E lo fa toccando alcuni dei dossier più sensibili del dibattito europeo: dalla crisi di Ceuta, dove invita alla prudenza sulle responsabilità del Marocco ma ribadisce che «quella è la nostra frontiera esterna e dobbiamo proteggerla», alla ricostruzione di Gaza e al rapporto con il Board of Peace, fino alla questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sullo sfondo resta una convinzione: per Bruxelles il Mediterraneo non è più soltanto uno spazio di cooperazione, ma sempre più un terreno sul quale sicurezza, migrazioni, sviluppo e politica estera finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.
La commissaria europea Dubravka Šuica
Qual è oggi la sua valutazione del Board of Peace e del suo ruolo nel futuro di Gaza?
Ho partecipato lo scorso febbraio a Washington al lancio del Board of Peace soltanto come osservatrice, non come membro, su invito del presidente Trump alla nostra presidente von der Leyen. Successivamente ho visitato Israele e Palestina, ed è stato molto importante. Nel 2025 von der Leyen aveva annunciato il gruppo dei donatori per la Palestina e finora abbiamo tenuto due riunioni, cercando di riunire tutte le parti interessate per avviare la ricostruzione di Gaza, ma anche per occuparci della Cisgiordania.
Abbiamo un programma da un miliardo di euro per finanziare lo Stato di Palestina: significa, per esempio, pagare gli stipendi dei poliziotti e dei medici. L’Unione europea è il principale donatore della Palestina. Durante la visita in Israele, con il ministro degli Esteri e altri interlocutori, è stata approvata la possibilità di avviare due piccoli progetti di ripresa iniziale: uno per la gestione dei rifiuti e uno per quella dell’acqua.
Cominceremo da piccoli progetti per riportare la vita a Gaza. Alla seconda riunione del gruppo dei donatori per la Palestina siamo riusciti a raccogliere quasi 900 milioni di euro per la ricostruzione di Gaza. Rispetto all’anno scorso è un buon passo avanti. Non abbiamo alcun accesso a Hamas e non sappiamo come costringerlo. In questo momento, però, riceviamo segnali positivi da entrambe le parti e dalle persone del Board of Peace. Anche loro comprendono di dover essere parte della soluzione. Dobbiamo quindi collaborare con il Board of Peace. Come ho detto, abbiamo anche una sorta di Board of Peace europeo, che è il gruppo dei donatori per la Palestina. Ma non abbiamo influenza sulla decisione di Hamas di andarsene o meno.
One Sea, One Pact, One Future.
With the Pact for the Mediterranean, we are writing a new chapter in our cooperation journey. pic.twitter.com/fl5zN2TOGE
— Dubravka Šuica (@dubravkasuica) October 16, 2025
Il dialogo interreligioso può essere uno strumento concreto di pace nella regione?
Abbiamo il Patto per il Mediterraneo, che rappresenta il quadro del nostro lavoro. Non lo consideriamo soltanto un documento: è accompagnato da un piano d’azione.
Ha tre pilastri. Il primo riguarda le persone, quindi investire nelle persone. Il secondo è l’economia. Il terzo comprende sicurezza, difesa e migrazione. Oggi migrazione e sicurezza si trovano nello stesso pilastro: dieci anni fa, quando ero al Parlamento europeo, sarebbe stato inimmaginabile. Questo aiuta a capire quanto sia cambiata la situazione. Nel pilastro dedicato alle persone rientrano anche cultura, sport, religione e dialogo interreligioso. Abbiamo contatti con quasi tutte le principali religioni: con i cristiani, con la comunità ebraica e con i musulmani.
La situazione cambia naturalmente da Paese a Paese. In Siria, per esempio, i cristiani non si trovano in una buona situazione. Cerchiamo di fare ciò che possiamo senza schierarci e di utilizzare la religione come parte della soluzione.
A che punto è invece il progetto dell’alleanza delle università mediterranee?
L’alleanza delle università è a buon punto. Entro la fine dell’anno saremo in grado di inaugurare questa alleanza, o rete, di università. Devo citare il vostro ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Romano Prodi, che ha avviato questa iniziativa insieme a noi. Le sue conoscenze, la sua esperienza e la sua prudenza sono importanti. All’inizio del mio mandato Prodi è venuto a trovarmi a Bruxelles e mi ha chiesto: «Puoi realizzare il mio sogno?». Gli ho risposto: «Realizzare il tuo sogno? Sei stato presidente della Commissione e non ci sei riuscito, e adesso ti aspetti che lo realizziamo noi?». E lo faremo. Voglio mettere in contatto i giovani del Mediterraneo, i ricercatori, gli studenti e chiunque sia interessato a farne parte. Si tratta anche di utilizzare Erasmus. Politicamente è molto delicato.
Se ci sono elezioni in un Paese come la Francia e parlo dell’estensione di Erasmus+ alla Siria e ad altri Paesi, diventa molto complicato spiegare come utilizziamo il denaro dei contribuenti europei. Ma è qualcosa che va anche a nostro vantaggio. Parliamo comunque di numeri molto piccoli. Vogliamo mostrare che queste persone possono venire qui, beneficiare delle nostre competenze e poi tornare a costruire i loro Paesi. Enrico Letta, nel suo rapporto, propone un’altra libertà europea: oltre alla libertà di movimento, il diritto di restare. Come si può garantire il diritto di restare? Soltanto creando le condizioni perché le persone possano farlo.
