Cavolo, lattuga, cavolfiore, porro, spinaci e carote: il raccolto di questi sei ortaggi da pieno campo ha registrato un calo medio annuo dell’1,1% nell’Ue dal 2017. Il grado di autosufficienza rimane comunque solido e la concorrenza estera è marginale. Ciò non toglie che i produttori guardino al futuro del settore con preoccupazione, soprattutto a causa della rapida eliminazione dei prodotti fitosanitari, senza che siano disponibili alternative efficaci.
Calo della produzione su tutta la linea
La produzione complessiva di sei ortaggi da pieno campo rappresentativi nell’Ue-27 è diminuita in modo misurabile negli ultimi otto anni. Il cavolo registra il calo più marcato: il raccolto è sceso del 21,5% rispetto al 2017, passando da 3,6 milioni di tonnellate a 2,8 milioni di tonnellate nel 2025, con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) di -3% all’anno. Spinaci e porri seguono con rispettivamente -5,8% e -8,7% sull’intero periodo, mentre lattuga (-5,2%) e cavolfiore/broccoli (-9,6%) hanno anch’essi perso terreno in modo evidente. Solo le carote tengono relativamente bene: la produzione è scesa di appena il 2%, da 4,9 a 4,8 milioni di tonnellate.
Va sottolineato che il calo non segue un andamento lineare. Le oscillazioni anno per anno – dovute a condizioni meteorologiche, malattie e prezzi di mercato – sono talvolta più ampie della tendenza di fondo. La produzione di carote, ad esempio, ha raggiunto il picco di 5,25 milioni di tonnellate nel 2021, per poi tornare a scendere. Anche per gli spinaci il 2021 è stato un anno eccezionale: con 759.000 tonnellate, la produzione ha toccato livelli record grazie a raccolti straordinari in tutti i principali Paesi produttori (Belgio, Francia, Italia, Grecia, Spagna, Germania e Paesi Bassi). Porri e lattuga hanno vissuto anch’essi un anno di punta nel 2021. Solo le varietà di cavolo non sono riuscite a interrompere nemmeno temporaneamente il loro declino graduale.
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I grandi Paesi produttori in difficoltà
Dietro le medie europee si nascondono forti contrasti nazionali. Per il cavolo, Polonia e Romania – che nel 2017 rappresentavano insieme quasi la metà della produzione Ue – sono le principali responsabili del calo. La Polonia ha visto il proprio raccolto di cavolo ridursi del 40% (da 1,01 a 0,60 milioni di tonnellate, CAGR -6,3%), la Romania addirittura del 55% (da 645.000 a 289.000 tonnellate, CAGR -9,6%). La Germania, secondo produttore, è rimasta sostanzialmente stabile (+3,5%).
Per cavolfiore e broccoli, Francia e Polonia mostrano le performance più deboli: la Francia ha visto il proprio raccolto calare del 33%, la Polonia del 37%. A fronte di questi cali, ci sono però anche Paesi in crescita: la Spagna ha aumentato leggermente la produzione (+5,6%), consolidando la propria posizione di primo produttore con oltre un terzo della coltivazione Ue. I Paesi Bassi hanno registrato il balzo più significativo: +43%, da 70.000 a 101.000 tonnellate.
La lattuga mostra un andamento simile. La Spagna, leader assoluto con il 42% della produzione Ue, è rimasta pressoché stabile (-1%), mentre l’Italia, secondo produttore con una quota del 23%, ha addirittura aumentato la produzione (+10%). La Francia, invece, ha perso il 23% della propria coltivazione di lattuga, i Paesi Bassi il 12%. Per le carote, Germania (+18%) e Francia (+14,6%) sono cresciute, mentre Polonia (-26%) e Belgio (-35%) hanno ceduto terreno in modo significativo.
