Carola Frediani addio, ci lascia una tra le migliori voci del mondo tech e cybersecurity


Carola Frediani è morta oggi, 3 giugno 2026, a 51 anni, dopo una malattia diagnosticata pochi mesi fa. Era la giornalista italiana che più di chiunque altro ha tenuto insieme cybersecurity, sorveglianza, diritti digitali e geopolitica della rete in un’unica trama leggibile. Aveva lavorato a La Stampa, all’Espresso, a Wired, ad Agi, a Vice, e dal 2018 firmava Guerre di Rete, la newsletter che ha riscritto la grammatica della divulgazione tecnologica italiana. Lascia il marito Luca e un figlio di diciassette anni.

Carola Frediani (1974-2026)

Per chi legge Tom’s Hardware la perdita non è soltanto sentimentale. Di sicurezza informatica in Italia si scrive molto e si capisce poco, e Frediani era una delle pochissime firme che teneva alta l’asticella. Non rincorreva il caso del giorno, lo spiegava. Non traduceva i comunicati delle aziende, li interrogava. E lo faceva su una scala che pochi altri raggiungevano, mettendo insieme Tel Aviv, Bruxelles, Washington e Roma in un solo paragrafo, senza perdere mai il lettore.

La newsletter che ha cambiato la divulgazione tech

Guerre di Rete è nata nel 2018 come newsletter settimanale, distribuita su Substack e ospitata anche da Internazionale. Negli ultimi anni aveva superato i quattordicimila iscritti, costruita su un modello di slow journalism applicato a un terreno dove il rumore di sottofondo è assordante. Ogni domenica una selezione ragionata di storie su sicurezza, privacy, censura, intelligenza artificiale, diritti umani, lavoro digitale, lette sempre in chiave geopolitica. Non il pezzo sulla vulnerabilità per il gusto della vulnerabilità: la connessione fra una falla, l’azienda che la sfruttava, il governo che ne traeva vantaggio, il giornalista o l’attivista che ne pagava il prezzo.

In una intervista pubblicata sul canale B2B Labs di Tom’s Hardware nel 2024 Frediani aveva sintetizzato così la propria missione editoriale.

“Veniamo da anni in cui l’informazione viene considerata una commodity, completamente non solo mercificata, ma svilita. Non solo non si paga, ma fa anche schifo.”

Spiegava la cybersecurity senza tradurre i comunicati delle aziende.

Quella diagnosi era anche la sua bussola operativa. Rifiutava sponsor e pubblicità per scelta, finanziava tutto con donazioni volontarie, e così proteggeva l’indipendenza del progetto da qualunque cliente. Per molti era diventata la lettura del lunedì mattina, quando la rassegna stampa restituiva il rumore ma non il senso. I dossier che oggi diamo per scontati nel discorso pubblico italiano su tecnologia e potere passano in larga parte dal suo lavoro: il caso Pegasus di NSO Group, Paragon Graphite usato in Italia contro giornalisti, i Predator Files sull’industria europea della sorveglianza, l’industria italiana dello spyware da SIO a Spyrtacus. In un modo o nell’altro, nelle grandi inchieste il nome di Carola Frediani c’era sempre o quasi sempre. 

Human Rights Watch e la sicurezza per chi rischia davvero

Dal 2018 Frediani aveva iniziato a operare anche dentro la security applicata. Prima come cybersecurity awareness manager per YNAP, poi nel team di security globale del segretariato di Amnesty International, infine come information security technologist nel team di sicurezza informatica di Human Rights Watch. Conosceva il lato tecnico perché lo praticava, e conosceva il lato umano perché aveva sempre raccontato il digitale a partire dalle vittime, non dai vendor.

In un secondo episodio su B2B Labs aveva descritto il proprio mestiere come una sintesi tra divulgazione e protezione concreta delle persone esposte.

“Volevo dare più approfondimento e complessità a temi che per me sono molto importanti, renderli mainstream, perché hanno delle ricadute e un impatto che travalica l’aspetto tecnico.”

Le aziende italiane che oggi si occupano di sicurezza, dalle PMI alla grande impresa, hanno raccolto frammenti di quel lessico senza sempre riconoscerne l’origine. Anche su Tom’s Hardware Frediani era passata di recente come voce esperta sulla security trasversale, portando il discorso sull’information security dalle ONG al mondo aziendale.

Il vuoto che resta

Carola Frediani è stata una giornalista indipendente, che ha sempre cercato di dire ciò che riteneva giusto, senza doversi adattare alla volontà o ai capricci di qualcun altro.

Ed è difficile sottostimare questa lbertà.  L’Italia è scivolata al 49esimo posto nel World Press Freedom Index 2025 di Reporter Sans Frontières, peggiorando per il terzo anno consecutivo: è il piazzamento più basso dell’Europa occidentale. RSF segnala tre minacce concrete: criminalità organizzata, leggi bavaglio, concentrazione dei media. Su nessuna delle tre la stampa italiana mostra anticorpi solidi.

Aveva trasformato la rassegna settimanale in un piccolo manuale di cittadinanza digitale.

Ebbene, in un paese che già non brilla per libertà di stampa, perdere una firma come Carola Frediani significa perdere uno dei pochi esempi fulgidi di giornalismo libero e indipendente. La sua newsletter è l’evidenza pratica che si potesse fare cybersecurity senza vendere advertorial, scrivere di sorveglianza senza nascondersi dietro la neutralità tecnica, raccontare la geopolitica del cyberspazio senza l’enfasi del thriller. Spero davvero che il team che la aiutava continuerà a far uscire Guerre di Rete. 

Bruno Ruffilli, su  La Stampa parla di “vuoto enorme”: la formula vale anche fuori dalle redazioni, perché il pubblico generalista di cybersecurity in Italia perde la voce più affidabile che avesse.

Il quadro che resta è quello di un giornalismo italiano ancora presidiato da poche firme libere e da una pletora di voci embedded nelle aziende di settore, dove il confine tra inchiesta e public relation rimane poroso. Guerre di Rete era il presidio più chiaro che dimostrava come si potesse fare diversamente. Ricostruirlo non sarà questione di un nome al posto del suo, perché quel modello era costruito su un capitale di credibilità accumulato in vent’anni di mestiere fatto bene.

Ho avuto il privilegio di intervistarla due volte, e oggi spero cjhe quei due video possano aiutare a tenere viva a lungo al sua memoria. Restano i suoi articoli, restano i suoi libri, restano Dentro Anonymous, Deep Web, Guerre di rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa, uscito nel 2025. Resta soprattutto una traccia di metodo: come si tiene insieme rigore tecnico, prospettiva politica e attenzione per chi paga il prezzo della tecnologia. È la lezione che mi porto via oggi.

Grazie Carola, per ogni domenica.


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 Valerio Porcu

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