Contesti molto diversi tra loro, ma accomunati da una stessa esigenza: aumentare produttività ed efficienza in sistemi agricoli che non hanno ancora completato la transizione digitale.
L’agritech? Ha più potenziale nei mercati dove la tecnologia manca ancora quasi del tutto: dove un agricoltore decide quando irrigare tastando il terreno con il piede, dove nessuno sa quanto costa l’acqua che usa, dove la differenza tra una stagione positiva e una negativa dipende dall’esperienza personale di un unico uomo anziano che gestisce mezzo ettaro da solo. In quei luoghi, una soluzione di monitoraggio fisiologico delle piante non è un upgrade di sistema: è una rottura di paradigma e cambia il mondo. E quali sono questi mercati? La risposta è per certi aspetti sorprendente: perché parliamo di Corea del Sud, che in altri ambiti è un campione tecnologico ma che nel settore agricolo è arretrata e frammentata; di Brasile e Cile, mercati dove invece le aziende agricole sono enormi ma non esistono sussidi pubblici e di Sud Africa, per cui il settore vale meno del 3% del PIL ma è importantissimo sul fronte export.
Come si scopre guardando la mappa globale, i mercati più interessanti per esportare le tecnologie italiane per l’agricoltura non sono i grandi mercati maturi europei. Sono quelli dove il ritardo tecnologico è la norma, ma la pressione a cambiare è già arrivata.
La Corea del Sud: paradosso hi-tech
La Corea del Sud è una delle economie più avanzate al mondo sul piano tecnologico: elettronica, semiconduttori, robotica, intelligenza artificiale. Eppure la sua agricoltura è ancora in larga parte analogica.
Le famiglie agricole sono scese a 974.000 nel 2024, mentre la popolazione agricola complessiva ha toccato meno di 2 milioni di persone, quasi la metà con più di 65 anni. Solo l’1% dei responsabili aziendali agricoli è giovane: una crisi demografica rurale che non si risolverà con incentivi ordinari. Il governo ha risposto con il Primo Piano Quinquennale per la Promozione dello Smart Farming (2025-2029), che stanzia circa 2 miliardi di dollari e prevede sussidi fino al 50% sui costi iniziali per le aziende che adottano tecnologie avanzate. Il mercato dello smart farming vale già circa 440 milioni di dollari e punta a crescere a un CAGR tra il 7,8% e il 15,5% a seconda del segmento entro il 2033. L’ecosistema IoT agricolo complessivo si stima raggiunga 1,56 miliardi entro il 2030.
Sul campo però il dualismo è profondo: da un lato aziende minuscole con gestione empirica, dove un agricoltore non sa quanto spende per l’irrigazione; dall’altro gli Innovation Hub governativi, che accolgono under 39 per due anni di formazione applicata in serre, per sperimentare le tecnologie più avanzate e poi applicarle nei propri campi. È in questo secondo mondo che si apre lo spazio per le tecnologie esterne — a patto di abbandonare l’approccio europeo ed entrare con logica di partnership locale e white label, affiancandosi a player come Naretrends, piattaforma con oltre 1.500 agricoltori principalmente in serra, presente anche in Cina, Kazakistan, Cambogia e Russia o Korea Digital, che copre circa il 40% delle serre coreane e ha già costruito relazioni governative profonde.
Il Brasile: scala industriale, zero sussidi
L’agricoltura brasiliana vale circa 131 miliardi di dollari nel 2025, con previsioni di crescita a 175 miliardi entro il 2034. Il Paese è il più grande esportatore mondiale di soia, il secondo produttore globale di mais, e leader nell’export di caffè, zucchero e succo d’arancia. Il mercato dello smart farming ha raggiunto tra i 400 e i 670 milioni di dollari nel 2025 a seconda delle fonti, con proiezioni di crescita tra il 7,8% e il 15,9% annuo fino al 2033.