Eurostat raccoglie i propri dati presso gli istituti nazionali di statistica e le definizioni dei prodotti non sono uniformi in tutti gli Stati membri. I confronti relativi a cavolo, cavolfiore/broccoli e lattuga vanno quindi interpretati con una certa cautela. Un breve raffronto tra le statistiche spagnole e francesi lo illustra chiaramente. Il romanesco è incluso nelle statistiche spagnole sotto la voce cavolfiore/broccoli, ma non necessariamente altrove. I dati spagnoli sul cavolo comprendono insieme il cavolo bianco e il cavolo verza, mentre la Francia registra sotto questa voce i cavoli per crauti. Inoltre, la Francia dispone di un’ampia categoria “Choux autres” (altri tipi di cavolo diversi da cavolfiore, broccoli, cavolini di Bruxelles e cavoli per crauti). Anche la definizione di lattuga può variare: non in tutti i Paesi vengono coltivate le stesse varietà. La Spagna raggruppa lattuga a cappuccio e lattuga iceberg, mentre la Francia utilizza un’unica voce generale (laitues). Per l’evoluzione delle serie storiche, tuttavia, queste differenze non incidono.
Superfici in calo, ma non in modo drammatico
La diminuzione della produzione si riflette anche nei dati sulle superfici coltivate, sebbene in misura meno marcata. La superficie destinata al cavolo è quella che si è ridotta di più: -20% in otto anni, da 96.300 a 76.600 ettari (CAGR -2,8%). Gli spinaci hanno perso il 15% della superficie (CAGR -2%), i porri il 12% (CAGR -1,6%) e la lattuga l’8% (CAGR -1,1%). Il calo delle superfici è stato più contenuto per cavolfiore/broccoli e carote, rispettivamente -6,0% e -4,8%.

Il rapporto tra calo delle superfici e calo della produzione è un dato cruciale. Quando la superficie diminuisce più della produzione, la resa media per ettaro aumenta; ed è sostanzialmente ciò che sta accadendo. I dati mostrano per la maggior parte delle colture una resa per ettaro stabile o in leggero aumento a livello Ue. Le carote hanno raggiunto nel 2025 una resa di 47,2 tonnellate per ettaro, rispetto alle 45,9 tonnellate del 2017 (+2,9%). Gli spinaci sono passati da 15,1 a 16,6 ton/ha (+10,3%), e anche porri e lattuga hanno registrato un modesto miglioramento.
Solo cavolfiore e broccoli hanno mostrato un leggero arretramento, da 18,7 a 18,0 ton/ha (-3,8%), mentre per il cavolo la resa per ettaro è rimasta pressoché invariata (da 37,6 a 37,1 ton/ha). Questo schema suggerisce che la riduzione della produzione è guidata principalmente dalla contrazione delle superfici coltivate, non da un calo della produttività per ettaro. L’efficienza della coltivazione europea di ortaggi da pieno campo non è dunque messa in discussione.

Autosufficienza: nessun motivo di allarme
Un calo della produzione può sembrare allarmante, ma l’Ue non rischia nell’immediato di dipendere da fornitori esteri. Le importazioni di questi sei ortaggi da Paesi terzi rimangono trascurabili rispetto alla produzione interna. Gli spinaci sono il caso più emblematico: le importazioni da Paesi terzi rappresentano in media appena lo 0,2% della produzione Ue. Cavolfiore e broccoli hanno una quota di importazione dello 0,5%, la lattuga dello 0,7%.
Anche le quote di importazione più elevate di cavolo (in media 2,2%), carote (2,0%) e porri (1,8%) sono troppo ridotte per influenzare il mercato. Per nessuno di questi sei prodotti, in nessun anno, le importazioni da Paesi terzi hanno mai superato il 3,1% della produzione Ue. Il mercato europeo degli ortaggi freschi da pieno campo è essenzialmente un mercato interno.
