C’è un’Italia tech che corre. I numeri lo dimostrano. 813 milioni di euro in 145 round di investimento: questo il bilancio dei primi 6 mesi dell’anno per il venture capital italiano, secondo l’Osservatorio di Growth Capital e Italian Tech Alliance. Al netto dei mega round, è stato il secondo miglior semestre di sempre.
I dati Dealroom confermano il trend: le startup italiane hanno raccolto 652 milioni di dollari, segnando un +29% rispetto allo stesso periodo del 2025. Dal 2022 il valore complessivo delle società tech italiane è più che raddoppiato, da 63 a 139,9 miliardi di dollari. Il motore è chiaro: software e IA concentrano il 25% di tutti i round – le aziende IA hanno attirato 204 milioni di dollari e i round più rilevanti del semestre – WeRoad, Lexroom, D-Orbit, raccontano un ecosistema diversificato.
Il fatto che cambia la narrativa è la quotazione di Bending Spoons al Nasdaq, con una valutazione da 25 miliardi di dollari: la più grande IPO tech europea degli ultimi anni. L’effetto volàno, più talenti, più capitali, più ambizione, sta iniziando a sentirsi davvero. Restano però freni strutturali: il ripristino dell’incentivo fiscale del 30% è ancora in sospeso, la Legge sulla Concorrenza attende chiarimenti, il Testo Unico sulle startup è un cantiere aperto, e a livello europeo il progetto EU Inc. non avanza.
Ne abbiamo parlato con Lucrezia Lucotti, Partner di 360 Capital, uno dei principali fondi venture europei con portafoglio internazionale, e con Francesco Cerruti, Direttore Generale di Italian Tech Alliance, l’associazione che rappresenta l’ecosistema del venture capital e dell’innovazione in Italia.
Lucotti (360 Capital): “Quello che manca sono le exit”
Lucrezia Lucotti, cosa dicono i numeri italiani dal punto di vista di un investitore?
«Che i seed [i primi investimenti in una startup ndr.] siano più grandi è un buon segnale, soprattutto nel deep tech: sei milioni di investimenti invece di due cambiano in positivo il confronto con un competitor estero. Se all’estero partono con più capitale non è perché siano più bravi, è perché di capitale ce n’è di più».
360 Capital è un fondo europeo con portafoglio internazionale. Che posizionamento ha oggi l’Italia rispetto ad altri ecosistemi?
«Negli ultimi due anni le valutazioni in Italia si sono allineate a quelle francesi e americane, a volte addirittura superandole, ma a tale crescita non è corrisposta una crescita altrettanto rapida delle exit, quindi della liquidità che torna al mercato. Le exit che giustificherebbero un aumento così forte delle valutazioni sono ancora poche, e lo sono da quando in Italia esistono le startup. Rispetto a Francia, Germania e Paesi nordici la differenza non è il talento, e non è più nemmeno soltanto il capitale disponibile. Questi Paesi hanno alle spalle una storia e una cultura di exit ripetute e noi ancora no».
Ci spiega meglio?
«C’è un elemento strutturale di cui si parla poco. I Paesi nordici e Israele hanno un mercato interno così piccolo che chi costruisce un prodotto è di fatto obbligato ad “andare internazionale” da subito. Francia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti hanno invece un pro dotto interno lordo sufficiente a far nascere un unicorno restando in casa. L’Italia non è né abbastanza grande da permetterti di crescere soltanto qui, né abbastanza piccola da costringerti a uscire. Il risultato è che spesso si costruiscono prodotti tagliati per il mercato italiano, che poi trovano pochi compratori fuori. Per questo credo sia importante ricordare che un’exit di successo non debba per forza valere miliardi: un’exit nell’ordine delle centinaia di milioni è già un ottimo risultato. Quello che serve oggi in Italia più che mai è un mercato equilibrato: un bilanciamento tra valutazioni e creazione di valore che funzioni per tutti: founder, investitori e LP [investitori che non partecipano alla gestione, ndr]. Per noi è la vera ricetta per costruire un mercato competitivo in Italia, perché senza questo equilibrio i numeri non reggerebbero».
La quotazione di Bending Spoons ha rotto un soffitto psicologico per i founder italiani. Cosa ne pensa?
«Bending Spoons è una bella storia di successo e va celebrata. Hanno fatto un mestiere che dall’Italia nessuno aveva pensato di fare: comprare software e gestirlo meglio di chi lo aveva costruito, prendendosi rischi importanti e non sbagliando praticamente un’acquisizione. Detto questo, non è una società venture backed, e il percorso di un’azienda venture backed è diverso».
Cosa ci manca?
«Quello che manca all’Italia sono le exit. Le exit nascono perché qualcuno compra. Le grandi aziende italiane oggi acquisiscono ancora poco e tardi, ed è un lavoro di sensibilizzazione che, come ecosistema, dobbiamo fare: far capire a un’azienda industriale che acquisire una startup è un’alternativa concreta al costruire in casa. Servono anche incentivi sulle exit, compresi quelli fiscali. Oggi la leva pubblica è concentrata quasi tutta su chi investe e molto poco su chi compra».
