Amazon ha collocato il 7 luglio altri 25 miliardi di dollari di obbligazioni sul mercato USA, in otto tranche con scadenze comprese tra 3 e 40 anni. Lo riporta Fortune, che cita un’analisi di Bank of America: l’emissione porta il debito totale collocato da Amazon nel 2026 a 92 miliardi di dollari, più di quanto abbiano emesso nello stesso periodo Google, Meta e Oracle, ciascuna presa singolarmente. Bank of America ha definito il collocamento una “sorpresa”: Amazon aveva comunicato agli underwriter di non voler tornare sul mercato del debito per il resto dell’anno.
È tornata, e lo ha fatto pagando di più. Per piazzare le tranche più lunghe, Amazon ha dovuto offrire 18-21 punti base di rendimento extra rispetto ai livelli di mercato. Nonostante il premio, la domanda è stata la più debole vista su un collocamento hyperscaler da tempo: gli ordini hanno coperto 2,5 volte l’offerta, contro le 3,2 volte di marzo. È la performance più fiacca di qualunque grande gruppo tech dal collocamento da 30 miliardi di dollari di Meta nell’ottobre 2025, come conferma anche CNBC.
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Il giorno del collocamento, gli spread sui bond degli hyperscaler si sono allargati tra 6 e 15 punti base. L’emissione Amazon ha contribuito a spingere il rendimento del Treasury decennale USA di 8 punti base, un segnale che il mercato ha percepito il peso dell’operazione oltre il singolo emittente. Il rating di Amazon resta solido (AA per Moody’s, A1 per S&P): il punto non è il rischio di credito, ma il costo del capitale che sale anche per chi paga puntualmente.
Il mercato azionario applaude ogni annuncio AI. Quello obbligazionario, molto meno.
Il copione dice “autofinanziato”, i numeri dicono altro
Da mesi le big tech ripetono in ogni trimestrale la stessa narrazione: l’AI si paga da sola, i ricavi cloud generano abbastanza cassa da coprire gli investimenti in data center e chip. Se fosse vero fino in fondo, non ci sarebbe motivo di offrire rendimenti sopra mercato per convincere gli obbligazionisti a comprare. Eppure Amazon lo ha fatto, e la domanda debole racconta che gli investitori del credito, il segmento meno sensibile all’hype rispetto a quello azionario, comincia a chiedere un premio per il rischio implicito nella corsa ai data center AI.
La lettura più diffusa di questi collocamenti è che l’AI richieda capex enormi, quindi le big tech emettono bond per finanziarli: causa il capex, effetto l’emissione. Ma la sequenza funziona anche al contrario. Il mercato obbligazionario sta già prezzando dubbi sul ritorno di quegli investimenti, e scarica quel dubbio sul costo del debito prima ancora che l’effetto arrivi ai bilanci. A spiegare il rendimento più alto è lo scetticismo sul ritorno dell’AI, non il capex in sé: pesa anche su un emittente con i conti in ordine come Amazon.
Il capex di Amazon nel primo trimestre 2026 è stato di 43,2 miliardi di dollari, destinato sia ad AWS sia all’infrastruttura AI generativa, come ha confermato il CFO Brian Olsavsky. Per l’intero anno la previsione sale a 200 miliardi di dollari, contro i 131 miliardi del 2025. È un salto di oltre il 50% in dodici mesi, che si scontra con un dato altrettanto netto: il flusso di cassa libero di Amazon negli ultimi 12 mesi è sceso a 1,2 miliardi di dollari, contro i 25,9 miliardi dello stesso periodo un anno prima.
Il crollo non nasce da un calo dei ricavi. Amazon ha generato 148,5 miliardi di dollari di flusso di cassa dalla gestione corrente, in crescita del 30% sull’anno precedente. Il problema è la velocità con cui il capex la consuma: l’acquisto di proprietà e attrezzature è aumentato di 59,3 miliardi di dollari anno su anno, secondo il bilancio Q1 2026 depositato presso la SEC. La cassa cresce, ma cresce più in fretta la voragine che deve riempire.
