.
La registrazione massima resta 4K/240 fps e la stabilizzazione è ancora affidata a un gimbal meccanico a tre assi. La 4P è però più grande, pesa 230 grammi e ha una testa più voluminosa per ospitare le due fotocamere.
In sintesi, la Pocket 4 rimane la scelta più semplice per vlog e riprese grandangolari, mentre la 4P aggiunge teleobiettivo, zoom, maggiore gamma dinamica e strumenti più adatti a una produzione video avanzata.
Esperienza d’uso
La qualità più importante della Osmo Pocket 4P è la velocità con cui ci permette di passare da un’idea alla registrazione. Possiamo tenerla in una tasca o in una piccola borsa, ruotare lo schermo per accenderla e iniziare a riprendere quasi immediatamente. L’interfaccia è semplice, il touchscreen risponde bene e le impostazioni principali sono facilmente raggiungibili. Il pulsante dedicato allo zoom rende molto rapido il passaggio tra il grandangolare e il medio-tele, mentre il tasto personalizzabile ci permette di richiamare una funzione usata frequentemente senza entrare nei menu.
Rispetto alla Pocket 4, però, la 4P è meno equilibrata nell’uso con una sola mano. La testa che contiene le due fotocamere è più grande e pesante, quindi il baricentro si sposta verso l’alto. Non diventa difficile da impugnare, ma durante le registrazioni lunghe richiede una presa leggermente più salda e può affaticare più velocemente. L’aggiunta dell’impugnatura o del mini-treppiede migliora sensibilmente la comodità. Rimane comunque molto più semplice da trasportare e utilizzare rispetto a una mirrorless con obiettivo e gimbal separati.
La vera differenza nell’esperienza d’uso è rappresentata dalle due focali. Il 20 mm rimane la scelta più pratica per vlog, riprese camminate, paesaggi e inquadrature nelle quali vogliamo mostrare anche l’ambiente. La prospettiva è ampia, ma non eccessivamente deformata, e rende semplice riprenderci tenendo la camera a distanza di un braccio.
Il 60 mm è però l’obiettivo che abbiamo utilizzato più spesso di quanto ci aspettassimo. Cambia completamente il modo di costruire l’inquadratura: i volti appaiono più naturali, lo sfondo viene compresso e gli elementi di disturbo diventano meno evidenti. È particolarmente efficace per interviste, primi piani, dettagli, prodotti, cibo e riprese di persone a una certa distanza. Il distacco tra soggetto e sfondo non è quello di una fotocamera full frame con un obiettivo molto luminoso, ma l’immagine appare comunque più curata e cinematografica rispetto a quella ottenuta con il solo grandangolare.
Il passaggio diretto da 1× a 3× è rapido, ma bisogna ricordare che non abbiamo uno zoom ottico continuo: la camera cambia fisicamente sensore e obiettivo. La resa cromatica è abbastanza coerente da non creare uno stacco fastidioso nella maggior parte delle situazioni, ma osservando attentamente il filmato possiamo comunque notare piccole differenze nella prospettiva, nel dettaglio e nella gestione della luce. Lo zoom fino a 12× è utile per identificare un soggetto distante o ottenere un’inquadratura che altrimenti sarebbe impossibile, ma la qualità migliore rimane quella delle due focali native. Più ci spingiamo con il crop e con l’ingrandimento digitale, più perdiamo dettaglio e naturalezza.
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Il sensore principale da un pollice offre una qualità video molto elevata per un prodotto così piccolo. Nelle scene diurne abbiamo ottenuto immagini dettagliate, colori vivaci ma non eccessivamente saturi e incarnati generalmente naturali. La gestione delle scene ad alto contrasto è uno dei suoi punti di forza: riprendendo un volto in controluce, un tramonto o una strada illuminata dal sole, la camera riesce a conservare contemporaneamente più informazioni nel cielo e nelle zone in ombra.
I 17 stop indicati da DJI sono un valore ottenibile solo in determinate modalità e condizioni, ma nella pratica il margine di recupero è comunque notevole. Con D-Log 2 possiamo intervenire maggiormente su alte luci, ombre e colori senza deteriorare immediatamente l’immagine. È un vantaggio concreto per chi monta con DaVinci Resolve, Premiere Pro o Final Cut Pro e vuole uniformare la Pocket 4P ad altre videocamere. D-Log 2 richiede però più tempo e competenza: il filmato appena registrato appare piatto e deve essere corretto o trasformato attraverso una LUT. Per contenuti da pubblicare rapidamente, il profilo standard offre già colori gradevoli e richiede pochissimi interventi.
