Dieci giorni di paternità non sono niente. Perché la proposta di cinque mesi obbligatori e retribuiti anche ai papà è un fatto di civiltà


In Italia, la nascita di un figlio rappresenta ancora una frattura profonda nella vita professionale e personale delle donne: una su cinque lascia il lavoro o ne viene espulsa dopo il parto. Questo dato è il sintomo di un sistema sbilanciato, dove la cura è considerata una responsabilità quasi esclusivamente materna e dove i padri dispongono di appena dieci giorni di congedo obbligatorio, un tempo del tutto insufficiente per costruire una presenza reale nei primi mesi di vita. La denatalità non è solo un problema numerico, ma il segnale di un Paese che rende la scelta di diventare genitori estremamente costosa in termini di reddito, carriera e libertà.

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Per rispondere a questa emergenza, il Comitato “Pari alla Pari” ha presentato alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare. Il cuore della riforma è chiaro: cinque mesi di congedo per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. L’obiettivo è duplice: da un lato, colmare il gender pay gap e la distanza occupazionale tra uomini e donne; dall’altro, investire sui primi mille giorni di vita, fase decisiva per lo sviluppo dei bambini che necessitano della presenza stabile di entrambe le figure genitoriali. La proposta non dimentica i lavoratori autonomi, storicamente esclusi da queste tutele, e mira a superare le diseguaglianze territoriali tra un Nord con servizi più accessibili e un Sud dove i nidi sono spesso assenti.

Per approfondire la genesi e le sfide di questa iniziativa, abbiamo rivolto alcune domande a Chiara Gaiola, cofondatrice del Comitato e assessora del Comune di Settimo Torinese, in prima linea per questo cambiamento culturale.

Il Comitato “Pari alla Pari” nasce da un’esigenza personale, da un’osservazione sociale, o da entrambe? C’è un momento preciso in cui ha capito che doveva fare qualcosa di concreto?

“Sostanzialmente nasce da entrambi i fattori, con una spinta che definirei “dalla pancia”. Il fattore scatenante è stato sicuramente la bocciatura alla Camera della proposta sul congedo paritario, avvenuta il 26 febbraio. In quel periodo, come amministrazione a Settimo Torinese, eravamo molto attivi sui primi mille giorni di vita: avevamo appena azzerato la lista d’attesa dei nidi grazie ai fondi del PNRR e reso il servizio gratuito per il 90% dei bambini della città. Tuttavia, proprio mentre celebravamo questi traguardi locali, ci siamo scontrati con un limite invalicabile: come ente locale non avevamo alcun potere sul tema dei congedi parentali. A questa frustrazione politica si è unito il mio vissuto personale, essendo diventata mamma a ottobre. Essere a stretto contatto con altri neo-genitori e raccogliere l’indignazione di tante persone deluse dalla bocciatura parlamentare mi ha fatto capire che non potevamo restare fermi. Abbiamo messo insieme un gruppo di persone indignate e abbiamo iniziato l’iter per la legge di iniziativa popolare, spinte dalla convinzione che i bambini debbano poter vivere le prime fasi della loro vita con entrambi i genitori, superando quel senso di impotenza che provavamo come singoli e come amministratori”.

Cinque mesi non trasferibili per ciascun genitore: perché proprio questo modello? È ispirato a esperienze di altri Paesi?

“La nostra scelta è netta: se deve essere parità, deve essere parità per davvero. Se le madri hanno cinque mesi, anche i padri devono avere lo stesso diritto, obbligatoriamente. La non trasferibilità è il pilastro fondamentale: senza di essa, l’effetto sarebbe inevitabilmente quello di “scaricare” nuovamente tutto il carico della cura sulla donna. Lo dimostrano i fatti: abbiamo studiato l’esperienza del sindaco di Seregno, che nel primo anno aveva offerto un bonus di 500 euro ai papà che prendevano il congedo. Il risultato? Pochissimi lo hanno chiesto, perché i padri rispondevano di non voler rischiare la posizione lavorativa e le entrate fisse per un contributo una tantum. Guardiamo alla Spagna, che ha introdotto un congedo paritario e obbligatorio, anche se lì il numero di settimane è inferiore perché partivano da una base materna più bassa. La nostra proposta, costruita prevedendo i cinque mesi dal mese precedente al parto fino ai 18 mesi successivi, ci renderebbe la prima esperienza in Europa per numero di settimane. Senza l’obbligo e la non trasferibilità, il congedo resta una “scelta non scelta”: il mercato del lavoro spinge il padre a consolidare la sua posizione già acquisita piuttosto che “precarizzarla” dedicandosi alla cura, alimentando un circolo vizioso che penalizza l’intera famiglia”.

