La lattuga è oggi la coltura più discussa nel mercato nordamericano delle serre, dove stanno sorgendo impianti altamente automatizzati per la produzione di baby leaf in tutto il continente. L’Europa si sta muovendo nella stessa direzione? Quali sono le opportunità e le sfide per i produttori?
Per ora è solo un grande campo erboso, ma se Matej Bandelj e Gregor Počivavšek di Green Gardens Dobrovnik riusciranno nel loro intento, entro un anno sorgerà un vivaio di lattuga ad alta tecnologia. Il luogo in questione è Dobrovnik, un villaggio agricolo in Slovenia. Con diverse grandi città europee nel raggio di 500 chilometri, la possibilità di produrre in modo completamente neutro dal punto di vista energetico e un prodotto ancora assente in questa forma sul mercato regionale, i due fondatori vedono davanti a sé un futuro luminoso e verde. Il prodotto è la lattuga baby leaf, una coltura che in Nord America ha già conosciuto uno sviluppo straordinario. Pieter Slaman ha seguito da vicino questa evoluzione e oggi è coinvolto nel progetto Green Gardens Dobrovnik attraverso la sua società di consulenza, GaaS.
“In Europa, la lattuga da serra è ancora orientata principalmente verso i prodotti tradizionali”, spiega Pieter Slaman, consulente di GaaS. “I produttori belgi, ad esempio, coltivano lattughe cappuccio da 240-320 grammi. Ma il consumatore moderno chiede qualcosa di diverso”. Slaman indica il mercato americano, dove la baby leaf ha preso il volo. “Si offre un prodotto completo: il consumatore apre la busta o la vaschetta e la mette direttamente nel piatto, senza bisogno di lavare nulla. È incredibilmente comodo. Credo che anche in Europa i tempi siano maturi”.
Per Slaman, questo progetto rappresenta una svolta professionale importante. Dopo un decennio trascorso a contribuire allo sviluppo dei sistemi americani, ha scelto la Slovenia come nuova base operativa. “È come tornare alle radici aprendo al tempo stesso le porte alle opportunità future. Sono due uomini entusiasti con un piano solido, costruito su ciò di cui l’Europa ha davvero bisogno, legato a un progetto senza combustibili fossili”.
© Green Gardens Dobrovnik
Il contesto nordamericano
Il settore della lattuga in serra in Nord America è cresciuto notevolmente negli ultimi anni, attirando sia produttori sia investitori. Una tendenza comprensibile: la produzione tradizionale americana di lattuga è concentrata in California ed è sempre più esposta ai rischi legati ai cambiamenti climatici, alla scarsità d’acqua e alla carenza di manodopera. Colture come pomodori, cetrioli e peperoni hanno affrontato sfide simili, ma l’entusiasmo degli investitori per queste cosiddette “vine crops” si è raffreddato, anche a causa del fallimento di alcune aziende finanziate da capitali di rischio, soprattutto nel settore del vertical farming.
Il comparto è inoltre penalizzato dai dazi doganali, dalla complessità dei visti H-2A e dalla forte dipendenza dalla manodopera straniera. Si pone anche la questione della saturazione del mercato delle vine crops, dove la concorrenza da Canada e Messico rimane agguerrita. L’instabilità politica negli Stati Uniti non incoraggia certo gli investitori a puntare milioni sul mercato delle serre.
Perché la lattuga è diversa
Per le verdure a foglia il discorso cambia. Gli impianti altamente automatizzati richiedono meno manodopera e le serre moderne possono produrre localmente, offrendo vantaggi concreti in termini di efficienza idrica e protezione delle colture rispetto alle produzioni in pieno campo che dominano attualmente il mercato.
Non si tratta però di un modello “plug-and-play” per fare profitti. È questo uno dei messaggi chiave emersi dall’Indoor Ag-Con di quest’anno, dove i principali produttori in serra hanno discusso degli ostacoli alla redditività. Uno dei problemi più persistenti è la scarsità di infrastrutture: trovare siti con allacciamenti alle reti di servizi per impianti da 4 a 8 ettari è difficile, soprattutto se si vuole essere vicini ai mercati di sbocco e ai consumatori. John McMahon, CEO di Equinox Growers, ha sottolineato che persino in Virginia, la “capitale mondiale dei data center”, le serre si trovano a competere duramente per l’accesso all’energia elettrica.
Inoltre, l’immagine high-tech di vetro e LED spesso nasconde una realtà ad alta intensità di lavoro che molti finanziatori faticano a comprendere. Il settore nordamericano, e in particolare il mercato della lattuga, ha visto un forte coinvolgimento del private equity. I produttori hanno sottolineato che, nonostante gli elevati livelli di automazione, il business rimane un percorso faticoso. La difficoltà sta nel gestire il divario tra le aspettative degli investitori e la variabilità biologica della coltura. McMahon ha riferito che i suoi investitori hanno definito questo “il business più difficile in cui abbiano mai investito”. La società è stata ceduta nel marzo di quest’anno a Taylor Farms, un grande produttore in pieno campo che era già il loro partner commerciale e vanta una lunga storia nel settore agricolo.
