A oltre quattro anni dall’invasione russa, l’economia ucraina continua a operare in un quadro macroeconomico complesso ma resiliente, trainato da investimenti privati e piani di ricostruzione. Per il tessuto industriale italiano, dalle grandi corporate alle PMI, si aprono spazi commerciali di rilievo nei comparti dell’agribusiness, della manifattura, dell’energia, delle infrastrutture e del tech. Tuttavia, per trasformare l’interesse in deal concreti, sono necessarie un’attenta analisi del rischio, la selezione di partner locali affidabili e una strategia di penetrazione graduale. ItaliaOggi ne parla con Daniel Bilak, Managing Partner di Kinstellar Ucraina, attivo sul mercato locale da oltre trent’anni.
Domanda. A più di quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, qual è l’attuale fisionomia del contesto imprenditoriale ucraino?
Risposta. Il business environment ucraino ha dimostrato una straordinaria capacità di tenuta e flessibilità. Le imprese continuano a operare integrando nei propri piani industriali le interruzioni energetiche, i rischi securitari e le criticità logistiche. Dico spesso che oggi, in Ucraina, o si è al fronte o si lavora per sostenerlo. Nonostante la congiuntura, la spesa in conto capitale non si è arrestata. Il 72% delle aziende associate alla European Business Association ha mantenuto attivi gli investimenti durante il conflitto e una su cinque pianifica nuovi Capex significativi, con un budget medio di circa 14 milioni di dollari. Nel 2025 gli investimenti fissi lordi hanno raggiunto i 15,2 miliardi di dollari, segnando un incremento del 25,2% su base annua.
D. Quali sono i principali errori commessi dagli investitori esteri rispetto alla piazza ucraina?
R. Il primo errore consiste nel considerare il Paese come un unico blocco di rischio uniforme. In realtà, l’esposizione varia sensibilmente in base alla geografia e alla natura dell’asset: un sito produttivo, una rete distributiva o una tech company presentano profili di rischio profondamente divergenti, anche all’interno della medesima regione. Il secondo errore valutativo è ritenere necessario attendere la cessazione delle ostilità per posizionarsi sul mercato. Le aziende ucraine necessitano già oggi di macchinari, linee di credito, manutenzione avanzata e catene di fornitura stabili. Per gli operatori che entrano in questa fase si profila l’opportunità di consolidare un vantaggio competitivo in quello che sarà uno dei più imponenti processi di ricostruzione della storia moderna. Ovviamente, ogni operazione richiede un’istruttoria case-by-case, strutturata sulla scorta delle coperture assicurative e delle garanzie finanziarie disponibili.
D. Quali settori evidenziano i tassi di crescita o il potenziale più elevato?
R. High-tech, difesa, agricoltura, logistica ed energia registrano le dinamiche più solide. L’agribusiness e la trasformazione alimentare rimangono pilastri strategici, mentre il comparto tecnologico si conferma un driver fondamentale per l’export: nel 2025 il tech ha generato il 41,9% del valore complessivo delle esportazioni ucraine di servizi. Un capitolo centrale è legato all’energia. La Strategia Energetica dell’Ucraina al 2050 stima in circa 383 miliardi di dollari il fabbisogno di investimenti in rinnovabili, ammodernamento delle reti, storage, idrogeno e resilienza infrastrutturale. In questo caso, ricostruire non significa ripristinare il vecchio modello operativo, bensì implementare un sistema decentralizzato, sicuro e a bassa intensità di carbonio.
D. In termini operativi, quanto sono già tangibili le commesse legate alla ricostruzione?
R. La Banca Mondiale valuta in oltre 588 miliardi di dollari il fabbisogno per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Ucraina nel prossimo decennio. Ma l’errore è focalizzarsi solo sulle grandi opere future. Le opportunità commerciali sono attuali: l’economia locale necessita nell’immediato di soluzioni energetiche d’emergenza, attrezzature industriali, servizi logistici avanzati e finanza strutturata. Il mio suggerimento agli investitori è di avviare subito le analisi di mercato, strutturare le partnership strategiche e pianificare i progetti di investimento. La ricostruzione vedrà un forte coinvolgimento del capitale privato e di schemi di partenariato pubblico-privato (PPP).
