È nato per trasgredire, e invece, tra algoritmi e un certo perbenismo etico, oggi sembra finito sotto tutela. È il romanzo, bellezza. E a dirlo è Walter Siti nel suo ultimo saggio Il romanzo sotto accusa, edito da Rizzoli (400 pp., 21 euro), che partendo dalle condanne dell’Inquisizione approda alle lacrime dei BookToker, oscillando tra Dante e i moderni trapper, e si chiede se ci sia ancora bisogno di autori in carne e ossa oppure ci si possa accontentare dell’intelligenza artificiale. Ma Siti lancia soprattutto un grido d’allarme contro il rischio del romanzo “terapeutico”, un porto sicuro e inclusivo che anziché essere disturbante finisce per autocensurarsi in nome della correttezza etica. Se il romanzo non ha più il coraggio di essere “del diavolo” – questa la tesi di Siti – diventa un prodotto di intrattenimento inoffensivo e prevedibile.
Walter Siti: perché, secondo lei, la letteratura oggi sembra aver rinunciato a essere disturbante per diventare una specie di medicina? “In realtà, non è che il sollievo sia un problema in sé; la letteratura ha sempre avuto anche una funzione di ristoro. Il punto è che storicamente il romanzo è nato come qualcosa di pericoloso. Poteva indurre le donne all’adulterio, spingere i giovani al suicidio o attaccare frontalmente la religione e il potere. Il suo compito era far salire in superficie ciò che restava coperto o proibito dalla morale. Oggi lo spirito dei tempi è cambiato: poiché i “fantasmi” — le guerre, l’irrazionalità, gli orrori — ce li abbiamo davanti ogni giorno nella cronaca, chiediamo ai libri una rassicurazione. Cerchiamo un “safe space” inclusivo che ci dica che, anche se siamo emarginati, possiamo realizzarci. Nell’Ottocento la borghesia sicura di sé cercava nel romanzo l’abisso; oggi cerchiamo un rifugio inoffensivo che si autocensura per non urtare la nostra sensibilità”.
Un tempo i libri venivano bruciati per eresia, oggi abbiamo i “trigger warning”. La libertà di immaginazione è più minacciata oggi o lo era sotto l’Inquisizione? “Credo sia più minacciata oggi. Ma non tanto per i “trigger warning“, che trovo onestamente inutili e facili da smontare: se decido di affrontare i miei fantasmi, devo poter leggere anche del suicidio di un bambino; la vera censura moderna è quella del “rumore” e dell’inflazione. Mi viene in mente lo scrittore albanese Ismail Kadaré: quando i suoi libri erano vietati in Albania e circolavano clandestinamente in pochissime copie, cambiavano la vita a chi li leggeva. A Parigi, dove ha potuto scrivere ciò che voleva, i suoi libri erano sommersi da migliaia di altri titoli e finivano per non fare più alcun effetto. Manca un criterio per distinguere il bello dal brutto; ci si affida al “naso” o alle reazioni emotive dei lettori di TikTok, che dicono “questo libro mi ha fatto piangere”. Le parole degli scrittori veri oggi contano meno di quando Baudelaire vendeva cento copie ma cambiava la percezione del mondo dei suoi lettori”.
Nel suo libro appare “Andrea Damasco”, un autore che in realtà è un’intelligenza artificiale. Siamo vicini a un futuro in cui per scrivere un bestseller non servirà più un essere umano? “Siamo molto vicini. Molti editori mi dicono che ormai sulle loro scrivanie arrivano regolarmente manoscritti prodotti da algoritmi. L’esperimento di Andrea Damasco con il romanzo Bestie è solo il caso più esplicito. Il problema è che l’IA è programmata per essere moralmente corretta e inoffensiva; è tarata su una morale che nasconde la verità sotto il tappeto. Il rischio è che la letteratura diventi indistinguibile dalla media industriale: per produrre un romanzo che si confonda nella massa non serve più uno scrittore, bastano un direttore editoriale curioso, un bravo editor e un esperto di computer”.
Lei analizza con molta serietà i testi della musica trap, definendoli “parole nude”. Cosa hanno capito questi ragazzi che la letteratura “alta” sembra aver dimenticato? ““Parole nude” è il titolo di un mio saggio che spiega perché, una volta denudate dalla musica, le parole rivelano qualcosa di inaspettato. La poesia “laureata” soffre spesso di epigonismo, mentre i trapper — se facciamo pulizia degli stereotipi su soldi e armi che chiamo “Arcadia Nera” — restano dei ragazzi che si mostrano senza difese. Inoltre, reiventano metriche tradizionali, come le lasse assonanzate tipiche della Chanson de Roland, in modo del tutto induttivo, senza averle nemmeno lette o conosciute. Ma hanno soprattutto memorabilità: se chiedi a un ventenne di oggi di recitarti dei versi, è molto più probabile che ti citi un trapper che un poeta contemporaneo”.
Parlando di Leopardi, lei definisce il suo mancato trasferimento a Parigi come una grande occasione perduta per il romanzo italiano… “Nello Zibaldone e negli scritti autobiografici c’è un romanziere implicito straordinario, capace di una crudeltà e di una memoria realistica che Manzoni non si sarebbe mai sognato. Penso a quando annota il grido di quella donna sterile che bastona una cavalla pregna gridando: “Tu gravida e io no”. Leopardi avrebbe potuto scrivere un romanzo moderno cinquant’anni prima degli Scapigliati, liberandoci dal petrarchismo. Se fosse andato a Parigi e avesse incontrato Balzac, forse l’omosessualità scoperta a Napoli avrebbe trovato la via della narrativa, marcando l’ingresso dell’Italia nella modernità già nel 1845”.
Guardando allo stato attuale della nostra letteratura e a premi come lo Strega, quest’anno vinto da Michele Mari, dove sta andando il romanzo? “La vittoria di Michele Mari allo Strega mi è sembrata un premio alla carriera più che al singolo libro, che ho trovato un po’ troppo “di testa”. Vedo ancora molti bravi scrittori, ma sento che sta venendo meno la letteratura come istituzione. Una volta esisteva un campo letterario che qualificava le opere e riconosceva gli autori in un tessuto tradizionale; oggi esistono ancora bei romanzi, indubbiamente, ma appaiono come delle “pietre vaganti” in una massa che è diventata informe e priva di coordinate. Il romanzo sta diventando un bene rifugio di nicchia, mentre la nuova letteratura “feel good” si accontenta di algoritmi e di messaggi eticamente corretti”.
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