La proposta include anche i lavoratori autonomi. Quanto è stato difficile costruire una norma che reggesse anche per chi ha la partita IVA?

“Il mondo delle partite IVA è storicamente escluso da quasi ogni forma di tutela legislativa sulla genitorialità. È una sfida complessa perché non si può obbligare un professionista a stare a casa nel modo in cui lo si fa con un dipendente; il mondo delle professioni vive di contatti, presenza e relazioni continue. Nel nostro comitato abbiamo un’avvocata, diventata mamma da poco, che ha cercato di lavorare fino all’ultimo istante proprio per questa necessità di esserci. Nella proposta abbiamo agito sulla leva economica, prevedendo l’innalzamento dell’indennità dall’80% al 100% del fatturato medio percepito nell’ultimo anno. Siamo consapevoli che questo sia solo un inizio e che servirebbe una legge quadro dedicata che ripensi integralmente il welfare dei lavoratori autonomi, andando oltre la sola maternità o paternità per garantire tutele reali a quel mondo. Ma abbiamo voluto includerli perché un miglioramento immediato, per quanto parziale, non poteva che far bene a una categoria troppo a lungo dimenticata”.

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I dati mostrano che anche dove esistono incentivi economici i padri spesso non usufruiscono del congedo. Perché?

“I motivi sono profondi e intrecciati: da un lato c’è la paura concreta di perdere il lavoro o di vedere svanire ogni possibilità di carriera. Mentre per le donne la penalizzazione è quasi scontata per il solo fatto di appartenere al sesso femminile ed essere in età fertile, per gli uomini la richiesta del congedo è percepita come un rischio per la propria progressione professionale. Ma c’è anche un aspetto culturale e di tempi: oggi i padri vengono espulsi dal ruolo di cura dopo soli dieci giorni. In quel brevissimo lasso di tempo, tutte le nozioni di base e i primi bilanci di salute col pediatra vengono gestiti dalle madri, che diventano rapidamente “esperte” della cura. Il padre finisce così per diventare un soggetto che vorrebbe esserci, come dimostra l’aumento delle presenze ai corsi pre-parto o alle attività del fine settimana, ma che di fatto viene messo ai margini. I dati dell’Istat ci dicono che dal 2013, con l’introduzione dei dieci giorni, il numero di padri che li richiede è triplicato, arrivando a circa il 64%: questo dimostra che i papà vogliono esserci, ma la precarietà del mercato del lavoro e la mancanza di un obbligo strutturale impediscono loro di trasformare questo desiderio in una presenza costante”.

Oltre agli aspetti professionali ed economici, c’è l’impatto umano del congedo in situazioni di particolare fragilità. In che modo questa legge sosterrebbe le famiglie in casi di malattia o disabilità del bambino?

“Questa legge cambierebbe totalmente il volto del Paese perché permetterebbe a entrambi i genitori di essere figure competenti fin dal primo istante, specialmente nelle difficoltà. Durante un nostro evento è intervenuto un papà che ha scritto un libro intitolato “46 giorni”, raccontando l’esperienza di suo figlio in terapia intensiva neonatale (TIN). Lui aveva a disposizione solo dieci giorni e si è trovato di fronte a un bivio atroce: usarli tutti subito per stare vicino alla moglie in ospedale o conservarli per quando il bambino sarebbe tornato a casa? In situazioni di malattia o disabilità, il sistema attuale costringe la donna a diventare forzatamente l’unica figura esperta nella cura, anche in casi molto difficili, mentre l’uomo è ridotto a un ruolo di spettatore che assiste impotente. Garantire cinque mesi a entrambi significa permettere al padre di non dover scegliere tra il lavoro e il diritto di assistere suo figlio in un momento critico. Trasformerebbe la cura da un fatto privato e faticoso a una responsabilità pubblica e condivisa, con benefici immensi per l’intero nucleo familiare”.

Avete incontrato resistenze inaspettate? Da parte di chi e su quali punti?

