Roma, 20 luglio 2026 – Si dice che solo 1 persona su 1.461 nasca il 29 febbraio: tra esse c’è Ferran Torres, l’uomo della provvidenza per la Spagna nella finale dei Mondiali 2026 contro l’Argentina. Per le Furie Rosse arriva così il secondo titolo iridato dopo quello del 2010, a sua volta maturato passando dai tempi supplementari: in quel caso i Paesi Bassi furono stesi al 115′ da Andres Iniesta nella cornice di Johannesburg, mentre a New York il guizzo buono è arrivato al 106′ dopo un dominio netto e perentorio, a sua volta figlio di anni di lavoro sotto l’egida di Luis De La Fuente.
La storia di De La Fuente con la Spagna
Per il tecnico di Haro l’avventura alla guida della Nazionale maggiore è cominciata nel 2022, con a referto già le vittorie della Nations League 2022-2023, degli Europei 2024 e, appunto, dei Mondiali 2026, ma il cammino alle spalle nelle giovanili di uno dei bacini più fecondi di talento è ben più lungo. Dal 2013 al 2018 alla guida dell’Under-19, laureandosi campione europeo di categoria nel 2015, prima dell’esperienza tra il 2014 e il 2018 con l’Under-18 e, dallo stesso anno al 2022, in sella all’Under-21, con un altro alloro a referto, quello degli Europei 2019. Nel mezzo l’avventura olimpica a Tokyo 2020, con una sorta di presagio positivo: in quel torneo che sarebbe stato vinto dal Brasile proprio ai danni della Spagna, De La Fuente eliminò l’Argentina.
Al di là della cabala positiva contro i sudamericani, l’attuale ciclo spagnolo può definirsi vincente nell’accezione più salutare del termine, quella che fa invidia ad altri movimenti calcistici, come quello italiano, allo sbando più totale. Continuità nel progetto, fiducia nei giovani e capacità di unire il culto del gioco alla praticità di un calcio forse meno bello di quello dei precedenti cicli iberici vincenti alla corte del compianto Luis Aragones e di Vicente Del Bosque ma altrettanto efficace. La finale giocata sparando a salve sull’Argentina può trarre in inganno: 20 tiri totali, di cui 12 nello specchio, e solo 1 gol segnato non rappresentano un ottimo biglietto da visita per l’attacco spagnolo, ma la difesa, con appena 1 gol subito nell’intero torneo (contro il Belgio), ha rappresentato il fiore all’occhiello. E se si pensa che il perno del reparto è stato Pau Cubarsì, classe 2007, si capisce tanto del ‘metodo Spagna’, che mal si era sposato alle idee di Luis Enrique.
Ai Mondiali 2022 le Furie Rosse uscirono di scena già agli ottavi, per mano del Marocco: una delusione che avrebbe dato il via al corso De La Fuente, arrivato a 38 partite senza conoscere il sapore della sconfitta, superando così la precedente striscia dell’Italia di Roberto Mancini. Striscia che, ironia del destino, poteva interrompersi proprio all’alba dei Mondiali 2026, quando uno stoico Capo Verde impose lo 0-0 sognando addirittura qualcosa di più in un finale all’attacco. Quel giorno, mentre l’allora carneade Vozinha veniva issato in gloria da un intero Paese, il ct delle Furie Rosse finì nel tritacarne della critica, così come Mikel Oyarzabal, che invece nel prosieguo del torneo avrebbe apposto il suo mattoncino alla causa siglando 5 reti. Già, ma chi è l’uomo copertina della Spagna campione del mondo da detentrice anche del titolo europeo, come già accaduto nel 2010?
Luis De La Fuente (Ansa)
Le stelle della Spagna di De La Fuente
Sicuramente innanzitutto proprio De La Fuente, allenatore con un passato da difensore tra Athletic Bilbao, Siviglia e Alaves, tutte formazioni che poi avrebbe incontrato di nuovo da tecnico. Eppure, quando nell’estate 2013 cominciò la sua lunga avventura con la Spagna, tra giovanili e prima squadra, al momento di ricevere la chiamata dalla Federazione De La Fuente era disoccupato da 18 mesi, un’eternità in un calcio che fagocita tutto alla velocità della luce, soprattutto gli allenatori. Qui torna il concetto di continuità, dopo quello di gavetta: durante la sua esperienza nelle giovanili, l’attuale ct delle Furie Rosse aveva avuto già modo di allenare, tra gli altri Unai Simon, Rodri, Dani Olmo, Fabian Ruiz, Mikel Merino, Marc Cucurella, Pedro Porro e Martin Zubamendi. Una sorta di spina dorsale che via via avrebbe accolto a sé altri talenti in erba, come Lamine Yamal, il bambino che in una foto dell’autunno 2007, ad appena 5 mesi, venne ritratto in una bacinella di plastica lavato nientedimeno che da Lionel Messi, lo sconfitto della finale di New York.
Per la verità nessuno dei due è stato protagonista al MetLife Stadium, ma per molti quello scatto aveva già assunto nei giorni precedenti l’aura di un prodigio del destino. Qui torna protagonista Ferran Torres, il match winner nato in un giorno che sul calendario compare ogni quattro anni, proprio come i Mondiali. Anche lui è passato dalle sapienti mani di De La Fuente, il ct federale per eccellenza che ha riportato la Spagna sul tetto del mondo dopo 16 anni scegliendo la via dell’equilibrio. Vale per una rosa selezionata nel nome di un giusto mix tra giovani ed esperti, ma vale anche le idee di gioco. Non è più la Spagna del tiqui-taca quasi ipnotico e neanche quella dei maestri del centrocampo.
Oggi è una Spagna pragmatica e più ariosa nella manovra, partendo da esterni bassi come Cucurella e Porro già diventati dei personaggi anche lontano dai campi di gioco: il primo per la pittoresca pettinatura, il secondo per un cognome che fa sorridere chi mastica la lingua iberica. Per restare in tema, il ‘machismo’ dell’Argentina, un catenaccio bello e buono (un ‘cerrojo’, direbbero forse anche a Buenos Aires in memoria dei tempi che furono di un calcio più piacevole), ha sbattuto contro una Spagna affamata, determinata e mai doma, neanche quando la palla sembrava non volerne sapere di entrare. Una vittoria di resilienza a firma di Ferran Torres, l’uomo nato nel giorno che compare ogni quattro anni come il Mondiale, ma soprattutto di De La Fuente, il ‘working class hero’ di una Spagna che nel tempo ha imparato ad alternare la spada al fioretto.
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