Gli intermedi chimici rappresentano un anello strategico della filiera farmaceutica: sono i “mattoni” da cui prende avvio la produzione dei principi attivi farmaceutici, componenti essenziali dei medicinali destinati all’uso umano e veterinario. La loro produzione richiede standard estremamente elevati di qualità, purezza e affidabilità, insieme al rigoroso rispetto delle Norme di Buona Fabbricazione (GMP, Good Manufacturing Practice). In questo scenario altamente specializzato e competitivo, l’Italia conserva un ruolo di primo piano a livello internazionale nella produzione di principi attivi farmaceutici, grazie a un patrimonio consolidato di competenze, capacità produttiva e know-how industriale. Una vocazione fortemente orientata ai mercati internazionali: quasi il 90% del giro d’affari è generato dall’export, con gli API e gli intermedi prodotti in Italia destinati a mercati di tutto il mondo. Per approfondire l’argomento ne abbiamo parlato con Marcello Fumagalli, direttore generale di CPA Italy, l’Associazione Italiana dei Produttori di Principi attivi ed Intermedi per il mercato dei farmaci generici che rappresenta le principali imprese del Settore industriale chimico farmaceutico italiano.
Iniziamo con una prospettiva internazionale: può dirci quali sono i Paesi che risultano come maggiori produttori di intermedi farmaceutici?
«La produzione globale di intermedi farmaceutici è concentrata soprattutto in Cina e India, seguite da Stati Uniti ed Europa, che ospitano grandi gruppi chimico‑farmaceutici. I dati disponibili secondo quanto evidenziato nello studio 2025 di CPA, mostrano che il primato globale è fortemente sbilanciato verso i due Paesi asiatici dove si trovano i maggiori poli produttivi e di esportazione. L’ampia presenza di aziende chimico farmaceutiche in Cina garantisce una forte capacità produttiva a costi competitivi oltre a una “supply chain” molto integrata. L’India rappresenta il secondo polo globale con una concentrazione di produttori di API e intermedi tale da ricoprire un ruolo decisivo per l’industria dei farmaci equivalenti e per l’export verso Europa e USA. La produzione di intermedi complessi e prodotti specializzati rimane invece una prerogativa degli Stati Uniti e dei Paesi europei (Germania, Francia, Italia) nonché della Svizzera dove esiste una concentrazione di grandi gruppi farmaceutici. Un’ulteriore grossolana suddivisione vede la Germania con la Francia tra i principali produttori di intermedi mentre in Svizzera e Italia si registra una significativa presenza di industrie CDMO, anche se non sempre ai primi posti per volumi, e di produzione di API. In sintesi, Cina e India guidano il mercato per volumi e capacità produttiva mentre Europa e USA eccellono per qualità, complessità e innovazione. Una mappa dei flussi globali di API ed intermedi chimici è riportata nella Figura 1».
In che modo l’attuale scenario geopolitico e i conflitti internazionali stanno influenzando il mercato?
«Il quadro generale dei conflitti in essere (Ucraina, Medio Oriente, tensioni USA‑Cina, etc.) ha determinato un nuovo disegno nel mercato internazionale degli intermedi chimico farmaceutici e ciò è avvenuto attraverso tre fattori chiave; prezzi delle materie prime, catene di fornitura e riallineamento geopolitico dei blocchi economici, aumenti dei costi energetici. I prezzi e le disponibilità delle materie prime hanno subito una rilevante variazione dovuta allo “shock energetico” conseguente alla guerra in Ucraina e all’aumento dei prezzi di gas e petrolio. L’impennata dei costi, di entrambe le voci, ha condizionato, in modo drastico, il rincaro delle produzioni per tutti i comparti industriali energivori come quello della chimica fine di sintesi alimentando una tendenza inflattiva globale e la riduzione dei margini a loro volta causa del trasferimento dei costi a valle (API, farmaci finiti). Ulteriori problemi sono sorti per le tensioni geopolitiche (sanzioni, blocchi logistici, rischi sui corridoi marittimi e terrestri) che hanno reso più fragili le catene di approvvigionamento complessive aumentando i tempi di consegna».
Sembra però che l’Europa stia a guardare, oppure sbaglio?
«In questo contesto le relazioni tra l’Europa e gli Stati membri sono messe veramente alla prova e i piani per evitare qualsiasi tipo di scollamento appaiono al momento in forte ritardo. L’Europa sembra che abbia abdicato mostrando un’incapacità nell’affrontare le problematiche mondiali. Sembra che permetta una “libertà di risposta” non consona al proprio ruolo unificatore fra gli Stati che la compongono. Con la crisi la dipendenza esterna dell’Europa è stata messa a nudo, rendendola consapevole di essere vulnerabile non solo sul piano energetico, ma anche su molti aspetti industriali, alcuni dei quali critici per la sua sopravvivenza. Le materie prime e gli intermedi chimico farmaceutici, necessari a loro volta alla sintesi dei principi attivi, cuore pulsante dei “medicinali” finiti, sono un esempio. L’UE, colpita duramente dalla crisi energetica e dal rallentamento del commercio internazionale, sta spingendo sull’autonomia cercando di ridurre la propria dipendenza energetica e produttiva varando politiche di “reshoring” e di “friend‑shoring” il cui obiettivo è quello di riportare in Europa (o in Italia) produzioni considerate critiche. La scelta della soluzione di “friend‑shoring”, ovvero spostare parte della produzione verso Paesi affini e più stabili politicamente, può offrire maggiore tranquillità anche se lo spostare le produzioni verso certe aree considerate più “affidabili” comporterebbe investimenti ingenti in un breve periodo. I nuovi equilibri hanno imposto nuove sfere di influenza e alleanze nel tentativo di creare alternativi circuiti commerciali verso Paesi non allineati o “ponte” come Turchia, India e alcuni Paesi asiatici».
