ecco perché l’America è il mercato da presidiare


Dall’Italia guardiamo alla politica americana attraverso un flusso continuo di titoli: dazi annunciati, sospesi, rinegoziati, cancellati dai giudici. Chi fa impresa, però, deve distinguere il rumore dal segnale. Lo notano gli stessi economisti che misurano l’incertezza: nel 2025 l’indice costruito sugli articoli di stampa ha toccato un record storico, mentre le misure ricavate dalle indagini presso le imprese sono rimaste quasi piatte.

Il segnale è un’economia da 30.861 miliardi di dollari: un quarto del prodotto mondiale, con poco più del 4% della popolazione. I soli consumi degli americani valgono quanto l’intera economia cinese, circa otto volte quella italiana. Ed è un mercato che assorbe gli shock. Nel 2025, l’anno dei dazi più alti da decenni, il PIL americano è cresciuto del 2,1%. Nel secondo trimestre di quest’anno, in piena crisi del Golfo, la domanda privata interna correva al 4,6% annualizzato. Il Fondo monetario internazionale prevede per gli Stati Uniti una crescita del 2,3% sia nel 2026 sia nel 2027: il doppio dell’area euro, quasi il triplo dell’Italia.

Il pedaggio e la destinazione Le imprese italiane lo hanno verificato sul campo. Nel 2025 l’export verso gli Stati Uniti ha toccato il record di 69,6 miliardi di euro, più 7,2%, mentre la pressione tariffaria media sulle merci italiane saliva dal 2,3% all’11%. La crescita si è concentrata in farmaceutica, cantieristica e aerospazio, mentre meccanica e agroalimentare hanno sofferto; ma il mercato ha retto. C’è poi un elemento che, da avvocato, considero decisivo: le istituzioni. Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito, con sei voti contro tre, che il Presidente non può imporre dazi invocando i poteri d’emergenza: il potere di tassare spetta al Congresso. A maggio la Court of International Trade ha giudicato illegittimi, in primo grado, anche i dazi che li avevano sostituiti. Si può discutere ogni misura; ma dove un giudice può dire di no al Presidente, le regole del mercato restano ancorate al diritto. Gli investitori lo sanno: gli Stati Uniti ospitano il 30,6% dello stock mondiale di investimenti diretti esteri e da quattordici anni guidano l’indice di fiducia degli investitori internazionali stilato da Kearney. La politica può cambiare il pedaggio. Non cambia la destinazione.

Non si va in America per tentativi Il mercato è aperto, ma non perdona l’improvvisazione. Gli Stati Uniti non sono un mercato: sono cinquanta mercati, con regole, fisco e tribunali diversi. La responsabilità civile costa al sistema 529 miliardi di dollari l’anno, il 2,1% del PIL, secondo l’U.S. Chamber Institute for Legal Reform. Il regime dei dazi sulle merci europee è cambiato quattro volte in diciotto mesi, e una task force del Dipartimento di Giustizia persegue le frodi doganali: un errore di classificazione può diventare un contenzioso. Improvvisare costa. Delle circa 120.000 imprese italiane che esportavano nel 2023, circa 38.000 (quasi una su tre) lo hanno fatto in modo discontinuo, e in due anni il loro export è crollato da 4,6 miliardi di euro a 366 milioni. Al contrario, una valutazione di ICE e Istat mostra che le imprese accompagnate da servizi qualificati hanno aumentato l’export del 2,9%, mentre imprese simili non assistite lo riducevano del 3,1%. Per questo il primo compito di un consulente serio non è aprire una società in Delaware, ma dire all’imprenditore la verità: se l’azienda è pronta, e a quali condizioni. Prima viene il test di prontezza: prodotto e certificazioni, solidità finanziaria, capacità produttiva, marchio, prezzo in dollari e margini dopo i dazi, persone. Poi il setting dell’ingresso: forma giuridica e Stato, architettura fiscale, conformità doganale, distribuzione, responsabilità da prodotto, visti. La consulenza non è un costo: è l’assicurazione contro l’errore più caro.

Investire quando gli altri si fermano Oggi un imprenditore ha ottime ragioni per aspettare: la guerra in Ucraina, il conflitto con l’Iran che da febbraio strozza lo Stretto di Hormuz, il petrolio che a settembre ha toccato i 131 dollari al barile, il gas europeo oltre gli 80 euro al megawattora, quasi il triplo di prima della guerra. La prudenza è comprensibile, ma è proprio in questi momenti che si costruiscono i vantaggi competitivi. Uno studio della Harvard Business Review su 4.700 società quotate, attraverso tre recessioni, mostra che solo il 9% ne è uscito più forte dei concorrenti. Chi aveva unito efficienza e investimenti aveva il 37% di probabilità di staccare i rivali; chi si era limitato a tagliare, il 21%. Le imprese italiane lo sanno. Nell’aprile 2009, in piena crisi finanziaria, Campari comprò Wild Turkey per 575 milioni di dollari, allora la maggiore acquisizione della sua storia: oggi gli Stati Uniti sono il suo primo mercato. Due mesi dopo Fiat entrò in Chrysler, appena uscita dalla procedura fallimentare, quando nessun altro si era fatto avanti. E oggi c’è una ragione in più. In Europa il gas costa circa otto volte che negli Stati Uniti, esportatori netti di energia, e la riforma fiscale americana del 2025 consente di dedurre subito il 100% dell’investimento in macchinari e nella parte produttiva di un nuovo stabilimento, se i lavori partono entro il 2028. Produrre là non serve solo a evitare i dazi: mette al sicuro la competitività. Il Fondo monetario vede la crescita mondiale risalire dal 3,1% di quest’anno al 3,4% del 2027. Chi avrà costruito oggi la propria presenza intercetterà la ripresa; chi aspetta la inseguirà.

Coraggiosi, ma preparati Nell’ottobre 2008, nel pieno della crisi, Warren Buffett firmò sul New York Times un articolo intitolato «Buy American. I Am.». La sua regola: essere timorosi quando gli altri sono avidi, e avidi quando gli altri sono timorosi. L’invito, oggi, è lo stesso, con un’aggiunta: coraggiosi, ma preparati. Guardare il segnale e non il rumore, farsi accompagnare da chi conosce la strada, non aspettare che tutti siano d’accordo sul momento giusto: quando lo saranno, sarà già passato.

L’American Chamber of Commerce in Italy nacque a Milano il 13 aprile 1915, con l’Europa in guerra e il futuro quanto mai incerto. Anche allora qualcuno decise che quello era il momento di costruire un ponte tra le imprese italiane e quelle americane.


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