Sotto l’ombrellone vicini al mare, oppure in una baita di montagna o, meglio ancora, in un bosco dei Sibillini. C’è un libro che vi terrà compagnia, che vi farà evadere dalla realtà odierna per riconsegnarvela più vera e attraente. Realtà da vivere, in modi altri rispetto all’odierno.
Per questa estate vi consiglio, non l’ultimo Premio Strega, ma un classico divenuto immortale: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Un libro che insegna, che ci legge dentro, che offre una strada.
Ci sono libri che raccontano una storia. E ce ne sono altri che, mentre raccontano una storia, raccontano anche l’uomo. Ecco, Il Signore degli Anelli appartiene a questa seconda categoria. L’opera di Tolkien è un capolavoro della letteratura fantastica, ma ridurla a un romanzo d’avventura fantasy significherebbe tradirne il significato più profondo.
Tolkien, cattolico convinto e praticante per tutta la vita, rifiutava l’idea che il suo libro fosse un’allegoria. Eppure ammetteva che esso fosse “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”, nella misura in cui la sua fede aveva plasmato naturalmente il suo modo di vedere il mondo.
Il cuore del racconto non è la conquista del potere, ma il suo rifiuto o, meglio, una diversa gestione. L’Anello rappresenta la tentazione permanente dell’uomo: il desiderio di dominare, di imporre la propria volontà, di credere che il fine giustifichi i mezzi. Nessuno è totalmente immune al suo fascino. Né i grandi né i piccoli. Il male, infatti, non si presenta quasi mai con un volto mostruoso. Si manifesta spesso come una promessa di successo, di forza, di sicurezza. Gollum l’ha sperimentato.
È qui che emerge uno dei grandi messaggi cristiani dell’opera: il Bene non nasce dalla potenza, ma dall’umiltà.
A salvare la Terra di Mezzo non sono i guerrieri più forti o i sapienti più illustri, gli illuminati. È invece un piccolo hobbit, Frodo Baggins, fragile, timoroso, apparentemente inadatto al compito. Proprio come nella tradizione biblica, Dio sceglie ciò che agli occhi del mondo appare piccolo per confondere ciò che sembra grande. Una preghiera al Beato Rolando Rivi dice: «O Dio, Padre misericordioso, che scegli i piccoli per confondere i potenti del mondo…».
Frodo non è un eroe invincibile. È un ragazzo che accetta una missione superiore alle proprie forze. Cammina, cade, dubita, soffre. La sua grandezza consiste nel continuare il viaggio anche quando ogni speranza sembra svanire. Sperare contro ogni speranza, recitava il libro di Helder Camara, coraggioso arcivescovo brasiliano.
È il cammino della vocazione.
Ogni uomo riceve un compito che non ha scelto. Nessuno decide il tempo in cui nasce, la famiglia in cui cresce, le prove che dovrà affrontare. Celebre è la risposta che il saggio Gandalf rivolge a Frodo: non possiamo decidere il tempo in cui viviamo; possiamo solo decidere che cosa fare del tempo che ci è dato.
Questa frase riassume un’intera antropologia cristiana. Il destino non è fatalismo, ma risposta. L’uomo è chiamato a collaborare liberamente con il bene.
Ma nessuno percorre questo cammino da solo.
L’altro grande protagonista del romanzo è infatti l’amicizia.
La Compagnia dell’Anello non è un semplice gruppo di avventurieri. È l’immagine di una comunità nella quale ciascuno porta i propri talenti e i propri limiti.
Uomini, elfi, nani, hobbit: popoli diversi, spesso divisi da antiche diffidenze, imparano a camminare insieme.
La salvezza passa attraverso una compagnia.
E dentro questa compagnia brilla una delle amicizie più belle della letteratura: quella tra Samwise Gamgee e Frodo.
Sam non compie imprese spettacolari. Fa qualcosa di molto più difficile: resta. Rimane accanto all’amico quando tutti gli altri se ne sono andati. Lo sostiene quando cade. Lo richiama quando rischia di cedere alla disperazione. E, nel momento culminante, pronuncia una delle frasi più commoventi del romanzo: «Non posso portare l’Anello per te, ma posso portare te».
In quella frase c’è tutto il cristianesimo della carità. Nessuno può vivere al posto di un altro. Ma ciascuno può condividere il peso della sua croce.
L’amicizia, allora, non è un sentimento passeggero. È una responsabilità reciproca. È il luogo nel quale la libertà diventa dono.
Anche il male, nel romanzo, possiede una profondità sorprendente.
Sauron non compare quasi mai direttamente. La sua presenza è diffusa, invisibile, capace di insinuarsi nei cuori prima ancora che nei campi di battaglia. Tolkien sembra suggerire che il male più pericoloso non è quello che ci assale dall’esterno, ma quello che trova spazio dentro di noi. Che nasce e conquista il nostro cuore.
Per questo la vera battaglia non si combatte soltanto con le armi.
Si combatte contro l’orgoglio, contro la brama di potere, contro la disperazione, contro la convinzione che il male sia inevitabile.
Ed è significativo che, alla fine, il Bene non trionfi grazie alla perfezione degli eroi.
Frodo stesso, giunto al Monte Fato, non riesce a distruggere l’Anello. Cede alla tentazione.
Eppure la Provvidenza, attraverso eventi imprevedibili e persino attraverso la miseria di Gollum, conduce ugualmente alla vittoria.
È uno dei passaggi più profondamente cattolici dell’opera. La salvezza non nasce semplicemente dalla forza dell’uomo, ma dall’incontro tra la sua libertà e una Provvidenza che sa trarre il bene perfino dalle fragilità e dagli errori.
Alla fine del viaggio non tutto torna come prima.
Chi ha combattuto il male porta per sempre le sue ferite. Frodo non riesce più a vivere serenamente nella Contea. Alcune ferite non guariscono completamente su questa terra.
Ma proprio questo rende il finale autenticamente cristiano.
La speranza non consiste nel ritorno a un passato perduto, bensì nella promessa che il dolore non avrà l’ultima parola.
È forse questo il motivo per cui, a distanza di oltre settant’anni dalla pubblicazione, Il Signore degli Anelli continua a parlare a milioni di lettori. Perché racconta ciò che ogni uomo sperimenta: il desiderio di un bene più grande di sé, la necessità di amici che accompagnino il cammino, la lotta quotidiana contro il male e la certezza che, anche quando tutto sembra perduto, la luce può ancora vincere le tenebre.
Non è semplicemente un romanzo fantasy. È un grande racconto sull’uomo. E, nella sua ispirazione più profonda, sul pellegrinaggio dell’uomo verso il Bene.
Oggi, dinanzi ad un mondo disastrato, alla perdita di senso della vita, alla disgregazione della società, Il Signore degli Anelli è una risposta esistenziale.
Lo leggano gli studenti, gli insegnanti; lo leggano i politici. E rileggiamolo pure noi. C’è bisogno di una nuova Compagnia e del corno di Boromir che chiami alla sua ricomposizione.
Giovedì, 9 luglio 2026
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