Qual è invece la situazione nel nostro Paese?
«Le industrie italiane di chimica fine farmaceutica in questo contesto di incertezza hanno compreso la necessità di gestire il “rischio fornitori” diversificando le fonti. La pianificazione di fornitura, dopo il Covid e le tensioni di ogni genere, ha imposto di combinare una nuova geografia di approvvigionamento, rivalutando il ruolo dei fornitori dei “Paesi amici” e, riducendo per quanto possibile la dipendenza da fornitori extra UE ad alto rischio. Un’altra tendenza è la prudenza alla “mutazione di complessità” spostando, dove possibile, da intermedi “commodities” a intermedi speciali ad alto valore aggiunto più difendibili e meno sottoposti alla pura “dogs fighting” dei prezzi. A tutto ciò si unisce la resilienza operativa attraverso la creazione di scorte intelligenti e mirate su materie prime e prodotti critici e non solo magazzino pieno. L’opportunità settoriale a cui si fa ancora riferimento, sfruttando l’immagine di leadership ricoperta per decenni, è la storica posizione della nostra industria da sempre collegata al principio non tanto del “fornitore economico”, ma a quello del “fornitore affidabile”. I vantaggi chiave di affidabilità, qualità e “compliance regolatoria” sono armi forti rispetto ai concorrenti low‑cost extra‑UE. Certo è che il mercato deve comprendere il messaggio dell’assioma: “Non competere solo sul prezzo, ma su continuità di fornitura, tracciabilità, e supporto tecnico».
Cosa si può fare per invertire questa tendenza?
«I grandi gruppi Pharma con i produttori europei di intermedi e principi attivi stanno iniziando a dare più peso all’affidabilità, alla ridondanza e alla diversificazione dei fornitori anche a costo di pagare di più. La “ridondanza produttiva” risulterebbe impensabile per il comparto industriale italiano composto in maggior parte da piccole e medie imprese. Avere più linee o siti in grado di produrre gli stessi intermedi chiave per ridurre il rischio di fermo è una soluzione che solo determinati gruppi possono immaginare. “Il fornitore più economico non è più automaticamente il migliore” è il nuovo mantra e molte abitudini, dalle scorte che crescono ai contratti sempre più stringenti con clausole per ogni situazione, sono la trasformazione a cui le industrie chimico farmaceutiche dovranno porre attenzione per garantire la continuità lavorativa e le forniture ai clienti. Lo scenario, in conclusione, si alterna tra rischio e opportunità: rischio per chi è molto esposto a fornitori extra‑UE a basso costo, con margini compressi e volatilità; opportunità per un tessuto chimico‑farmaceutico (CMO/CDMO, produttori di intermedi speciali) nel posizionarsi come fornitore “affidabile ed europeo”, supportato da politiche industriali, da costi energetici sostenibili e iter regolatori non soffocanti. Sicuramente per invertire le tendenze occorre una politica industriale più incisiva, uno degli aspetti troppo poco considerati nei decenni scorsi. I nuovi equilibri geopolitici hanno spinto l’Europa a intervenire di più con incentivi, fondi, semplificazioni per produzioni critiche e l’introduzione di liste di intermedi “strategici” da non lasciare totalmente al mercato globale».
Dal suo punto di vista, c’è la volontà di fare tutto ciò o saremo destinati a diventare sempre più un Paese di “consumatori”?
«Questa è una bella domanda. Dal mio osservatorio ho vissuto situazioni imbarazzanti dove l’industria di chimica fine farmaceutica italiana era considerata un “campo di battaglia” per molteplici aspetti che non voglio elencare. Ripercorrendo gli ultimi trent’anni, il bilancio lascia spazio a sentimenti contrastanti. Ho assistito a trasformazioni profonde e, in alcuni casi, a scelte di politica industriale che non sempre hanno tutelato e valorizzato adeguatamente il patrimonio di competenze del nostro Paese, favorendo non soltanto la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ma anche il progressivo trasferimento all’estero di know-how e realtà industriali. Onestamente non so cosa potrà accadere nell’immediato futuro, certo è che molti intermedi e API sono prodotti in pochi Paesi con un rischio di concentrazione non certo foriero di tranquillità. In tale parte del mondo il basso costo è origine di vecchie chimere capaci di togliere anche ai più avveduti la lucidità per la visione del futuro. A tutto ciò si uniscono gli effetti dei conflitti e delle tensioni politiche che hanno evidenziato la fragilità del modello a cui siamo stati abituati in settant’anni di crescita senza scossoni particolari. Basta una crisi diplomatica, una pandemia o restrizioni all’export per bloccare intere filiere».
Articolo tratto dall’edizione cartacea n.9, ottobre 2026, p.32-34
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