I data center corrono più della rete elettrica


Vertiv descrive il mercato dei data center in Italia come una molla caricata a metà: molti progetti annunciati, molti meno cantieri davvero arrivati a terra. La domanda cresce perché cloud, AI e sovranità del dato chiedono infrastrutture locali, ma la parte fisica della storia procede con tempi diversi: energia disponibile, autorizzazioni, connessioni, raffreddamento, competenze e aree industriali adatte.

Il tema conta perché i data center stanno uscendo dalla categoria delle infrastrutture invisibili. La crescita dell’AI li trasforma in industria energivora, con impatti su rete elettrica, territorio, acqua, calore e politica industriale. Tom’s Hardware ha già misurato il consumo dei data center AI e la pressione sulle reti. Ora la domanda diventa locale: l’Italia può diventare un hub europeo solo trattando i data center come infrastruttura strategica nazionale.




Durante l’incontro con la stampa, Andrea Faeti e Federico Mastroleo di Vertiv hanno separato due piani spesso confusi. Da una parte ci sono le richieste di potenza e gli annunci; dall’altra c’è la messa in esercizio reale. È una distinzione decisiva, perché contare solo megawatt e gigawatt rischia di creare una fotografia deformata, perché i gigawatt sulla carta, quelli richieste ma non allacciati, non accendono i server. E che l’allacciamento si realizzi in tempi brevi, è tutto da vedere. 

I gigawatt sulla carta non accendono i server.

Il Politecnico di Milano, attraverso l’Osservatorio Data Center, stima 7,1 miliardi di euro di investimenti in Italia nel triennio 2023-2025, pari al 68% delle previsioni iniziali. Per il 2026-2028 il potenziale sale a 25,4 miliardi, con 83 nuove infrastrutture annunciate. Milano concentra già 414 MW IT, il 68% della potenza nazionale installata, e potrebbe superare 1 GW entro il 2028: il mercato è grande e resta più lento delle promesse.

Terna racconta l’altra metà del problema. Le richieste di connessione dei data center hanno raggiunto 78,79 GW a fine gennaio 2026, secondo i dati ripresi nel dibattito pubblico sulla rete. Il numero è enorme, ma va qualificato: molte richieste anticipano scenari, bloccano opzioni, testano disponibilità. La distanza tra potenza richiesta e potenza davvero costruita è il dato politico della fase attuale.

La rete non si costruisce alla velocità delle GPU

La velocità dell’AI comprime tutto. Nvidia aggiorna piattaforme e densità in cicli rapidi, gli hyperscaler prenotano capacità, gli operatori di colocazione cercano siti, le utility ricevono richieste di allaccio e i territori scoprono di avere un nuovo vicino energivoro. La rete elettrica, invece, si muove in anni. Tom’s Hardware ha già documentato la rete elettrica sotto pressione: la fisica non segue il calendario dei keynote.

Vertiv ha indicato una finestra critica di 12-18 mesi per costruire un coordinamento diverso tra operatori, utility e politica. Un grande campus può richiedere anni tra autorizzazioni, connessione, cantiere e messa in esercizio: chi non coordina ora arriva tardi quando le decisioni di localizzazione sono già chiuse.

La semplificazione autorizzativa promessa dal modello unificato dovrebbe ridurre sovrapposizioni tra competenze regionali e ministeriali. Anche qui la parola chiave è “dovrebbe”. Se il nuovo iter porterà davvero il via libera entro circa 13 mesi, il mercato guadagnerà prevedibilità. Se resterà un livello aggiuntivo sopra procedure esistenti, gli investitori troveranno altrove energia, fibra e tempi più certi.

L’AI corre in trimestri, la rete in anni.

L’Italia ha già alcuni pezzi della filiera. L’Osservatorio Data Center del Politecnico nasce proprio per mappare infrastrutture, filiera e scenari; IDA, Italian Datacenter Association, raduna operatori e costruttori del settore; EuroHPC ha portato avanti IT4LIA AI Factory presso CINECA e il Tecnopolo di Bologna. La sfida è trasformare iniziative separate in disegno industriale. L’associazionismo di settore serve quando riesce a produrre regole, non solo visibilità.

La crescita di Milano ha ragioni concrete. Energia, fibra, aree industriali riutilizzabili, competenze e presenza di operatori già insediati si rafforzano a vicenda. È il meccanismo dei poli: si costruisce dove esistono già infrastrutture e persone capaci di mantenerle. Tom’s Hardware aveva già analizzato la sfida per la rete quando il settore era ancora percepito come nicchia. Quel passaggio è finito.