D. Focalizzandoci sull’Italia, quali sono le opportunità verticali per il nostro sistema industriale, in particolare per le PMI?
R. Le opportunità sono numerose, specialmente laddove le imprese italiane esprimono una forte leadership tecnologica applicabile ai colli di bottiglia produttivi locali. Nell’agroalimentare la domanda si concentra su macchinari per il packaging e la trasformazione, sistemi di stoccaggio automatizzati e logistica integrata. La manifattura rappresenta uno sbocco naturale: l’Ucraina vanta manodopera qualificata, tradizione industriale e una progressiva integrazione nelle catene del valore europee. In quest’ottica, il Paese si candida come hub strategico per le politiche di nearshoring, consentendo alle aziende europee di accorciare le filiere e mitigare i rischi geopolitici delle forniture asiatiche. C’è spazio per beni strumentali, materiali da costruzione, componentistica automotive e manifattura avanzata. Per le PMI italiane si aprono spazi di rilievo soprattutto nei segmenti ad alto valore aggiunto: soluzioni ingegneristiche verticali, servizi di manutenzione predittiva e complessa, trasferimento di know-how tecnologico e fornitura di ricambistica critica di precisione. Un asset fondamentale per la mitigazione del rischio di credito e l’ingresso nel mercato è il supporto finanziario istituzionale. Le imprese possono fare leva sulle soluzioni integrate del Polo SACE-SIMEST, con particolare riferimento allo schema del Credito Fornitore per le esportazioni di beni d’investimento destinate alla ricostruzione. Attraverso questo strumento, le PMI beneficiano delle coperture assicurative di SACE sui rischi sovrani e commerciali, abbinate al Contributo Export in conto interessi di SIMEST per ottimizzare i costi di smobilizzo dei titoli di pagamento, attingendo ai plafond specificamente dedicati all’Ucraina. La fattibilità e le condizioni applicabili richiedono, naturalmente, un’istruttoria legata al profilo di rischio e alla bancabilità del singolo progetto.
D. Quali driver strutturali rendono l’Ucraina un target d’investimento interessante per un operatore italiano?
R. Il Paese combina capacità manifatturiera, competenze ingegneristiche e piena convergenza verso gli standard europei. Inoltre, la possibilità di un’evoluzione tecnologica accelerata permetterà di implementare direttamente soluzioni di ultima generazione, bypassando le tecnologie obsolete. Per un’azienda italiana questo scenario abilita non solo canali di fornitura tradizionali, ma anche alleanze strategiche, joint venture produttive, accordi di trasferimento tecnologico e attività congiunte di R&S. Chi consolida i canali commerciali e le relazioni istituzionali oggi, disporrà di un posizionamento privilegiato quando la ricostruzione entrerà nella sua fase massiva.
D. Il percorso di adesione all’Unione Europea sta accelerando il riassetto del quadro normativo. Quanto pesa questo fattore nella valutazione degli investitori?
R. È la vera chiave di volta per la mitigazione del rischio legale. Il processo di allineamento all’ordinamento comunitario, avviato con l’Accordo di associazione del 2016, ha subito una forte accelerazione. L’apertura formale dei negoziati per i gruppi tematici di riferimento ha posto al centro dell’agenda lo Stato di diritto, la trasparenza degli appalti pubblici e l’armonizzazione regolatoria. Per gli investitori internazionali la certezza del diritto, la tutela della proprietà intellettuale, l’esecuzione coattiva dei contratti e l’efficacia delle istituzioni anticorruzione non sono più variabili indipendenti, ma precondizioni strutturali che stanno rapidamente allineando l’Ucraina ai parametri di operatività dei mercati occidentali. (riproduzione riservata)
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