Eric Highfield di Haven Greens, il primo impianto ad alta tecnologia per la lattuga baby leaf in Canada, ha espresso una posizione analoga, affermando che il successo dipende dall’essere “prima di tutto agricoltori” e dal mantenere il focus sull’ “esecuzione quotidiana”, più che sulla tecnologia in sé.
Per competere con i produttori in pieno campo, chi coltiva in ambiente controllato deve garantire un prodotto di qualità costante con un tasso di riempimento del cento per cento. Dane Almassy di Local Bounti ha evidenziato che la tecnologia non viene più scelta per la sua novità, ma per la sua capacità di sostenere l’economia unitaria.
Le opportunità in Slovenia
Nonostante le difficoltà osservate oltreoceano, i fondatori di Green Gardens vedono ampie opportunità in Slovenia. Il progetto Green Gardens Dobrovnik punta a contribuire alla sicurezza alimentare europea attraverso la creazione di un polo produttivo ad alta tecnologia. L’impianto è concepito come una serra di “nuova generazione”, basata su una strategia energetica rinnovabile integrata che comprende unità di cogenerazione (CHP) a pellet di legno, energia geotermica, fotovoltaico con accumulo a batterie e pompe di calore. Il sistema includerà anche un’unità CCU (Carbon Capture and Direct Use – cattura e utilizzo diretto della CO₂), che posizionerà l’impianto tra le operazioni in serra più sostenibili al mondo.
Il progetto prevede inoltre il raggiungimento di uno status completamente privo di agrofarmaci, grazie a controlli biologici avanzati e barriere fisiche come le reti anti-insetto. Tra i partner già selezionati figurano il fornitore belga di sistemi MGS Green Production Systems e il costruttore olandese di serre Van der Hoeven.
Green Gardens commercializzerà i propri prodotti con un marchio proprio, anziché operare semplicemente come fornitore alla rinfusa. Per garantire uno standard “no-touch”, l’impianto adotta un processo completamente automatizzato in cui la lattuga non viene mai toccata da mani umane, eliminando la necessità di lavaggio e prolungando la freschezza naturale del prodotto. Il sito è progettato per espandersi in altre tre fasi, per un totale di quattro serre, ciascuna in grado di produrre da 10 a 15 tonnellate di lattuga baby leaf al giorno.
La mentalità degli “stivali nel fango“
“La bellezza di Green Gardens è che si tratta davvero di un’azienda a conduzione familiare”, dice Slaman, quando gli viene chiesto delle analogie e delle differenze tra Europa e Nord America. “Quello che si vede in America, e di cui siamo ben consapevoli, è che la lattuga non è un prodotto per uffici e fondi di investimento. Bisogna avere gli stivali nel fango. Bisogna essere i primi ad arrivare il lunedì e gli ultimi ad andarsene il venerdì. E non si può mai dimenticare che stiamo lavorando con un prodotto vivo”.
Secondo Slaman, questa consapevolezza manca spesso tra gli investitori, soprattutto nel private equity. “Un autunno difficile o un’umidità elevata possono ridurre la produzione. Gli investitori vedono quei numeri e si spaventano. Cominciano a interferire con le operazioni, mentre i produttori sanno come gestire questo tipo di fluttuazioni”. Slaman capisce le ragioni di questa tensione. “Chi si occupa delle operazioni vuole prevedibilità, le vendite vogliono volumi e la finanza vuole certezze. Ma non è questo ciò di cui ha bisogno la coltura, la serra e l’azienda”.
In Green Gardens l’approccio è diverso, in parte grazie al Total Growing Concept con cui Slaman lavora attraverso GaaS. “Questo significa che è la coltura a dettare il ritmo dell’organizzazione. Il produttore guida, prende le decisioni e stabilisce i tempi”. Slaman è convinto che, alla lunga, questa leadership porti alle scelte migliori, anche se nel breve periodo può sembrare il contrario. Fa un paragone con lo sport: “Bisogna valutare regolarmente, ma alla fine conta il risultato finale. Come diceva Johan Cruijff: il punteggio definitivo si decide solo al fischio finale“.
Anche per questo motivo, Slaman ha fiducia nel progetto. “Sono due uomini entusiasti che prendono il toro per le corna. Hanno sviluppato un piano molto solido basato su ciò di cui l’Europa ha davvero bisogno, collegandolo a un progetto senza combustibili fossili, che genera energia in proprio. Lo sostengo con convinzione, ed è un bel progetto di cui far parte. Non vedo l’ora”.
Per maggiori informazioni:
Green Gardens Dobrovnik
[email protected]
www.greengardensdobrovnik.eu
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