Qual è il problema a monte?
«È di infrastruttura finanziaria: In Europa manca ancora la possibilità stessa di quotarsi con soddisfazione: abbiamo troppe Borse, ciascuna con liquidità limitata, e nessuna in grado di offrire la profondità che un investitore istituzionale trova a Wall Street. A questo si aggiunge un vuoto nella filiera del capitale, quello degli ultimi stage pre quotazione in Borsa, dove in Europa i fondi capaci di scrivere assegni di quella taglia restano pochi. Il risultato è che le aziende arrivate a quello stadio vanno negli Stati Uniti. L’obiettivo non dovrebbe essere trasferirsi in America, ma conquistare il mercato Usa restando in Europa. Si possono costruire aziende globali senza rinunciare alle proprie origini. In un momento come questo l’Europa ha bisogno più che mai di champion che scelgano di restare».
Cerruti: “Lo stallo normativo è un danno”
Francesco Cerruti, come legge questo momento?
«I dati sugli investimenti del primo semestre 2026 mostrano un mercato in fase di consolidamento. Le buone performance degli operatori, che emergono sia dalla raccolta sia dalla quotazione internazionale di alcune realtà, sono certamente un segnale positivo. Il punto, però, è che un ecosistema dell’innovazione diventa maturo solo quando alla solidità degli operatori si affianca un sostegno pubblico altrettanto solido. Le dichiarazioni di intenti da sole non solo servono a poco, ma rischiano di creare confusione e incertezza. Sono invece necessarie misure strutturali e risorse capaci di sostenere realmente il mercato. Senza questo passaggio, si può certamente parlare di consolidamento, ma non ancora di maturità strutturale».
Bending Spoons al Nasdaq, Newcleo in rampa di lancio: queste IPO cambiano la narrativa sull’Italia tech?
«Le IPO e le storie di successo aiutano molto, su due fronti. Da una parte, diventano esempi concreti per legislatori e investitori, accelerando il cambio di percezione dalla startup come “giochino per ragazzini con la felpa” a impresa solida e scalabile. Dall’altra, hanno un importante effetto di emulazione, dimostrando che costruire un’impresa globale partendo dall’Italia è un obiettivo raggiungibile».
L’incentivo fiscale del 30%, la Legge sulla Concorrenza, il Testo unico sulle startup: sono tutti dossier aperti. Quanto conta questo stallo?
«Le norme sono sino ad ora il tallone d’Achille del 2026. L’incentivo fiscale del 30% per investimenti in startup e PMI innovative è scaduto a dicembre 2025 e, nonostante l’impegno assunto pubblicamente dal ministro Urso, non è ancora stato ripristinato. Poi c’è la Legge sulla Concorrenza entrata in vigore a fine 2024, che ha introdotto modifiche positive per attrarre verso l’innovazione investitori istituzionali, poco attivi in Italia. Ma, ci sono ancora notevoli margini di miglioramento e, anche su questo fronte, le proposte sul tavolo sono numerose. Un intervento in tempi rapidi è auspicabile soprattutto per coinvolgere fondi previdenziali e assicurazioni».
Sul Testo unico delle startup?
«È un tema delicato. Le proposte sono arrivate tempo fa al tavolo del Mimit. Credo sia arrivato il momento di trasformare quelle proposte in norme concrete. Lo stallo normativo sta costando molto all’ecosistema sia in termini diretti – il crollo degli investimenti seed e pre-seed è in larga parte riconducibile anche al mancato ripristino dell’incentivo fiscale al 30% – sia in termini indiretti: quando manca un impegno istituzionale concreto, si riduce l’attrattività dell’intero ecosistema agli occhi degli operatori internazionali. Negli ultimi anni l’interesse internazionale verso l’Italia è cresciuto in modo notevole. Sarebbe davvero un peccato interrompere proprio adesso questa traiettoria».
A livello europeo, il progetto EU Inc. non avanza. L’Italia rischia di restare incastrata tra una politica nazionale lenta e un’Europa che non fa sistema?
«L’Italia parte da una posizione non ancora centrale rispetto ad altri ecosistemi europei più maturi. Non si può competere da soli. È necessario fare in modo che l’Europa costruisca regole e condizioni di mercato che consentano a tutti di giocare ad armi pari. Ci sono alcuni dossier importanti, fra cui EU Inc, che è certamente una versione più annacquata rispetto all’idea originaria del 28° regime, ma resta comunque un passo nella direzione giusta. E per quanto riguarda il tema dello Scaleup Fund, il fondo messo a disposizione dalle istituzioni europee gioca un ruolo chiave nell’aumentare i capitali destinati all’innovazione».
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