(AGENPARL) – Roma, 14 Ottobre 2026 – Il surplus commerciale di Pechino raggiunge 938 miliardi di dollari nei primi nove mesi del 2026. Alla vigilia del vertice europeo, Francia e Germania chiedono misure per difendere la produzione continentale. Bruxelles valuta nuove restrizioni, mentre cresce la preoccupazione per la competitività delle imprese e la tenuta dell’occupazione
La Cina accelera sui mercati internazionali e riaccende le preoccupazioni dell’Europa per il futuro della propria industria. I dati diffusi questa mattina dalle autorità doganali di Pechino mostrano una crescita delle esportazioni del 36,3% a settembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, un risultato nettamente superiore alle aspettative degli analisti e accompagnato da un ulteriore ampliamento dell’avanzo commerciale. Nei primi nove mesi del 2026 il surplus cinese ha raggiunto 938,11 miliardi di dollari, avvicinandosi alla soglia dei mille miliardi e alimentando le tensioni con i principali partner economici. Numeri che arrivano in un momento particolarmente delicato per l’Unione europea, impegnata a valutare nuove iniziative per contenere gli squilibri commerciali e proteggere un sistema manifatturiero già sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale.
Secondo i dati ufficiali, le esportazioni cinesi sono aumentate a settembre a un ritmo superiore anche a quello registrato in agosto, quando la crescita si era attestata al 25%. Le previsioni degli economisti indicavano un incremento del 25,5%, ampiamente superato dal risultato effettivo. Anche le importazioni hanno mostrato un’accelerazione, salendo del 31% su base annua, ma senza impedire all’avanzo commerciale di raggiungere 133,53 miliardi di dollari nel solo mese di settembre. A sostenere le vendite all’estero sono soprattutto i prodotti tecnologici, i semiconduttori e il settore automobilistico. Nei primi nove mesi dell’anno le esportazioni di semiconduttori sono cresciute del 108,1% in valore, mentre quelle di automobili hanno registrato incrementi superiori al 50%, sia in termini economici sia per quantità esportate. Una dinamica favorita anche dall’espansione mondiale delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, che continua ad alimentare la domanda di componenti elettronici e apparecchiature tecnologiche.
La forza delle esportazioni contrasta tuttavia con le difficoltà che persistono all’interno dell’economia cinese. I consumi delle famiglie rimangono relativamente deboli e la prolungata crisi del settore immobiliare continua a pesare sulla fiducia e sugli investimenti. La produzione destinata ai mercati esteri rappresenta quindi uno dei principali sostegni alla crescita economica, consentendo alle imprese di mantenere elevati livelli di attività nonostante una domanda interna ancora insufficiente ad assorbire pienamente la capacità produttiva. È proprio questo squilibrio a preoccupare i partner commerciali di Pechino, che temono un afflusso crescente di prodotti cinesi sui rispettivi mercati. Il Fondo monetario internazionale ha più volte sottolineato la necessità di rafforzare i consumi interni della Cina e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, ritenendo un modello di crescita maggiormente orientato alla domanda domestica più equilibrato anche per l’economia mondiale.
Bruxelles valuta una risposta, cambia la posizione della Germania
L’aumento delle esportazioni cinesi sarà uno dei temi al centro del vertice dei leader europei in programma a Bruxelles dal 15 ottobre. La discussione si inserisce in un contesto caratterizzato da un crescente squilibrio negli scambi commerciali tra l’Unione europea e Pechino. Nel 2025 il disavanzo europeo nei confronti della Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro, mentre nei primi sei mesi del 2026 si è attestato intorno ai 200 miliardi. Una situazione che coinvolge numerosi comparti produttivi, dall’automobile alla meccanica, dalla chimica al tessile, fino ai metalli e ai beni di consumo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito insostenibile l’entità dello squilibrio commerciale, indicando la necessità di utilizzare gli strumenti disponibili per ridurlo. L’orientamento dell’esecutivo comunitario sembra progressivamente spostarsi dalla richiesta di un maggiore accesso delle imprese europee al mercato cinese verso una valutazione più ampia delle misure necessarie a contenere l’aumento delle importazioni.
Uno degli sviluppi politicamente più significativi riguarda la posizione della Germania, tradizionalmente favorevole al mantenimento di rapporti commerciali aperti con Pechino. Berlino, che nel 2024 aveva espresso forti riserve sull’introduzione di dazi europei sulle automobili elettriche prodotte in Cina, ha ora sottoscritto insieme alla Francia un documento che sollecita interventi più incisivi a tutela dell’industria continentale. Le proposte franco-tedesche riguardano in particolare il settore chimico e le importazioni di PET, il materiale plastico largamente utilizzato nella produzione di imballaggi, ma comprendono anche iniziative per ridurre la dipendenza delle imprese europee da fornitori esteri concentrati in pochi Paesi. Il cambiamento tedesco assume un significato particolare considerando il peso dell’industria automobilistica e manifatturiera della Germania, per decenni tra i principali beneficiari della crescita del mercato cinese e oggi sempre più esposta alla concorrenza delle aziende asiatiche.