Anche in condizioni di scarsa illuminazione la fotocamera principale si comporta bene. Di notte mantiene un buon livello di dettaglio, controlla abbastanza bene il rumore e gestisce efficacemente insegne, lampioni e altre sorgenti luminose intense. Nelle scene con illuminazione mista, come centri commerciali, locali o strade con luci di colori differenti, il bilanciamento del bianco rimane generalmente credibile e gli incarnati non assumono tonalità innaturali.
Il medio-tele da 60 mm è molto valido, ma il suo sensore è più piccolo rispetto a quello principale. Con molta luce la qualità è elevata e i vantaggi della focale sono evidenti; quando la luminosità diminuisce, invece, il grandangolare conserva un margine superiore nella gestione del rumore e delle ombre. La lente f/1,8 aiuta, ma non elimina completamente la differenza tra i due moduli. Per le riprese notturne più difficili abbiamo quindi preferito il sensore principale, utilizzando il tele soprattutto quando l’illuminazione era sufficiente.
La stabilizzazione meccanica a tre assi rimane uno dei motivi principali per scegliere una Pocket invece di uno smartphone. Camminando, salendo le scale o seguendo un soggetto, il filmato resta fluido senza assumere l’aspetto artificiale che a volte produce una stabilizzazione esclusivamente elettronica. Le panoramiche e le inclinazioni sono progressive e naturali, mentre i piccoli movimenti della mano vengono assorbiti efficacemente. Nella maggior parte dei casi non abbiamo avuto bisogno di applicare un’ulteriore stabilizzazione durante il montaggio.
Naturalmente il gimbal non può cancellare completamente il movimento verticale prodotto dai passi. Per ottenere un risultato davvero cinematografico dobbiamo comunque camminare con una certa attenzione e mantenere il braccio rilassato. Bisogna inoltre ricordare che la testa motorizzata è più delicata rispetto al corpo di una action camera: non possiamo gettare la Pocket 4P in una borsa senza protezione e non è la scelta più indicata per pioggia, immersioni o situazioni nelle quali potrebbe ricevere urti.
L’autofocus è rapido e affidabile. Il riconoscimento di volto e occhi aggancia quasi immediatamente una persona e continua a seguirla anche quando si muove all’interno dell’inquadratura. ActiveTrack 8.0 lavora bene sia con il grandangolare sia con il 60 mm e rende la camera particolarmente efficace per chi si riprende senza un operatore. Possiamo posizionarla su un treppiede, selezionare il soggetto e muoverci lasciando che gimbal e autofocus gestiscano l’inquadratura.
Il tracking rimane fluido e non introduce continuamente correzioni brusche. Funziona anche con animali, veicoli e oggetti, sebbene persone e volti rappresentino lo scenario nel quale è più affidabile. Usando ingrandimenti molto elevati il sistema deve lavorare maggiormente, perché ogni minimo movimento diventa più evidente; è sorprendente che riesca a seguire un soggetto anche a 12×, ma il risultato più stabile e qualitativamente migliore si ottiene rimanendo sulle focali native.
La registrazione fino a 4K/240 fps è un’altra funzione molto interessante. Gli slow motion risultano fluidi, dettagliati e cromaticamente coerenti, permettendoci di trasformare gesti semplici, acqua in movimento, veicoli o scene di cucina in sequenze di forte impatto. È però una modalità impegnativa: genera file molto grandi, consuma più batteria, produce più calore e richiede molta luce. Non è quindi un’impostazione da lasciare sempre attiva, ma uno strumento da usare per riprese specifiche.
La Pocket 4P tende a scaldarsi durante le sessioni prolungate in 4K, soprattutto utilizzando frame rate elevati. Nella nostra esperienza il corpo è diventato chiaramente caldo, ma non al punto da risultare difficile da impugnare o da interrompere la registrazione. La gestione termica è buona considerando le dimensioni e la quantità di elaborazione richiesta, anche se rimane un aspetto da tenere presente nelle riprese molto lunghe o in ambienti particolarmente caldi.
L’autonomia è convincente e ci permette di coprire diverse sessioni senza dover ricaricare continuamente. Risoluzione, frame rate, luminosità dello schermo, tracking, Wi-Fi e movimento del gimbal incidono però in maniera importante sul consumo. Registrando in 4K ad alto frame rate non dobbiamo aspettarci la stessa durata ottenibile con impostazioni più leggere. La ricarica rapida compensa in parte questo limite: con un caricatore adeguato possiamo recuperare circa l’80% della batteria in meno di venti minuti. Per una giornata intera di lavoro resta comunque consigliabile portare un power bank o utilizzare l’impugnatura con batteria.
