I data center consumeranno 565 TWh di elettricità nel 2026, con una crescita del 26% in un solo anno, e supereranno i 1.200 TWh entro il 2030. Lo dice Gartner nella stima Gartner del 10 giugno, e la cifra ha già reso obsoleta la previsione che la stessa Gartner faceva due anni fa per il 2027, ferma a 500 TWh. La rete pubblica, intanto, non sta tenendo il passo: la potenza richiesta dai data center passerà da 104 a 132 gigawatt fra il 2025 e il 2026, e nessun operatore di trasmissione ha la capacità di assorbire quel salto in tempi compatibili con la domanda.
La geografia dell’elettricità si sta ridisegnando mentre i ritorni economici dell’AI restano tutti da dimostrare. Linglan Wang, analista di Gartner, lo ha sintetizzato in modo chiaro: “data center power security is the new battle ground for scaling and protecting margins in the global AI race”. Chi non si assicura energia stabile a costi prevedibili è fuori dalla corsa, indipendentemente da quanto sia bravo a scrivere modelli. La rete pubblica, costruita per servire industria, residenziale e terziario, è diventata un collo di bottiglia che i grandi operatori aggirano comprando centrali proprie.
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Nel 2026 i server ottimizzati per AI rappresenteranno il 31% del totale installato nei data center. Già nel 2027, secondo la stessa analisi, il consumo elettrico dei soli server AI supererà quello di tutti i server convenzionali messi insieme. L’intelligenza artificiale smette così di essere un carico aggiuntivo e diventa il carico principale dell’infrastruttura digitale globale.
La sicurezza energetica dei data center è il nuovo campo di battaglia dell’AI globale.
L’AI ha mangiato il budget elettrico globale prima ancora di vendere ROI
L’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel suo rapporto IEA Electricity 2026, stima che i data center passeranno da 485 TWh nel 2025 a 945 TWh nel 2030, circa il 3% della domanda elettrica globale. Goldman Sachs, in una stima Goldman Sachs, calcola un aumento del 165% entro il 2030, con gli hyperscaler che assorbiranno il 70% della capacità mondiale e investimenti aggregati per 720 miliardi di dollari in upgrade di rete e 50 miliardi solo in nuova generazione negli Stati Uniti. Ogni revisione peggiora il numero precedente.
I data center europei consumeranno 1.050 TWh in pochi anni, secondo uno scenario già documentato. La stima Gartner del 2026 mostra la velocità di scollamento fra previsione e realtà: 500 TWh era il numero atteso per il 2027, sforato dodici mesi prima senza che nessuno fosse pronto. Gli scenari di pianificazione energetica delle utility e dei regolatori, costruiti su modelli di crescita lineare, hanno smesso di funzionare. La domanda esplode.
Nel 2026 i server AI bruceranno il 31% di tutta l’elettricità dei data center.
PJM Interconnection, l’operatore di rete che serve tredici stati USA dalla Virginia all’Illinois, ha visto i prezzi all’ingrosso passare da 77,78 a 136,53 dollari per megawattora nel primo trimestre del 2026, con un aumento del 75,5%. Il prezzo della capacità, asta che remunera la disponibilità di generazione futura, è salito da 28,92 a 329,17 dollari per megawatt-giorno, toccando il tetto massimo regolatorio. L’Institute for Energy Economics and Financial Analysis ha calcolato che i prezzi di capacità si sono moltiplicati per dieci, e che i data center sono responsabili del 63% di quell’aumento. La bolletta dei 67 milioni di residenti dell’area PJM crescerà del 15% nel 2026 e di 70 dollari al mese entro il 2028.
Gli hyperscaler hanno scelto di smettere di dipendere dalla rete. Tom’s Hardware ha raccontato come ormai i data center devono produrre energia per restare competitivi. Microsoft ha firmato con Constellation un Power Purchase Agreement ventennale da 835 megawatt per il riavvio di Three Mile Island, ribattezzato Crane Clean Energy Center, online nel 2027 dopo un prestito federale da un miliardo di dollari ottenuto nel novembre 2025. Il prezzo stimato dell’energia in uscita è di 110-115 dollari per megawattora, più del doppio del prezzo medio storico della rete americana.
Amazon ha siglato con Talen Energy un accordo per 1.920 megawatt nucleari fino al 2042, ha investito 500 milioni in X-energy per lo sviluppo di reattori modulari piccoli e ha annunciato oltre 20 miliardi per un campus AI a Susquehanna. Google ha firmato con Kairos Power per costruire fino a sette SMR per un totale di 500 megawatt, con il primo online nel 2030 e il completamento nel 2035. Meta ha lanciato una richiesta di proposte per 4 gigawatt di nucleare e ha annunciato impegni totali per 5,2 gigawatt, con consegne fra il 2032 e il 2035. L’aggregato Big Tech supera i 50 miliardi di dollari in nucleare, 9,7 gigawatt distribuiti su almeno tredici deal noti a inizio 2026.