Cosa dice davvero il resto del settore
Amazon non è un caso isolato. Google (Alphabet) ha emesso circa 30-32 miliardi di dollari di bond a febbraio 2026, incluso un raro bond a 100 anni in sterline, per sostenere un capex AI previsto a 185 miliardi di dollari nell’anno, come raccontato da CNN. Gli hyperscaler nel loro complesso hanno emesso 194 miliardi di dollari di bond nel 2026 secondo le stime di Bank of America, su un totale di 270 miliardi di debito legato all’AI in tutto il settore. Nel 2025 l’anno intero si era fermato a 136 miliardi: il 2026 lo ha quasi doppiato prima ancora di chiudersi, e Bloomberg aveva già rivisto al rialzo, a marzo, la stima di emissione a 175 miliardi.
Bloomberg registra anche un dato più ampio: guardando alla finestra mobile dei 12 mesi e non all’anno solare, l’emissione complessiva di Amazon sale a circa 107 miliardi di dollari, con una domanda di picco che aveva toccato i 62 miliardi di ordini prima del pricing finale. È un dato coerente con quello di Fortune (92 miliardi sull’anno solare 2026), ma misura un perimetro temporale diverso: il quadro resta lo stesso, un ricorso al debito che si allarga più in fretta della cassa disponibile.
Il peso relativo di questi emittenti nell’indice obbligazionario investment grade di Bloomberg racconta la stessa traiettoria da un’altra angolazione: il gruppo Meta, Alphabet, Amazon e Oracle è passato dal 2,2% al 4,1% del paniere in un solo anno. Un raddoppio di peso in dodici mesi non è un dettaglio tecnico per gli asset manager che replicano quell’indice: significa che il rischio di concentrazione su quattro nomi legati alla stessa scommessa industriale è cresciuto altrettanto in fretta, e che un ripensamento del mercato su uno di questi emittenti si trasmetterebbe rapidamente agli altri tre.
Le grandi aziende tech hanno passato vent’anni a raccontarsi come macchine da cassa capaci di autofinanziare qualunque scommessa. La corsa ai data center AI sta mettendo alla prova quella narrazione più di qualunque altro ciclo di investimento recente, e il mercato del credito è il primo a chiedere le prove.
Amazon userà i proventi dell’emissione per capex futuri e per rifinanziare debito in scadenza, una pratica ordinaria che però in questo contesto assume un peso diverso: allunga il problema nel tempo invece di risolverlo. Il CEO Andy Jassy, nella call sugli utili del primo trimestre 2026, ha spiegato che più cresce AWS più servono capex anticipati, perché bisogna pagare “terreno, energia, edifici, chip, server e apparati di networking” prima di vedere un ritorno, che arriva da sei mesi a due anni dopo. È una logica industriale comprensibile, che però sposta sugli obbligazionisti, e non più solo sugli azionisti, il compito di credere in quella tempistica.
Bank of America, pur registrando lo scetticismo crescente, non lo classifica ancora come allarme: la banca scrive che “la spesa pesante è in gran parte attesa, e la domanda resta solida”. È una lettura che ha senso quando si guarda al singolo collocamento. Ha meno senso se si mette in fila con gli altri segnali che arrivano dallo stesso mercato: il rischio bolla AI segnalato da JP Morgan, le banche centrali che tirano il freno su un trilione di dollari investiti senza ritorni certi, e le banche che cominciano a soffocare sotto il peso dei prestiti concessi per finanziare i data center.
Chi guadagna, in questo schema, sono gli obbligazionisti che incassano il rendimento extra: un premio pagato per un rischio che il mercato azionario, ancora entusiasta di ogni nuovo annuncio sull’AI, non sta prezzando nello stesso modo, nonostante legga gli stessi bilanci trimestrali. Il rendimento dell’AI resta da dimostrare, e per ora l’unico dato certo è che il capitale per finanziarla costa di più a ogni giro. Se il ciclo dell’AI fosse davvero sostenuto dai flussi di cassa della gestione corrente come raccontato nelle earnings call, il premio sui bond non dovrebbe servire. Il fatto che serva, e che serva sempre di più, dimostra che l’autofinanziamento resta uno slogan da trimestrale, non ancora un fatto di bilancio.
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