Critical Raw Material, quali sfide per le materie prime critiche, strategiche e rilevanti in Italia


Rame, magnesio, manganese, litio, terre rare… Questi sono solo alcuni dei minerali inseriti dalla Commissione Europea tra le “Critical Raw Material”, le materie prime critiche considerate da Bruxelles quali materiali di strategica importanza economica per l’Europa, essenziali per il funzionamento di una vasta gamma di ecosistemi industriali e, allo stesso tempo, cruciali per la transizione digital e green. Nel 2023, l’Unione Europea nel aveva adottato un regolamento ad hoc – il Critical Raw Materials Act – per assicurare un approvvigionamento sicuro, efficace e sostenibile di questi elementi, individuandone 34 in tutto (17 dei quali considerati “strategici”). Per capire la risposta dell’economia italiana, il CRIET, il Centro di Ricerca Interuniversitario in Economia del Territorio dell’Università di Milano-Bicocca, diretto dal professore Angelo Di Gregorio, sta portando avanti, in collaborazione con ISTAT, un filone di ricerca, i cui ultimi risultati sono stati presentati nel volume “CRITICAL RAW MATERIAL. Quali Sfide per le Materie Prime Critiche, Strategiche e Rilevanti in Italia”. Ne parliamo con Angelo Di Gregorio e con la coautrice Debora Tortora, professoressa di Economia e gestione delle imprese per il dipartimento di Scienze economico-aziendali e diritto per l’economia del nostro ateneo.

Da dove nasce l’esigenza di questa ricerca?

Il CRIET da un decennio ha avviato un laboratorio sulle materie prime. In particolare quest’ultimo studio si concentra sulle cosiddette “materie prime critiche”, quelle individuate dalla Unione Europea come fondamentali per il futuro dell’industria degli Stati membri e sostanziali per accompagnare la transizione digitale e per contrastare il cambiamento climatico. Nel 2020-2021 avevamo realizzato una prima ricerca per capire la quantità di materie prime presenti in Italia e le necessità delle imprese italiane, sia in termini di disponibilità sul territorio che in termini di approvvigionamenti, arrivando alla conclusione che le materie prime davvero critiche per il nostro Paese coincidessero solo in minima parte con quelle incluse nella lista dell’UE, anche se cresciuta negli anni, passando da 14 voci nel 2011 alle 34 attuali. Ora il CRIET ha svolto un secondo studio, di nuovo insieme ad Istat, per rispondere a due questioni: le materie prime critiche e strategiche definite dall’Unione Europea sono davvero significative per l’economia nazionale? Se tali materie prime risultassero significative per l’economia nazionale, sono effettivamente impiegate per sostenere la transizione green & digital dell’Italia?

Quali aspetti ha preso in considerazione lo studio?

Il fabbisogno di queste risorse è soddisfacibile essenzialmente per due vie. O mediante disponibilità interna di materie prime critiche e strategiche, grazie ai processi di estrazione e raffinazione, o facendo ricorso a materie prime seconde. Ma entrambe queste opzioni sono poco praticate in Italia. Oppure attraverso l’acquisto esterno. A questa seconda modalità fa riferimento lo studio, procedendo ad una analisi delle importazioni di materie prime critiche e strategiche nel periodo tra il 2015 e il 2023. Il dataset utilizzato per l’analisi è stato costruito da ISTAT partendo dal registro degli operatori che realizzano scambi di merci con l’estero, i cui relativi codici sono stati individuati, trattati e ricondotti alle 34 materie prime dell’elenco europeo. A questi sono stati aggiunti ulteriori 12 elementi definiti “rilevanti” per lo scenario italiano, previa validazione di un gruppo di esperti. Per i 45 elementi studiati sono stati evidenziati caratteristiche essenziali, principali Paesi produttori, possibilità di riciclo e domanda.

Quali sono stati i risultati dello studio?

I risultati nell’anno più recente della serie osservata (2023) mostrano che le materie prime critiche individuate dalla Commissione Europea interessano meno del 4 per cento dell’import totale, per un valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, che sale a circa 22 miliardi di euro se si considerano anche le importazioni di materie prime strategiche (59 per cento totale). Se tali dati sembrano attestarne l’interesse per il sistema produttivo nazionale, è da considerare che il solo elemento rame, aggiunto insieme al nichel nella lista nel 2023 quale materia prima strategica, pur non presentando problemi di approvvigionamento, rappresenta il 20 per cento dell’import del campione (7,5 miliardi di euro in valore). A livello nazionale l’attenzione deve rivolgersi anche verso risorse di effettiva utilità per la competitività del Sistema Paese, come le materie prime rilevanti, che rappresentano il 41 per cento delle importazioni totali effettuate nel 2023, pur in mancanza di specifici programmi a livello governativo volti a garantirne la continuità di fornitura. Per rispondere alla prima questione, la nostra ricerca ha messo in luce una parziale significatività delle materie prime critiche e strategiche definite dall’Unione Europea. Esse rappresentano una quota importante del fabbisogno di materie prime, ma lontana dal coprire le esigenze dell’industria nazionale.

Quale invece la risposta per la seconda questione?

La quantità e la destinazione d’uso delle materie prime strategiche, essenziali per i processi produttivi correlati alle tecnologie green & digital, rivelano uno sfruttamento davvero contenuto. Infatti, quasi l’89 per cento delle importazioni nel 2023 ha riguardato dieci elementi, di cui solo 4 vengono classificati come materie prime strategiche – rame, bauxite, platinoidi e nichel – impiegate per lo più nell’industria tradizionale. Pur trattandosi di materiali essenziali per il funzionamento di settori chiave (secondo il Critical Raw Materials Act), in Italia vengono poco impiegati in processi produttivi destinati a sostenere la transizione green & digital. Una prova che la disponibilità di input produttivi non basta se non è sostenuta da politiche industriali che favoriscano lo sviluppo delle connesse filiere.

Come orienterete ora la vostra ricerca?

Stiamo procedendo con lo studio sulle Critiral Raw Material spostando l’osservazione a livello europeo. L’intento è valutare i flussi di import/export che si sviluppano all’interno dell’Unione Europea e con i paesi extra-UE, per costruire filiere e traiettorie di innovazione. Inoltre, vogliamo lanciare un osservatorio permanente su questo tema e approfondiremo il tema del riciclo collaborando con alcuni consorzi e aziende attivi in questo ambito”.




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