“Devo dire la verità: per ora non abbiamo incontrato grandi resistenze ideologiche, perché il tema è trasversalmente sentito. Tuttavia, avvertiamo un certo timore dal punto di vista datoriale. I datori di lavoro possono sentirsi spaventati all’idea di dover riorganizzare i processi produttivi e ragionare in modo completamente diverso, specialmente nelle piccole aziende con pochissimi dipendenti dove l’assenza di una figura pesa molto di più. È chiaro che questa legge rappresenta un cambio culturale enorme e, come tale, deve essere supportata da misure di sistema. Bisogna far capire alle aziende che, in un Paese che fatica a trovare giovani e che affronta un inverno demografico, una società che supporta la genitorialità è l’unica che potrà garantire loro un futuro sano nel lungo periodo. La sfida è far passare il messaggio che non è solo una legge, ma un pezzo di un lavoro molto più ampio che deve includere tutele anche per le imprese”.

Alla conferenza era presente Chiara Braga del PD. È importante oggi trovare trasversalità politica su un tema come questo?

“In Italia nessuna grande riforma è mai passata senza un consenso ampio e nessuna conquista è stata costruita dall’oggi al domani. Il nostro comitato è apartitico ma non apolitico: sappiamo che il dialogo con la politica è obbligatorio perché, una volta raccolte le 50.000 firme, qualcuno dovrà accogliere la proposta in Commissione e portarla avanti. Alla presentazione hanno partecipato quasi tutte le forze di opposizione attuali: Chiara Braga per il PD (che era primo firmatario della legge bocciata), esponenti di Italia Viva come Davide Faraone, Alessandra Maiorino del Movimento 5 Stelle, Riccardo Morgante della giunta nazionale dei Radicali e abbiamo avuto l’adesione di AVS. Abbiamo invitato anche esponenti della maggioranza che sappiamo essere sensibili al tema e, sebbene non siano riusciti a partecipare a questo primo incontro, la nostra apertura rimane totale perché crediamo che il cambiamento culturale debba coinvolgere ogni colore politico”.

Una proposta di legge di iniziativa popolare ha bisogno di firme, visibilità, mobilitazione. Qual è il vostro orizzonte temporale realistico?

“La raccolta firme è partita pochi giorni fa e l’obiettivo è concluderla entro dicembre, rispettando il termine dei sei mesi. Non è una scadenza casuale: dicembre è il periodo della manovra finanziaria. La maggioranza ha bocciato la precedente proposta adducendo la mancanza di coperture finanziarie da parte della Ragioneria di Stato, ma noi crediamo che finanziare o meno una legge sia sempre una scelta politica di priorità. Portare 50.000 firme in quel momento significa obbligare il Parlamento a discutere la proposta mentre si decidono gli investimenti per il Paese. Inoltre, saremo in piena campagna elettorale: vogliamo che i cittadini possano guardare ai programmi delle coalizioni e vedere se e come è stato inserito il tema dei congedi paritari. È un tempo utile per permettere all’elettore di fare ragionamenti concreti: c’è la proposta? Sono previsti i cinque mesi o magari solo due? Mi va bene? È un modo per rimettere il potere di scelta nelle mani dei cittadini”.

In Italia il dibattito pubblico sulla denatalità si concentra quasi sempre sugli incentivi economici, magari al secondo o al terzo figlio. Perché secondo lei si continua a guardare nel posto sbagliato?

“La situazione è tremenda perché sulla famiglia si tende a costruire consenso immediato invece di fare ragionamenti di sistema. La politica degli ultimi anni è stata quella del “mettere i soldini in tasca” ai genitori: ti do un bonus se nasce il bambino, ti do un aiuto per la retta del nido, o peggio, istituendo dei click day imbarazzanti come il “bonus vesta” in Piemonte, dove vince chi ha il dito più veloce sul computer. Io provo una contrarietà assoluta verso questo modo di fare; la cura non può essere un terno al lotto. Manca una visione d’insieme: gli asili nido sono oggi totalmente a carico dei comuni, il che genera liste d’attesa infinite e disuguaglianze inaccettabili tra Nord e Sud. Invece di bonus una tantum, quelle risorse dovrebbero servire ad aiutare i comuni ad aprire nuovi nidi e renderli statali, esattamente come le scuole dell’infanzia. Se una donna, magari con un salario basso (e in Italia i salari sono i più bassi d’Europa), deve scegliere se tornare al lavoro o restare a casa perché lo stipendio servirebbe solo a pagare la babysitter o il nido, la scelta è obbligata e la donna viene espulsa dal mercato del lavoro. Per sostenere le famiglie bisogna cambiare i calendari scolastici, sostenere i centri estivi e sollevare i comuni dai costi degli edifici. Solo agendo sul sistema dello 0-6 si può dare una risposta reale, altrimenti resteremo sempre nel campo degli interventi insufficienti”.




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