Al tempo stesso, l’Unione europea esporta verso i Paesi terzi volumi significativamente superiori a quelli che importa. La bilancia commerciale è positiva per tutte e sei le colture. Cavolfiore e broccoli ne sono l’esempio più eloquente: nel 2025 l’Ue ne ha esportato quasi 171.000 tonnellate verso Paesi terzi, a fronte di importazioni di appena 11.000 tonnellate. Anche per lattuga (+174.000 tonnellate di surplus commerciale), spinaci (+34.000 tonnellate) e cavolo (+28.000 tonnellate), l’Ue è un esportatore netto sul mercato mondiale. Solo per carote e porri il surplus è stato più contenuto nel 2025, con una bilancia che negli anni oscilla tra il positivo e il negativo.
Se il grado di autosufficienza si mantiene, sembrerebbe che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Tuttavia, il produttore di ortaggi da pieno campo Niels Zuurbier ha chiesto questa settimana al Parlamento europeo condizioni di parità per tutti i produttori europei (vedi news correlata): chi è tenuto a coltivare in modo più sostenibile, sotto la pressione del clima e con meno mezzi a disposizione, non può essere messo in concorrenza con Paesi che applicano standard meno stringenti. I prodotti fitosanitari, ha sostenuto Zuurbier, dovrebbero essere eliminati solo quando siano disponibili alternative praticabili, perché l’attuale processo di eliminazione procede più velocemente dell’innovazione. Senza prospettive di redditività, i produttori abbandonano il settore, ha concluso, e con loro, nel lungo periodo, anche la sicurezza alimentare europea. Un temporaneo surplus di ortaggi non fa che mascherare questa vulnerabilità.
Domanda in calo?
Se la produzione scende, le superfici si riducono, la produttività rimane stabile, la concorrenza estera è trascurabile e la popolazione cresce (dell’1,2% tra il 2017 e il 2025, da 444,9 a 450,1 milioni di abitanti), sorge spontanea una domanda: i cittadini europei mangiano meno di questi ortaggi?
Espresso in chilogrammi pro capite, il volume disponibile nell’Ue è diminuito tra il 2017 e il 2024 per tutte e sei le colture. Il cavolo è crollato da 7,9 a 6,3 kg pro capite (-21%). Cavolfiore e broccoli sono passati da 4,7 a 4,2 kg (-10%). La lattuga è scesa da 5,0 a 4,7 kg (-6%), i porri da 1,8 a 1,6 kg (-9%), gli spinaci da 1,3 a 1,2 kg (-9%) e le carote da 10,8 a 10,6 kg (-2%). Questi dati si riferiscono all’Ue nel suo complesso; le dinamiche nei singoli Paesi possono essere molto diverse.
Dai dati sui volumi disponibili non è tuttavia possibile ricavare con precisione i dati sui consumi, poiché una parte va perduta per gli sprechi alimentari e i dati non tengono conto dell’export di prodotti trasformati. La bilancia commerciale è però positiva, il che significa che le esportazioni tendono a ridurre l’offerta sul mercato interno piuttosto che ad ampliarla.
I consumi sembrano comunque in calo, e la spiegazione più plausibile è che la domanda di questi ortaggi da pieno campo tradizionali stia diminuendo per effetto di un calo generale del consumo di verdure. Il consumo di ortaggi nell’Ue scende in media dello 0,28% all’anno dal 2017, tenendo conto dell’evoluzione demografica e calcolato come produzione europea più importazioni meno esportazioni. Si tratta comunque di un dato più favorevole rispetto al calo medio annuo della produzione dell’1,1% registrato per i sei ortaggi tradizionali analizzati. Non solo si mangiano complessivamente meno verdure, ma è in atto anche uno spostamento delle preferenze: i consumatori si orientano sempre più verso ortaggi meno tradizionali.
È una preoccupazione concreta per il settore. Quando la domanda si contrae, si riducono anche i margini e le superfici coltivate. Al di là dei diversi rischi produttivi – si pensi agli eventi meteorologici estremi, alle malattie, ai parassiti, alla disponibilità di prodotti fitosanitari e di acqua – la sfida per il settore degli ortaggi da pieno campo non è tanto produrre di più, quanto mantenere vivo l’interesse dei consumatori per prodotti che figurano sul menu europeo da secoli.
Elaborazioni basate sui dati Eurostat
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