Qui la scala cambia completamente: parliamo di aziende da milioni di ettari. La tecnologia non è un’opzione: è una leva indispensabile per gestire questa complessità. La differenza strutturale rispetto all’Europa è l’assenza di un sistema di sussidi diffuso. Il governo brasiliano ha stanziato 516 miliardi di real per il credito agricolo nel piano 2025/26, ma si tratta principalmente di credito a tasso agevolato, non di contributi a fondo perduto per la digitalizzazione. In Brasile – ma anche in altri paesi dell’America Latina, come il Cile – il bilancio deve tornare senza aiuti pubblici. Questo spinge naturalmente verso soluzioni che migliorano efficienza e resa in modo misurabile. Nel primo trimestre del 2025, gli investimenti in agrifoodtech brasiliani sono cresciuti del 32% su base trimestrale e dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2024, con Solinftec che ha chiuso un round Series D da 60 milioni di dollari: segnali che il mercato è maturo per capitali seri.
Il Cile: l’hub frutticolo che guarda all’innovazione
Il Cile è uno dei casi più interessanti perché combina due caratteristiche rare nello stesso mercato: know-how agricolo di eccellenza e apertura strutturale all’innovazione. L’agricoltura rappresenta un settore che pesa fino all’8% del PIL (considerando l’intera filiera) e circa il 25% delle esportazioni. Il Paese è tra i principali esportatori globali di frutta e vino, grazie a un modello basato sulla controstagione e su una logistica fortemente integrata verso Europa, Stati Uniti e Asia. La pressione sulle risorse è però elevata: l’agricoltura assorbe circa il 72% delle risorse idriche nazionali, rendendo l’efficienza irrigua una necessità strutturale, soprattutto in un contesto di crescente stress climatico che ha portato, in alcune aree settentrionali, a deficit pluviometrici fino al 100%.
La Central Valley produce il 70% degli export frutticoli nazionali, con oltre il 60% delle aziende che nel 2025 integra già soluzioni di precision farming. Il governo ha lanciato all’inizio del 2025 il programma “Chile Feeds the Future” in partnership con la Banca Inter-Americana di Sviluppo, con un budget di 50 milioni di dollari per attrezzature e infrastrutture. Già nel 2024 la Banca Mondiale aveva finanziato con 250 milioni di dollari la gestione idrica rurale. Un mercato che incentiva la tecnologia non per moda, ma per sopravvivenza competitiva.
Il Sudafrica: capitali internazionali e filiere di export
Il Sudafrica presenta un profilo diverso: l’agricoltura pesa circa il 2,5% del PIL, ma ha un ruolo molto più rilevante nell’export. Il Paese è tra i principali esportatori mondiali di agrumi e vino, con esportazioni agricole che hanno raggiunto circa 13,7 miliardi di dollari nel 2024. Questo orientamento internazionale si riflette anche negli investimenti: il settore è tra i più dinamici nell’adozione di tecnologie per l’efficienza produttiva, spinto in particolare dalla scarsità d’acqua e dalla necessità di mantenere competitività sui mercati globali. In questo contesto, l’agritech cresce rapidamente, sostenuto sia da capitali locali sia da player internazionali: il mercato ha toccato 1,1 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita storica superiore al 15% annuo nell’ultimo quinquennio. Investimenti in smart farming pari a circa 2 miliardi di rand negli ultimi anni, con John Deere che ha impegnato 305 milioni di dollari in trattori autonomi e Bayer che ha portato la sua piattaforma Climate FieldView su 5 milioni di ettari.
Anche qui la scarsità d’acqua è il problema più urgente del settore ma le grandi aziende export-oriented, spesso sostenute da capitali internazionali, hanno sia la disponibilità sia l’incentivo a investire in soluzioni di monitoraggio fisiologico.
La geografia del gap
Il filo che attraversa tutti questi mercati è sempre lo stesso: non è dove la tecnologia è già diffusa che si gioca la partita più importante. È dove l’agricoltura è ancora in una fase pre-digitale, ma le pressioni esterne –demografiche, climatiche, competitive, di mercato export – hanno già creato la domanda. Là dove manca manodopera e non si può fare a meno di automatizzare. Dove l’acqua è scarsa e ogni litro deve essere ottimizzato. Dove le produzioni devono rispondere a standard internazionali di qualità che le pratiche empiriche non garantiscono più.
A cura di Matteo Beccatelli, CEO & Co-Founder di Plantvoice
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