Una grande capacità di ascolto per una povertà che morde il tessuto sociale dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina con la rete della Caritas, che ogni anno con il consueto rapporto consente di registrare problemi, aspettative di un lavoro di rete che va perfezionato. E gli schemi sui singoli aspetti del bisogno, che riguarda persone italiane e straniere, dicono che si può e si deve fare di più. È indispensabile – come viene osservato nelle conclusioni, aldilà della logica dei numeri-superare la logica del puro assistenzialismo spontaneo per evolvere verso un modello strutturato, basato sulla co-progettazione, sulla digitalizzazione dei dati e sulla formalizzazione di alleanze stabili in una “comunità educante’’
Indagine sulle attività sociali nell’Arcidiocesi di Matera-Irsina
Introduzione
Il presente report documenta il percorso realizzato nell’ambito dell’Indagine sulle attività sociali nell’Arcidiocesi di Matera-Irsina, richiesto dal Vescovo Mons. Benoni Ambarus, con l’obiettivo di accompagnare la comunità ecclesiale in un processo volto a ripensare le proprie azioni alla luce dei segni e dei bisogni dei tempi attuali. L’indagine è nata dall’esigenza di acquisire una conoscenza approfondita e strutturata in merito a “cosa” le comunità parrocchiali realizzano concretamente nell’ambito dell’impegno sociale.
A tal fine, è stata condotta una ricognizione capillare delle attività e dei servizi sociali attivi sia nelle parrocchie sia nelle associazioni legate al mondo ecclesiale dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina.
Sotto il profilo metodologico, la ricerca ha integrato strumenti quantitativi e qualitativi:
• questionario di ricognizione: somministrato a parrocchie e associazioni, ha permesso di ottenere una conoscenza oggettiva e dati quantitativi precisi focalizzati su tre dimensioni: cosa si fa, come lo si fa e con chi si collabora.
• interviste: realizzate presso le parrocchie, hanno consentito di raccogliere ed esaminare la percezione dei protagonisti in merito all’impatto reale delle attività, valutando come e quanto queste incidano all’interno della comunità stessa e nel più ampio contesto sociale di riferimento.
I dati e le analisi riportati nelle pagine seguenti offrono quindi una fotografia nitida dell’esistente, preziosa per orientare le scelte pastorali future.
Risultati principali: dati quantitativi dai questionari
* Forte radicamento territoriale: il 93,3% delle parrocchie e il 100% delle associazioni mantengono interazioni attive con le realtà locali, ponendosi come primari presidi e antenne sociali.
* Emergenza Povertà Educativa: il 73,3% delle parrocchie risponde a questo fenomeno intercettando circa 1.000 beneficiari, principalmente tramite attività informali di ascolto (56,7%) e oratorio.
* Fragilità correlate: la disoccupazione (83%) emerge come il principale problema intercettato sul territorio, strettamente connesso alla carenza di competenze digitali e specialistiche.
* Il paradosso dell’informalità: nonostante l’ampia rete di contatti, il 96,7% delle parrocchie e il 64,3% delle associazioni non formalizza le collaborazioni con accordi scritti o patti di comunità, agendo su base fiduciaria.
* Carenza di monitoraggio: il 50% delle organizzazioni non raccoglie dati in modo sistematico, affidandosi a strumenti empirici come le discussioni partecipate, limitando così la misurabilità del reale impatto sociale generato.
Sintesi complessiva dei dati dei questionari
Punti di forza
• forte radicamento territoriale
• elevata capacità di intercettazione dei bisogni
• prossimità relazionale con le persone
• capacità di accompagnamento concreto
Punti di debolezza
• scarsa formalizzazione delle reti
• limitato lavoro di coprogettazione
• interventi poco strutturati
• assenza di sistemi di monitoraggio
Opportunità
• sviluppo della comunità educante
• attivazione di patti educativi territoriali
• accesso a nuove forme di opportunità
Rischi
• dispersione delle risorse
• ridotto impatto sociale
• sovraccarico operativo delle singole parrocchie
Risultati principali: dati qualitativi delle interviste
La restituzione dei dati qualitativi raccolti attraverso le interviste viene fatta in forma di Biografia di comunità mettendo insieme le biografie di ogni singola Parrocchia così come narrate e condivise nelle interviste.
Sono le voci di sacerdoti, catechisti, volontari e fedeli di cinque realtà parrocchiali del territorio della diocesi di Matera-Irsina:
tre per la Città di Matera, una per ogni zona della città
1. Parrocchia Maria Santissima Addolorata (centro),
2. Parrocchia Sant’Agnese (sud),
3. Parrocchia San Giuseppe (nord)
due per le zone pastorali:
1. parrocchie di Montalbano Jonico (mare)
2. parrocchie di Ferrandina (collina)
hanno partecipato complessivamente tra parroci ed operatori (non solo Caritas, anche catechisti, animatori, operatori della liturgia) 23 persone.
Gli obiettivi della ricerca sono:
1. Valutare il grado di apertura della parrocchia rispetto al territorio, verificando se opera in modo autoreferenziale o in dialogo con la comunità esterna.