Le centrali arrivano dopo il bisogno. Three Mile Island riparte nel 2027, gli SMR nel migliore dei casi nel 2030, i progetti Meta non prima del 2032. La domanda di elettricità sale ora, e nel buco fra adesso e l’arrivo del nucleare aziendale la differenza la sta coprendo il gas naturale, che brucia gas naturale in misura crescente e fa saltare ogni claim di sostenibilità degli operatori. Le emissioni di Microsoft sono cresciute del 30% dal 2020, quelle di Google del 48%, e nessuna delle due è in linea con i propri obiettivi net-zero dichiarati.
PJM ha alzato del 75% i prezzi, la bolletta la pagano i residenti.
In Europa il muro arriva prima, e l’Italia è dentro la stanza
L’Europa parte con consumi data center più bassi degli Stati Uniti ma con margini di rete più stretti. Schneider Electric calcola scenari fra 45 e 145 TWh entro il 2030 solo per l’Unione, e il dato Gartner globale rende il limite alto più probabile di quello basso. La Commissione europea, secondo quanto riportato da Tom’s Hardware, ha avviato la consultazione per una etichetta energetica europea per i modelli AI venduti alle imprese, primo tentativo regolatorio di rendere trasparente il costo elettrico del training e dell’inference. Tardivo ma non inutile.
L’Italia è dentro lo stesso scenario, con una specificità: Terna ha ricevuto in un anno richieste di connessione per 69 gigawatt di nuovi data center, una cifra che da sola supera la potenza di picco del sistema elettrico nazionale. La Lombardia ha approvato il 26 maggio 2026 la prima legge italiana sui data center, criticata dalla Cia per i vincoli deboli sul consumo di suolo agricolo. L’Irlanda, che ha già il 22% dell’elettricità nazionale assorbita dai data center, è proiettata al 30-31% entro il 2030, una quota che nessun sistema elettrico europeo è in grado di sostenere senza ridisegnare priorità d’uso.
La legge lombarda del 26 maggio 2026 è il primo tentativo italiano di disciplinare l’insediamento dei data center, con criteri di consumo idrico, efficienza energetica e tutela paesaggistica. La Confederazione italiana agricoltori ha criticato il provvedimento come debole sui vincoli al consumo di suolo agricolo, perché lascia ai Comuni il margine di approvare campi server su aree vocate a colture, in cambio di compensazioni economiche. È un modello che funziona quando i Comuni hanno autonomia tecnica per valutare; molto meno quando un sindaco di 4.000 abitanti deve negoziare con un hyperscaler da 200 miliardi di capitalizzazione. Sul piano europeo, l’Irlanda mostra cosa succede quando la pianificazione manca: i data center sono passati al 22% del consumo elettrico nazionale nel 2024, sono proiettati al 30-31% entro il 2030, e l’autorità regolatoria irlandese ha dovuto bloccare nuove connessioni nell’area di Dublino per mancanza di capacità. L’allarme irlandese vale per ogni cluster europeo che concentri server AI su poche aree.
La transizione la pagano i cittadini, non gli hyperscaler. Tom’s Hardware ha già scritto come l’AI scarica sulla bolletta domestica costi che nessuno ha votato. Nei tredici stati PJM accade adesso: 70 dollari al mese in più entro il 2028 per 67 milioni di residenti, mentre Microsoft, Amazon, Google e Meta firmano contratti che bloccano l’output di centrali nucleari per vent’anni a prezzi negoziati lontano da qualsiasi controllo pubblico.
Il 2030 sarà una scelta politica, non un dato tecnico
Gartner ha sbagliato la propria stima del 2027 con due anni di anticipo. Le proiezioni sull’elettricità dei data center invecchiano malissimo a ogni revisione, e ogni aggiornamento conferma che il modello mentale con cui regolatori e utility hanno pianificato gli ultimi vent’anni di rete non funziona più. La domanda elettrica delle AI è strutturalmente discontinua, e una rete progettata per assorbire il consumo di lavatrici e fabbriche metalmeccaniche non sta reggendo l’urto di un campus iperscala da due gigawatt. PJM è già diventata il banco di prova: aumenti del 75% all’ingrosso, capacità al tetto regolatorio, bollette in salita per decine di milioni di famiglie. Quello che succede in Pennsylvania nel 2026 succederà in Lombardia entro il 2030.
Negli Stati Uniti il costo della rete satura viene scaricato sui residenti, mentre le Big Tech costruiscono enclave energetiche private intorno a centrali nucleari riaperte con prestiti federali. È sovvenzione pubblica al consumo privato sotto forma di mancata redistribuzione del costo. In Europa l’etichetta energetica per modelli AI è il primo tentativo serio di rendere visibile il problema, ma arriva con anni di ritardo rispetto alla curva di domanda, e la legge lombarda mostra che il livello regionale non ha gli strumenti per regolare un fenomeno globale. Il 2030 sarà una scelta politica su chi paga la transizione, prima ancora che un punto di ingegneria di rete: se gli hyperscaler, attraverso una tariffazione enterprise che rifletta il costo reale di sistema, oppure i cittadini, attraverso aumenti in bolletta giustificati come modernizzazione della rete. Senza un quadro UE che separi il consumo enterprise legittimo da quello speculativo dei data center costruiti su scommesse di mercato AI ancora tutte da verificare, l’etichetta energetica resta cosmesi normativa. Gartner dice 1.200 TWh nel 2030. Nessuno ha ancora detto chi li pagherà.
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Sara Romano
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