Le collezioni del Museo di San Marco a Firenze si arricchiscono di due preziosi esemplari di vasi in porcellana a pasta tenera, realizzati tra il 1575 e il 1585 circa e da oggi esposti al pubblico grazie alla generosa donazione di una collezionista d’arte privata.
L’acquisizione è stata presentata oggi nel Refettorio Grande del museo da Carlotta Paola Brovadan, direttrice regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura, Marco Mozzo, direttore del museo di San Marco e dei Cenacoli fiorentini, Jonathan Mennell consulente dʼarte, Marino Marini archeologo medievista, già curatore del Museo del Bargello in collaborazione con la 34esima edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato. A partire da domani, 29 settembre i due preziosi manufatti saranno visibili a tutti nella Sala Greca del Museo di San Marco, dove saranno collocati in una vetrina accanto allo straordinario repertorio di vasi in maiolica rinascimentale storicamente appartenenti alla spezieria del convento.
“Questa donazione rappresenta un gesto di straordinario valore civico e culturale che arricchisce in modo inestimabile il patrimonio pubblico” ha commentato Carlotta Paola Brovadan, direttrice regionale Musei nazionali Toscana. “Accogliere due pezzi di così rara bellezza e rilevanza storica all’interno del Museo di San Marco non solo testimonia la generosità dei privati che scelgono di condividere l’arte con la collettività, ma rafforza anche la missione dei nostri musei statali: valorizzare la memoria del territorio, promuovere la ricerca scientifica ed esaltare la continuità stilistica e storica tra i diversi complessi museali della Toscana.”
Questi eccezionali manufatti rappresentano una testimonianza tangibile del clima di ricerca e sperimentazione scientifica promosso da Francesco I de’ Medici nel vicino Casino di San Marco. Già nel 1568 Giorgio Vasari ricordava nelle sue Vite come persino Bernardo Buontalenti stesse lavorando per svelare i segreti della porcellana; fu tuttavia grazie all’ostinazione del Granduca – e all’aiuto decisivo di un “levantino” – che nel 1575 l’ambasciatore veneto Andrea Gussoni poté registrare nei suoi dispacci i primi storici successi a Firenze nella produzione delle “porcellane d’India”, lodandone la trasparenza, la durezza, la leggerezza e la delicatezza. Affascinato dall’alchimia e diviso tra l’isolamento del suo celebre Studiolo e un’instancabile curiosità sperimentale, Francesco I diede così vita alla prima manifattura europea di porcellana a pasta tenera, la cosiddetta Porcellana Medici. Le temperature di cottura elevatissime per le tecnologie del XVI secolo e i costi esorbitanti fecero sì che la produzione si interrompesse con la morte del sovrano nel 1587: dei circa trecento pezzi censiti negli inventari di corte ne sopravvivono oggi appena sessanta o settanta al mondo, rendendo dunque questa acquisizione un evento di straordinario rilievo.
Entrambi i manufatti recano dipinta sul fondo il celebre marchio di fabbrica della manifattura medicea: la cupola di Santa Maria del Fiore in azzurro, sovrastata dalla lettera maiuscola “F” a indicare la capitale granducale.
Il boccale, o mesciroba, alto 16 centimetri e caratterizzato da un corpo globulare con un lungo collo cilindrico e un peculiare beccuccio versatore a sezione triangolare, sfoggia un’ansa sinuosa formata da due corpi anguiformi appaiati; la sua decorazione in blu intenso su fondo bianco propone peonie, margherite e fiori di loto d’ispirazione Ming – in particolare del periodo Yongle, decorazione che a sua volta si ispira alle sagome dei vasellami islamici in metallo – che si fondono con suggestioni formali dei mescirobe ispano-moreschi ad alto collo e corpo sferoidale realizzati nella zona di Valencia fra XIV e XV secolo.
Dai documenti d’archivio prodotti dalla Guardaroba medicea si ricava la citazione di una porcellana realizzata a Firenze avvicinabile alla forma qui descritta: “un boccaletto di porcellana di Firenze, con suo manico a serpe rotto in bocca, alto 1/4”.
Il secondo pezzo, alto circa 20 centimetri, è un vaso dal corpo ovoidale con due anse serpentiformi contrapposte e un tubetto versatore esagonale che sporge dal corpo. La forma del vaso è affine a quella di alcune maioliche urbinati decorate a grottesche, presenti nelle collezioni medicee già dal 1569. Negli inventari della corte fiorentina di fine XVI secolo si conserva una descrizione che calza perfettamente con la forma del manufatto oggetto del dono: “[Una] brocchetta con dua manichi a serpe di porcellana nostrale et il becchuccio nel corpo”.
I due vasi trovano la loro collocazione ideale all’interno di una vetrina nella Sala Greca del Museo di San Marco, ambiente storicamente dedicato all’esposizione dello straordinario repertorio di maioliche rinascimentali della produzione di Montelupo appartenute alla spezieria del convento domenicano. Questo allestimento favorisce un dialogo immediato tra la ceramica farmaceutica, la cultura materiale e la ricerca scientifica granducale, aprendo al contempo un ponte ideale con le prestigiose raccolte di maioliche istoriate conservate al Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo. Il legame è reso ancora più profondo e diretto dalla presenza nel museo aretino di un altro pezzo di grande valore: il raro e grande bacino, anch’esso in porcellana Medicea e con il marchio di fabbrica della manifattura fiorentina visibile sul fondo, raffigurante San Matteo e l’angelo, scena tratta da un’incisione Heinrich Aldegrever su disegno di Georg Pencz. L’opera, databile tra il 1570 e il 1580, faceva parte della straordinaria collezione dell’ingegnere e architetto Vincenzo Funghini, raccolta che fu destinata, alla morte della moglie di Funghini nel 1935, al Comune e alla Fraternita dei Laici di Arezzo e dal 1958 esposta nei locali del Museo nazionale d’arte medievale e moderna.
Questo straordinario bacino si affianca ai due esemplari fiorentini appena donati, portando così a tre le rarissime porcellane medicee custodite negli istituti della Direzione regionale Musei nazionali Toscana del Ministero della Cultura. Condividendo matrici stilistiche, tipologiche e storiche, le opere e i due musei testimoniano ancora una volta la forza di una visione integrata del patrimonio, capace di connettere la grande stagione di sperimentazione medicea con il ricco tessuto d’arte diffuso nel territorio.

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