2. Analizzare la percezione della parrocchia da parte dei parrocchiani, considerando il livello di partecipazione, appartenenza e soddisfazione.
3. Indagare la percezione della parrocchia da parte dei non appartenenti alla comunità, per comprendere l’immagine esterna e la reputazione nel territorio.
4. Esaminare il ruolo della parrocchia nel promuovere cambiamento culturale, valutando il suo impatto nei processi sociali e culturali locali.
5. Verificare il livello di consapevolezza della parrocchia rispetto alle dinamiche territoriali e alle questioni sociali, individuando possibili ambiti di intervento e suggerimenti per l’azione pastorale.
6. Individuare e definire l’identità della parrocchia come luogo e strumento di coesione sociale, sintetizzandola in una parola chiave rappresentativa.
L’analisi ha privilegiato le categorie emergenti dal testo identificando nuclei tematici ricorrenti:
apertura/chiusura, percezione interna/esterna, cambiamento culturale, fragilità strutturali, visioni progettuali.
Le citazioni dirette riportate nel testo sono state selezionate per la loro rappresentatività e densità semantica.
Non si tratta di un resoconto statistico né di una valutazione istituzionale, ma di un ritratto vivo, talvolta contraddittorio, sempre autentico di come queste comunità si raccontano, si percepiscono e immaginano il proprio futuro.
Come in ogni biografia che si rispetti, emergono un’origine, un’identità, delle tensioni irrisolte e una tensione verso ciò che ancora non è ma potrebbe essere. Il filo conduttore è la domanda implicita che attraversa tutti i racconti: cosa significa oggi essere comunità in un territorio che cambia, che si svuota, che fatica?
L’analisi, a partire dalle parole chiavi che caratterizzano le risposte, è stata fatta tenendo conto delle seguenti categorie antropologiche e sociali:
. Ecologia culturale
. Luogo antropologico
. Habitus comunitario
. Dono e reciprocità
. Liminalità
. Memoria culturale
. Processi di acculturazione
. Sentinella sociale
. Pratiche di cura
Le parole chiave che compongono i titoli dei capitoli, identità, sguardo, lavoro invisibile, ferite, desiderio, delineano una trama profondamente umana e spirituale che illumina in modo significativo il tema dell’impegno per il bene comune.
L’identità degli operatori pastorali non è semplicemente un ruolo funzionale, ma una vocazione che prende forma nella relazione con gli altri. Essa si costruisce nel continuo intreccio tra il proprio essere e le comunità servite, e questo rende l’impegno per il bene comune qualcosa di personale e incarnato, mai astratto. Non si tratta solo di “fare del bene”, ma di essere presenza significativa in contesti spesso segnati da fragilità.
Lo sguardo assume qui un valore decisivo: è lo sguardo che riconosce, accoglie e restituisce dignità. Uno sguardo capace di vedere oltre le apparenze è fondamento di ogni vera azione orientata al bene comune, perché permette di cogliere i bisogni profondi e le potenzialità nascoste delle persone. È uno sguardo che genera prossimità e responsabilità.
Il riferimento al lavoro invisibile richiama una dimensione essenziale e spesso poco riconosciuta: gran parte dell’impegno per il bene comune si svolge lontano dai riflettori, nei piccoli gesti quotidiani, nella cura paziente delle relazioni. È proprio questa invisibilità che rivela la gratuità e l’autenticità del servizio, sottraendolo alla logica dell’efficienza o del riconoscimento pubblico.
Le ferite, personali e comunitarie, non rappresentano solo un limite ma diventano luoghi di incontro e di solidarietà. Gli operatori pastorali, spesso toccati essi stessi da fragilità, sono in grado di avvicinarsi alle sofferenze altrui con empatia e verità. In questo senso, l’impegno per il bene comune passa anche attraverso un’umanità condivisa, che non nasconde la vulnerabilità ma la trasforma in risorsa relazionale.
Infine, il desiderio è ciò che tiene vivo tutto il percorso: desiderio di giustizia, di senso, di comunità autentiche. È una forza generativa che spinge oltre la fatica e la disillusione, orientando l’agire verso un orizzonte di speranza. Il bene comune non è solo un obiettivo etico, ma una tensione desiderante che coinvolge profondamente le persone.
Queste parole, intrecciate tra loro come trama e ordito, compongono una visione dell’impegno per il bene comune come esperienza relazionale, nascosta ma feconda, segnata da fragilità e animata da uno sguardo e
un desiderio che rendono possibile costruire comunità più umane e solidali.
Conclusioni e prospettive future
Le parrocchie e le associazioni si confermano attori indispensabili del welfare sussidiario lucano. Per rispondere in modo sistemico alle criticità emerse, tra cui l’isolamento operativo e la fuga giovanile, lo studio indica la necessità di una conversione pastorale e gestionale. È indispensabile superare la logica del puro assistenzialismo spontaneo per evolvere verso un modello strutturato, basato sulla co-progettazione, sulla digitalizzazione dei dati e sulla formalizzazione di alleanze stabili in una “comunità educante”
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Franco Martina
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