I 103 GB di memoria interna sono estremamente comodi. Possiamo prendere la camera e iniziare a registrare anche se abbiamo dimenticato la microSD, mentre lo slot di espansione rimane indispensabile per viaggi, eventi o progetti più lunghi. Anche il trasferimento dei file è molto rapido tramite USB 3.1; questo diventa importante soprattutto quando dobbiamo copiare numerosi filmati 4K o clip registrate a 240 fps. Il trasferimento wireless è utile per pochi contenuti, ma per un intero progetto continuiamo a preferire il collegamento via cavo.
La Pocket 4P può essere utilizzata anche per fotografare. Gli scatti da 37 megapixel conservano un buon livello di dettaglio e le due focali ci permettono di passare da paesaggi e fotografie di viaggio a ritratti e composizioni più strette. La stabilizzazione e il riconoscimento degli occhi facilitano gli scatti a mano libera. Non la consideriamo però una sostituta completa di una fotocamera tradizionale: i controlli fisici sono limitati, non abbiamo ottiche intercambiabili e l’intera esperienza rimane progettata principalmente intorno al video.
I microfoni integrati sono sufficienti per registrare l’ambiente, appunti vocali o un dialogo a breve distanza. La riduzione del vento e la chiarezza delle voci sono migliorate, ma per vlog, interviste e contenuti professionali consigliamo comunque un microfono wireless. La connessione diretta con i trasmettitori DJI è uno dei vantaggi dell’ecosistema, perché evita di montare un ricevitore separato sulla camera. La Vlog Combo include il DJI Mic Mini 2, che è compatto, semplice da associare e adeguato alla maggior parte delle riprese in movimento. È però una soluzione meno evoluta del DJI Mic 3: non dispone della stessa dotazione professionale e rinuncia a funzioni come la registrazione interna e il 32 bit float. Per un utilizzo quotidiano è più che sufficiente, ma chi lavora in situazioni imprevedibili e vuole una traccia di sicurezza dovrà considerare un sistema audio superiore.
La luce magnetica è un accessorio piccolo ma utile. Segue il movimento del gimbal, permette di modificare intensità e temperatura colore e migliora sensibilmente selfie, interviste ravvicinate e riprese in ambienti poco illuminati. Non può sostituire una vera luce da studio, ma è abbastanza potente da rendere il volto più leggibile e ridurre le ombre nelle riprese veloci.
FrameTap è particolarmente comodo quando lavoriamo da soli, perché permette di controllare a distanza l’inquadratura e alcune funzioni della camera. Possiamo sistemare la Pocket 4P su un treppiede, allontanarci e verificare che il soggetto sia correttamente posizionato. L’idea è valida, ma l’integrazione non è ancora perfetta e le funzioni disponibili sono più limitate rispetto a quelle di un display remoto progettato fin dall’inizio come parte integrante della camera. È un accessorio utile, non indispensabile, e potrebbe migliorare attraverso futuri aggiornamenti.
DJI Pocket 4P vs. Insta360 Luna Ultra
Insta360, qualche mese fa, è entrata in questo mercato presidiato quasi esclusivamente da DJI. È quindi d’obbligo fare un confronto tra la nuova Pocket 4P e la Insta360 Luna Ultra, che condividono alcuni concetti.
Entrambe adottano un sistema a doppia fotocamera con focali equivalenti a 20 e 60 mm, ma seguono due filosofie differenti.
La Luna Ultra punta soprattutto sulla risoluzione. Il sensore principale da un pollice, abbinato a un obiettivo Leica Summicron f/1,8, registra fino a 8K/30 fps, mentre la Pocket 4P si ferma al 4K ma arriva fino a 240 fps. Per lo slow motion, quindi, DJI offre un vantaggio netto: Luna Ultra raggiunge 4K/120 fps e 1080p/240 fps.
Sul sensore principale DJI dichiara 17 stop di gamma dinamica, contro i 14 stop della Luna Ultra. Anche il profilo professionale cambia: Pocket 4P utilizza D-Log 2 a 10 bit, mentre Luna Ultra offre I-Log a 10 bit, compatibilità ACES e registrazione Dolby Vision fino all’8K.
Le differenze continuano sul teleobiettivo. Pocket 4P usa un sensore da 1/1,28″ con apertura f/1,8, mentre Luna Ultra impiega un sensore da 1/1,3″ con apertura f/2,0. Entrambe arrivano fino a 12×, ma Luna Ultra dichiara uno zoom senza perdita fino a 6× e introduce anche una modalità tele-macro. DJI parla invece di zoom ottico 3×, seguito da crop e ingrandimento digitale.