Milano pesa, ma la concentrazione ha un costo

La concentrazione lombarda offre vantaggi industriali e crea attrito politico. La Regione Lombardia ha approvato la prima legge regionale sui data center, mentre agricoltori e territori chiedono garanzie su suolo, energia e ricadute locali. La scelta concreta riguarda quali data center servono, dove, con quale energia, quale recupero del calore, quali impegni infrastrutturali e quali ritorni per il territorio. La concentrazione va governata prima che diventi conflitto locale.

La discussione sulla legge regionale lombarda mostra quanto il settore sia entrato nella politica locale. Finché un data center era un edificio pieno di server, pochi lo vedevano. Ora è una domanda di allaccio da decine o centinaia di megawatt, una promessa di occupazione limitata ma qualificata, un consumo costante e un possibile vincolo per altri usi della rete. Il cloud ora ha un indirizzo, una cabina elettrica e dei vicini.

Vertiv ha insistito anche sul principio “follow the fiber” (costruire dove passa la fibra). I cavi sottomarini, le dorsali terrestri e gli anelli di connettività decidono dove gli investimenti diventano plausibili. Genova, la Liguria, Mazara del Vallo e le connessioni verso Africa e Medio Oriente sono linee lungo cui si costruisce sovranità digitale, perché i dati passano dalla geografia prima ancora di entrare in un rack.

Milano pesa perché energia, fibra e competenze si sono già incontrate.

L’altra metà della sostenibilità è il calore. L’aumento delle densità di potenza spinge verso il raffreddamento a liquido, e il liquido caldo può diventare risorsa per teleriscaldamento o usi industriali. Tom’s Hardware ha già esplorato il mercato del raffreddamento dei data center, ormai uno dei fattori competitivi dell’AI.

Vertiv ha appena ampliato in EMEA il portafoglio CoolChip, incluso un CDU da 2,3 MW per raffreddamento direct-to-chip e infrastrutture AI-ready. Il dato conta perché dà la misura della densità: il comunicato descrive architetture dove alimentazione, liquido, rack, manutenzione e sicurezza elettrica vanno progettati insieme. Il calore diventa risorsa solo quando l’infrastruttura è nata per recuperarlo.

Senza utility, la sovranità resta uno slogan

Il costo dell’energia resta la voce che può rendere l’Italia attraente o marginale. Se fosse l’unico criterio, molti operatori sceglierebbero altri Paesi. L’Italia compensa con domanda locale, posizione geografica, requisiti di sovranità del dato, ecosistema cloud e infrastrutture esistenti. Il costo energetico finisce comunque sul tavolo delle utility, dei PPA, degli accumuli e del recupero di calore.

La sovranità digitale, in questo quadro, comincia meno dai comunicati e più dalle connessioni fisiche. IT4LIA AI Factory, secondo EuroHPC, avvia la fase operativa a Bologna per rafforzare capacità AI e HPC europee. Tom’s Hardware aveva già mappato la sfida del supercalcolo, incluso il ruolo di Bologna e Leonardo. Una strategia AI senza infrastruttura locale resta dipendenza con un nome più elegante.

La presenza di operatori statunitensi, europei e asiatici rende la questione ancora più politica. Vertiv, pur essendo azienda statunitense, ricorda di avere siti produttivi e competenze EMEA in Italia, tra Bologna e Padova, e di lavorare con hyperscaler, partner di colocazione e tecnologici su scala globale. La nazionalità del singolo fornitore conta meno della capacità del Paese di mantenere controllo sull’architettura che altri potrebbero decidere altrove.

La sovranità digitale comincia da una cabina elettrica.

La lettura più comoda direbbe che basta attrarre investimenti. È una versione troppo povera della storia. Gli investimenti arrivano dove trovano energia, fibra, autorizzazioni, competenze, regole e interlocutori pubblici capaci di decidere. In assenza di questi elementi, i capitali scelgono il sistema più pronto.

L’Italia ha un’occasione reale, soprattutto tra Milano, Roma, Bologna, la dorsale ligure e i poli di ricerca. Ha anche un ritardo reale rispetto a mercati che hanno trasformato prima i data center in programma nazionale. Il tempo perso ora non si recupera con un annuncio più grande tra due anni.

La scelta non riguarda solo costruire più data center. Riguarda quali data center autorizzare, con quali impegni energetici, quale integrazione con utility e territori, quali garanzie sulla sovranità del dato e quale capacità di usare il calore invece di disperderlo. Chi governa questa fase decide se l’AI sarà un’infrastruttura produttiva del Paese o capacità pagata altrove.


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 Marco Ferretti

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