La Commissione europea potrebbe presentare già a dicembre una prima proposta per rafforzare gli strumenti di difesa commerciale, anche se al momento non esiste una decisione definitiva sull’introduzione di ulteriori restrizioni. Nei giorni scorsi Bruxelles e Pechino hanno raggiunto un’intesa preliminare che comprende misure per limitare l’afflusso di automobili cinesi, agevolazioni commerciali per alcuni prodotti europei e iniziative per rendere più stabili le forniture di materie prime strategiche. L’accordo, che necessita ancora dell’approvazione dei Paesi membri, rappresenta un tentativo di mantenere aperto il confronto evitando un’immediata escalation delle tensioni. Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, lo ha considerato un primo risultato positivo, precisando tuttavia che sarà necessario proseguire il lavoro per riequilibrare le relazioni economiche. Il nodo rimane la capacità dell’Unione di trovare una posizione comune tra governi favorevoli a una maggiore protezione industriale e altri più attenti alle opportunità offerte dagli investimenti e dagli scambi con la Cina.
Le conseguenze per l’industria italiana
Il confronto commerciale riguarda direttamente anche l’Italia, la cui struttura produttiva è strettamente integrata nelle catene industriali europee. Le imprese italiane operano in settori particolarmente esposti alla concorrenza internazionale, come la meccanica, la componentistica, la chimica, il tessile e la produzione di beni di consumo. L’aumento delle importazioni cinesi può accentuare la pressione sui prezzi e sui margini delle aziende nazionali, soprattutto nei comparti caratterizzati da una forte concorrenza sui costi di produzione. Allo stesso tempo, numerose imprese italiane utilizzano componenti, macchinari e materiali provenienti dalla Cina, rendendo potenzialmente più onerose eventuali restrizioni commerciali. Le conseguenze di nuove misure europee dipenderebbero quindi dalla loro estensione, dai settori coinvolti e dalla capacità delle aziende di diversificare le proprie forniture senza perdere competitività.
Il rischio per l’Europa non riguarda soltanto l’aumento delle importazioni, ma anche la progressiva perdita di capacità produttiva in comparti considerati strategici. La crescita cinese nei settori tecnologici e automobilistici dimostra come Pechino sia ormai in grado di competere non soltanto attraverso prezzi contenuti, ma anche grazie a investimenti industriali, innovazione e capacità di produzione su larga scala. Per le imprese europee questo significa confrontarsi con concorrenti sempre più presenti nei segmenti a maggiore valore aggiunto, mentre gli elevati costi di produzione, la necessità di investire in nuove tecnologie e le difficoltà di alcuni mercati tradizionali rendono più complesso mantenere le quote commerciali. Una risposta fondata esclusivamente sulle restrizioni alle importazioni potrebbe tuttavia rivelarsi insufficiente senza un parallelo rafforzamento degli investimenti, della ricerca e della competitività industriale europea.
La questione assume inoltre una dimensione internazionale più ampia. Anche gli Stati Uniti stanno cercando di contenere gli squilibri commerciali con la Cina, mentre Pechino continua a difendere il proprio modello economico e respinge le accuse di utilizzare politiche industriali e monetarie per ottenere vantaggi competitivi indebiti. La banca centrale cinese ha recentemente contestato le critiche sulla gestione del cambio, negando di perseguire una svalutazione competitiva dello yuan. Le autorità di Pechino sostengono che la crescita delle esportazioni rifletta la capacità delle imprese nazionali di rispondere alla domanda mondiale e che le restrizioni commerciali rischino di danneggiare anche le economie dei Paesi che le introducono. Una posizione che evidenzia quanto sia difficile conciliare la tutela delle industrie nazionali con il funzionamento di un sistema economico internazionale profondamente interconnesso.
I dati pubblicati oggi confermano dunque una tendenza destinata a pesare sulle relazioni economiche tra Cina ed Europa nei prossimi mesi. Con un avanzo commerciale vicino ai mille miliardi di dollari e una presenza crescente nei settori tecnologicamente avanzati, Pechino rafforza il proprio ruolo di grande potenza esportatrice proprio mentre l’Unione europea cerca di rilanciare la competitività delle sue imprese. Il vertice di Bruxelles dovrà chiarire se i governi europei intendano proseguire principalmente sulla strada del negoziato o accelerare verso strumenti commerciali più restrittivi. Per l’industria continentale, e per quella italiana in particolare, la posta in gioco non è soltanto la riduzione del disavanzo negli scambi con la Cina, ma la capacità di conservare produzione, competenze e occupazione in un mercato mondiale nel quale la concorrenza diventa sempre più intensa.
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