Luna Ultra aggiunge inoltre la modalità PureVideo fino a 4K/60 fps, un sistema con tre chip AI, stabilizzazione meccanica ed elettronica, panorami da 200 MP e uno schermo OLED da 2 pollici completamente rimovibile, utilizzabile come monitor e telecomando fino a 20 metri. Sulla Pocket 4P lo schermo è ruotabile ma non removibile; il controllo remoto richiede l’accessorio FrameTap.
La Luna Ultra offre un’autonomia dichiarata fino a 240 minuti, contro i 210 minuti della Pocket 4P, ma DJI si ricarica più velocemente: raggiunge l’80% in 18 minuti, contro circa 23 minuti. Pocket 4P dispone inoltre di 103 GB di memoria interna, più del doppio dei 47 GB della Luna Ultra. Il peso è quasi identico: 230 grammi per DJI e 233 o 235 grammi per Insta360.
Infine, la Pocket 4P parte da 609 euro, mentre la Luna Ultra costa 729 euro. Insta360 offre quindi 8K, display removibile, maggiore autonomia e più funzioni computazionali; DJI risponde con maggiore gamma dinamica dichiarata, teleobiettivo più luminoso, slow motion 4K molto più spinto, più memoria interna e un prezzo inferiore.
Verdetto
La DJI Osmo Pocket 4P mantiene la semplicità e la portabilità tipiche della famiglia Pocket, ma aggiunge strumenti che la avvicinano a una piccola camera da produzione. Il secondo obiettivo da 60 mm è il vero elemento distintivo, perché ci permette di ottenere ritratti più naturali, inquadrature più strette e una maggiore varietà visiva senza cambiare ottica o portare con noi altra attrezzatura.
Tra i principali punti di forza mettiamo quindi la doppia focale, l’ottima stabilizzazione meccanica, l’autofocus affidabile, ActiveTrack 8.0, la buona resa del sensore principale e la maggiore flessibilità offerta dal D-Log 2 a 10 bit. Anche la memoria interna, la ricarica rapida e l’integrazione con i microfoni DJI rendono la 4P particolarmente pratica per chi lavora spesso in mobilità.
I limiti riguardano soprattutto il prezzo, il peso maggiore e il baricentro più spostato verso la testa. Il teleobiettivo è molto utile, ma in condizioni di scarsa illuminazione non raggiunge la stessa qualità del sensore principale. Nelle modalità più impegnative la camera tende inoltre a scaldarsi, mentre lo zoom oltre le focali native comporta inevitabilmente una perdita di dettaglio. Rimane poi una camera delicata, priva di impermeabilità e meno adatta di una action cam a pioggia, urti o utilizzi estremi.
La consigliamo soprattutto a creator, videomaker, giornalisti, vlogger evoluti e professionisti che vogliono registrare contenuti di qualità senza utilizzare una mirrorless con gimbal e più obiettivi. È adatta anche a chi lavora spesso da solo, perché tracking, autofocus e stabilizzazione riducono molto la necessità di un operatore. È invece probabilmente eccessiva per chi registra solo occasionalmente, pubblica video senza effettuare color grading o usa quasi esclusivamente inquadrature grandangolari.
La scelta tra Pocket 4 e Pocket 4P dipende quindi soprattutto dal modo in cui vogliamo usarla. La Pocket 4 base è più indicata per vlog, viaggi, riprese quotidiane e contenuti veloci: costa meno, è più leggera e mantiene gran parte della qualità e della semplicità della 4P. La Pocket 4P ha invece senso per chi sfrutterà davvero il 60 mm, vuole una maggiore gamma dinamica, lavora con D-Log 2 e cerca una camera più versatile per ritratti, interviste, prodotti e riprese dal taglio cinematografico. Se il teleobiettivo non è indispensabile, la Pocket 4 rimane la scelta più razionale; se invece vogliamo ottenere inquadrature differenti con un unico dispositivo tascabile, la 4P è il modello più completo.
Se invece dovessimo mettere nell’equazione la Insta360 Luna Ultra, la scelta dipende soprattutto dal tipo di riprese che vogliamo realizzare. Pocket 4P è più indicata se cerchiamo maggiore gamma dinamica, slow motion 4K più spinto, teleobiettivo più luminoso, più memoria interna e un prezzo inferiore. Luna Ultra ha invece senso per chi vuole registrare in 8K, sfruttare il display removibile come monitor remoto, ottenere maggiore autonomia e utilizzare funzioni computazionali più evolute. In sintesi, sceglierei Pocket 4P per produzioni dinamiche, ritratti, interviste e riprese in condizioni di luce complesse; sceglierei Luna Ultra soprattutto per paesaggi, contenuti ad altissima risoluzione e lavori nei quali il monitor separabile e l’8K rappresentano un vantaggio concreto.
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Andrea Ferrario
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