Ma l’Europa ha bisogno anche di immigrazione legale?
Vorrei chiarire una cosa: c’è chi mescola intenzionalmente migrazione legale e illegale. Siamo contrari alla migrazione illegale e facciamo tutto ciò che possiamo per contrastarla. Per la migrazione legale ci sono invece i partenariati per i talenti con i governi dei Paesi interessati: accogliamo alcuni dei loro esperti e, allo stesso tempo, facciamo attenzione a non provocare una fuga di cervelli. Non sarebbe corretto portare in Europa tutti i medici della Tunisia o della Siria. È molto importante che i nostri cittadini lo comprendano, perché abbiamo realmente una carenza di forza lavoro. È un tema molto delicato e complicato da spiegare ai cittadini, anche perché talvolta viene strumentalizzato per fini politici ed elettorali. Cerchiamo di rimanere neutrali, sobri e prudenti, per rendere di nuovo grande l’Europa.
Sulla crisi di Ceuta, considera il Marocco un partner oppure un Paese che utilizza i migranti per perseguire obiettivi politici?
Sono in contatto costante con il ministro degli Esteri marocchino fin dal primo giorno. Non ci sono prove che siano stati loro a strumentalizzare la situazione. Non ci sono prove né da parte dell’intelligence spagnola né di quella francese. Secondo me, ciò che è accaduto deve essere indagato.
Allo stesso tempo, le autorità marocchine sono disposte a riprendere tutte, o quasi tutte, le persone. Questo è un elemento che indica che non erano coinvolte. Non sono qui per fare l’avvocata del Marocco, ma l’accordo di partenariato strategico è al momento in sospeso, perché vogliamo vedere se sono davvero impegnati e se vogliono aiutarci su questi temi.
Ci sono ancora dei minori, uno o duemila. Il Marocco è disposto ad accogliere anche loro, ma le autorità spagnole hanno bisogno di garanzie da parte di quelle marocchine, perché bisogna rispettare il diritto internazionale. La Spagna non può rimandarli indietro senza garanzie e senza sapere, per esempio, se siano stati contattati i loro familiari. Il lavoro tra le autorità spagnole e quelle marocchine è in corso. Ho avuto contatti anche con il ministero degli Esteri spagnolo e stiamo cercando di aiutare a gestire la situazione.
Che cosa insegna allora Ceuta all’Europa sulla protezione delle frontiere?
Al momento non abbiamo prove chiare di ciò che è accaduto e di chi sia responsabile. Quella è la nostra frontiera esterna, la frontiera esterna europea, e dobbiamo proteggerla. Non voglio accusare le autorità spagnole o dire che non abbiano fatto abbastanza, ma dobbiamo proteggere le nostre frontiere esterne europee come le proteggiamo in Finlandia e nel Nord. Il problema adesso riguarda soprattutto i minori, ma penso che sarà risolto. Vorrei mantenere una posizione neutrale e non attribuire colpe, perché il Marocco è un Paese importante per l’Europa. Abbiamo interessi diversi, ma abbiamo bisogno gli uni degli altri ed è un Paese vicinissimo alla Spagna: dobbiamo mantenere questo rapporto. La lezione è che dobbiamo proteggere le nostre frontiere e investire anche in una comunicazione e in una narrazione migliori. È qualcosa da cui dobbiamo imparare.
Alcuni Stati membri hanno chiesto alla Commissione di vietare le importazioni dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Cosa ne pensa?
È una questione molto complicata. Alcuni Paesi hanno chiesto alla Commissione europea di intervenire sui prodotti provenienti dagli insediamenti. Il problema è che nel Consiglio Affari esteri ci sono due diverse visioni. Alcuni Paesi hanno ottimi rapporti con Israele per ragioni storiche che non intendo ricordare. Non vogliono cambiare posizione: hanno le loro argomentazioni e non vogliono compromettere i loro rapporti.
C’è poi un altro elemento: ci avviciniamo alle elezioni israeliane e nessuno vuole interferire con le elezioni. Ci saranno anche elezioni palestinesi: quelle legislative il prossimo novembre e, secondo le promesse, anche quelle presidenziali. È molto importante: anche i palestinesi torneranno alle urne dopo vent’anni e vedremo come potrà evolvere la situazione. La Commissione ha presentato diverse proposte. Stiamo affrontando questi temi dal punto di vista della politica estera, mentre alcuni li considerano dal punto di vista della politica commerciale.
Se li si considera sotto il profilo della politica commerciale, si decide a maggioranza qualificata; sotto quello della politica estera la situazione è diversa. Vedremo. Dopo le elezioni israeliane le cose dovrebbero sbloccarsi. Adesso non penso che ci saranno passi avanti prima della fine di ottobre. Questa è la mia posizione personale.
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